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Il mercato globale e le sue piazze

Il volo del Dragone

Dopo una serie di anni di crescita, la Cina ha raddoppiato il volume d’affari piazzandosi in seconda posizione, secondo Artprice addirittura in prima

Un’asta di arte contemporanea asiatica tenuta ad Hong Kong da Christie’s nel 2007. © Christie’s Images Ltd. 2011

Maastricht. La pubblicazione 2010 del Tefaf Report sull’andamento del mercato dell’arte ha allarmato gli addetti ai lavori: la Cina ha superato l’Inghilterra aggiudicandosi il secondo posto su scala globale nel mercato dell’arte. I dati citati dagli autori sono impressionanti: il mercato cinese d’arte e antiquariato è cresciuto di uno sbalorditivo 530% tra il 2004 e il 2010, raddoppiando letteralmente tra il 2009 e il 2010. Ora la Cina detiene il 23% del mercato dell’arte globale, mentre la Gran Bretagna, per decenni al secondo posto, è scesa in terza posizione, al 22%, con una flessione del 5% dal 2006. La quota europea del mercato è in costante declino: rappresenta oggi il 37% del mercato globale dell’arte, rispetto al 53% del 2003. Gli Stati Uniti mantengono la leadership con il 34%, ma i margini si stanno riducendo, nel 2006 la percentuale era del 46%.
Spesso si sono avanzati dubbi sull’affidabilità dei dati cinesi; anche chi scrive l’ha fatto (cfr. n. 304, dic. ’10, p. 80). Con un solo punto percentuale di gap tra Cina e Inghilterra, anche un minimo errore nella registrazione dei dati potrebbe infatti far tornare il Regno Unito al secondo posto. Ma non è questo il punto. L’Europa e gli Stati Uniti sentono sul collo il fiato del dragone cinese ed è probabilmente solo questione di tempo prima che li superi entrambi. Addirittura, un report di Artprice, basato soltanto su dati relativi ad aste di arte figurativa, afferma che la Cina ha già battuto anche gli Usa e ricopre ora la posizione numero uno.
Come si spiega l’indebolimento dell’Europa e che cosa si può fare per porvi rimedio?
«La crescita della Cina è un fenomeno globale, non solo nel mercato dell’arte», ha dichiarato Guillaume Cerutti, chief executive officer di Sotheby’s Francia. «L’Asia è la regione del mondo che attualmente crea la maggiore ricchezza». L’anno scorso, secondo Forbes, all’elenco degli uomini più ricchi del mondo si sono aggiunti 54 nuovi miliardari cinesi, per un totale di 115. Per la prima volta nella storia il numero di «high net worth individual» (hnwi),  cioè soggetti che possiedono personalmente un ingente patrimonio, nella regione Asia-Pacifico ha raggiunto quello dell’Europa, ma con una ricchezza maggiore. Gli Stati Uniti detengono ancora il primato per i nove «pil» più elevati e il maggior numero di «hnwi» al mondo.
L’arte è un bene di lusso e le vendite riflettono la ricchezza dei collezionisti: per fare risultati migliori l’Europa dovrebbe essere più ricca. Nel 2010 il mercato statunitense è cresciuto di più rispetto a quello europeo, ma questo solo perché negli Usa la crisi è iniziata prima: in Europa la ripresa è più lenta, per questo è possibile che il mercato dell’arte abbia ancora dei margini di miglioramento.
Le dimensioni della Cina non sono estranee a questo boom: secondo un rapporto della Bain & Co citato da Clare McAndrew, autrice del rapporto Tefaf, la Cina è candidata a diventare il più grande mercato mondiale per i beni di lusso entro la metà di questo decennio. In Cina ci sono più di 120 città la cui popolazione supera il milione di abitanti, con un enorme potenziale di futuri consumatori. Per ostacolare questo primato l’Europa dovrebbe incrementare bruscamente la sua popolazione, un’ipotesi poco probabile.
Fin qui solo brutte notizie. Ma c’è qualcosa che l’Europa potrebbe fare per migliorare la sua posizione nel mercato globale dell’arte, ovvero semplificare la sua legislazione in materia. Come sottolinea la McAndrew, il liberalismo economico degli Stati Uniti ha contribuito a fare di questo Paese un importante mercato per il commercio di arte e antichità. Date un’occhiata a un catalogo d’asta europea e troverete un lungo elenco di licenze e regolamentazioni per l’import-export, limiti di data e valore per ogni sorta di oggetto. Un elenco che, come si legge scritto in piccolo, «non è esaustivo». Poi ci sono le tasse: quattro colonne di imposte, dal 5% dell’Iva sulle importazioni da paesi extracomunitari a una varia casistica di dazi e gabelle, tutti implicanti una fastidiosa burocrazia. «Se domani mattina sparisse l’Iva del 5% sull’esportazione, sarebbe un grande stimolo per il mercato europeo», è stato il commento del presidente di Christie’s Asia, François Curiel. «La legislazione è ingombrante, dà l’impressione che in Europa comprare e vendere arte sia complicato». Tra queste complicazioni rientra il diritto di seguito, l’imposta sulla rivendita di opere di artisti viventi o scomparsi da poco in Europa. Questa tassa, che aggiunge ulteriori livelli burocratici al commercio in Europa, non si applica in Cina: vale solo per le vendite nel Vecchio Continente di arte contemporanea e, in alcuni Paesi, di arte moderna, un settore del mercato trainante in Occidente ma nel quale la Cina è scarsamente rappresentata.
Detto questo, una semplificazione fiscale e burocratica da sola non sarebbe sufficiente a salvare l’Ovest dal predominio cinese. Per riconquistare la leadership del mercato Europa e Stati Uniti dovrebbero vendere di più agli acquirenti cinesi, trovando un modo per affermarsi sul territorio (ora il mercato interno è vietato agli stranieri) o spingendo i collezionisti cinesi ad acquistare arte occidentale. «Le società occidentali devono conquistare quote di mercato asiatico», ha dichiarato Cerutti. Ma per il momento gli acquirenti cinesi sono più interessati alle pergamene Wu Bin (nel 2009 ne è stato venduto un esemplare a 24,6 milioni di dollari) e alle ceramiche Qing che a Warhol o, poniamo, a Johann Joachim Kändler.

© Riproduzione riservata

Georgina Adam, da Il Giornale dell'Arte numero 308, aprile 2011


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