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La «Via Crucis» di Maraini porta a Figline

Antonio Maraini, Stazione 1 «Gesù condannato a morte». © Simone Lampredi

Figline (Firenze). Un recupero importante quello dei gessi originali della «Via Crucis» realizzata in pietra d’Arezzo da Antonio Maraini (1886-1963), ad opera dell’antiquario fiorentino Giovanni Pratesi che assicura loro una destinazione quanto mai consona e significativa, salvaguardandone l’integrità dalla possibile dispersione nel mercato: la chiesa di San Francesco a Figline (Fi), restaurata dallo stesso Pratesi e inaugurata come sede espositiva in occasione della mostra del Cigoli nel 2008, dove già sono conservate testimonianze artistiche tre e quattrocentesche (cfr. n. 305, gen. ’11, p. 52). Protagonista della scultura degli anni Venti, Maraini, specie dopo il trasferimento a Firenze, fu interprete attento, nella lingua moderna del Razionalismo, dei grandi modelli della scultura fiorentina del Rinascimento, maturata attraverso la pratica inesausta del disegno come metodo di elaborazione. I quattordici bassorilievi in pietra d’Arezzo erano stati commissionati nel 1925 per decorare le pareti della cattedrale di San Giovanni o dell’Annunciazione a Rodi poi diventata chiesa musulmana e ora conservati in San Francesco sempre a Rodi. Prima di partire per il Dodecaneso furono esposti nel 1927 a Firenze in occasione di una mostra d’arte moderna nella Galleria di Palazzo Feroni in via Tornabuoni 2. Scultore, critico e organizzatore della cultura artistica tra le due guerre (nel 1927 sarà nominato segretario generale della Biennale di Venezia), Maraini affianca alle opere di destinazione privata e di piccolo formato quelle pubbliche e monumentali, che andrebbero oggi considerate con mente sgombra da pregiudizi ideologici per il significato politico che rivestivano al tempo; l’aspetto umano vi assume sempre più rilievo quale simbolo della grandezza e dell’eternità dell’Italia, in virtù di un legame col passato classico. Nella «Via Crucis» Maraini pone sul fondo piatto e privo di riferimenti, scandito dall’elemento centrale della croce, due o tre figure armoniosamente dialoganti tra loro, in «una ritmata torsione di corpi mossi da un delicato ritmo di danza». Una ricerca di equilibrio e chiarezza geometrica, che Francesca Bardazzi accosta a quella delle opere di Casorati ma anche di Carena, con cui Maraini aveva condiviso un analogo percorso, dal cézannismo al Ritorno all’ordine.

Laura Lombardi, da Il Giornale dell'Arte numero 308, aprile 2011


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