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Fotografia

Firenze

Che cosa è lecito fotografare e che cosa è morale pubblicare

Settanta immagini oggetto di controversie o contraffazioni raccontano i «casi» più spinosi della storia della fotografia, da Stalin a Toscani

«Buzz Aldrin sulla Luna, 20 luglio 1969», Losanna, Musée de l’Elysée. © Nasa Washington

Firenze. È stata una mostra di grande successo tre anni fa al Musée de l’Elysée di Losanna, che l’ha pensata e prodotta: dopo un tour che ha toccato diverse capitali europee, arriva oggi anche in Italia «Controverses. Una storia giuridica ed etica della fotografia», ospitata dal Museo Fondazione Alinari di Firenze (fino al 5 giugno, a cura di Daniel Girardin e Christian Pirker, catalogo Actes Sud e Musée de l’Elysée).
Merito al museo fiorentino per avere capito l’importanza e la bellezza della mostra e per aver permesso al pubblico italiano di vederla: le fotografie esposte, circa 70, rappresentano infatti le esemplificazioni di quanto la vita di un’immagine dipenda dalle circostanze della sua pubblicazione, dal contesto in cui viene proposta, dalle scelte etiche degli autori e di quanti le utilizzano.
Le controversie di cui parla il titolo sono di ogni genere, si va dalle immagini ritoccate a quelle «rubate», dagli scandali sessuali a quelli del mercato fotografico, dalle offese al comune senso del pudore a quelle al comune buon senso. Dunque, non si aspetti lo spettatore immagini pruriginose, scandaletti buoni ormai solo per vendere qualche biglietto o qualche copia in più, ma immagini celebri, dall’Ottocento fino ai giorni nostri, che per motivi diversi sono divenute, volontariamente o meno, oggetto di polemica. Se è vero che il tema del vero e del falso in fotografia rimonta alle origini del mezzo, con il celebre autoritratto in forma di annegato di un Bayard vivo e vegeto che si lamentava così per le prebende a lui negate e concesse a Daguerre, non si può dimenticare l’infinita querelle sulla veridicità del povero miliziano morente di Robert Capa o non ricordare le fotografie ritoccate per ordine di Stalin, in cui i nemici del dittatore scomparivano misteriosamente dalle immagini ufficiali in cui erano presenti fino al momento della loro caduta in disgrazia. Sullo stesso tema si aggiungono qui anche le fotografie riprese sulla luna, per alcuni testimonianza del grande inganno dell’imperialismo americano, falsi fatti ad arte... E poi ancora, gli interrogativi su quali siano i limiti del pudore, e chi sia autorizzato a individuarli e imporli, come dimostrano le fotografie di Oliviero Toscani per alcune campagne della Benetton entrate nella storia, o la famigerata fotografia della giovanissima e nudissima Brooke Shields in «Pretty Baby» scattata da Garry Gross. Ma anche i limiti di ciò che è moralmente lecito riprendere e soprattutto mostrare di fronte alle tragedie individuali e collettive, un tema che si fa sempre più presente nell’informazione attuale, nella quale le logiche di profitto e audience sembrano essere sempre più dominanti.
La fotografia, però, è divenuta, nel corso degli anni, un oggetto che si scambia con cifre a diversi zeri, anche grazie a una serie di regole inventate dal mercato per rendere più simili questi oggetti a quelli artistici tradizionali. Ecco allora che la discussione può nascere anche intorno alla datazione delle opere o, per meglio dire, alla loro data di stampa. È noto infatti che il vintage, vale a dire la stampa d’epoca realizzata direttamente dall’autore, ha un valore economico molto maggiore delle stampe successive: in mostra, alcune foto di Man Ray e Lewis Hine raccontano di scandali epocali derivanti da questo meccanismo, di fotografie vendute per d’epoca a prezzi esorbitanti e poi risultate stampe tardive. Insomma, ce n’è davvero per tutti i gusti e per ogni ambito dell’esperienza umana, come sempre accade quando si parla delle immagini realizzate con quella strana scatola magica.

© Riproduzione riservata

Walter Guadagnini, da Il Giornale dell'Arte numero 308, aprile 2011


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