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Vernissage

Paolo Pejrone

Paolo Pejrone è l’architetto che ha firmato alcuni fra i più bei giardini al mondo, realizzati partendo da un punto fermo: «Le piante sono sempre più importanti del disegno»

Una veduta del giardino di Paolo Pejrone a Revello (Cn). La foto, di Paolo Fusaro, è pubblicata nel volume «Paolo Pejrone. Cronache da un giardino», edito da Mondadori Arte

A chi pensa al giardino come a un hortus conclusus, o perché appare avulso, nella sua controllata struttura e nella sua armonia, dalla realtà della natura, oppure in quanto riservato a un’esigua élite che può permettersene uno privato, risponde l’architetto paesaggista Paolo Pejrone, toccando un tasto tanto dolente quanto attuale nel nostro Paese: «Penso che ci sia una relazione importante tra il “fare giardini” e la tutela del paesaggio. La creazione del paesaggio miniaturizzato del giardino può persino aiutare a capire i problemi del macropaesaggio».
Torinese, socio fondatore dell’Aiapp (Associazione italiana di architettura del paesaggio), Presidente dell’Accademia piemontese del giardino, è l’ideatore e il fondatore della mostra mercato «Tre giorni per il giardino» organizzata dal Fai che si svolge in primavera, quest’anno dal 28 aprile al primo maggio, e in autunno presso il Castello di Masino a Caravino (To). Pejrone è una grande firma internazionale dell’architettura paesaggista e non c’è miglior giardino del suo, quello nel quale è immersa la sua casa di Revello presso Saluzzo nel cuneese, che esemplifichi le sue idee in merito. A quel luogo Pejrone ha dedicato un libro, Cronache da un giardino, edito da Mondadori e illustrato dalle fotografie di Dario Fusaro, da cui sono tratte le immagini di questa intervista.
Paolo Pejrone, com’è avvenuta la sua formazione professionale che lo ha fatto diventare oggi uno dei più importanti designer di giardini in Italia e non solo?
Sono stato allievo di Russell Page (nato nel 1906 e morto nel 1985, è stato uno dei più grandi architetti paesaggisti inglesi del ’900, Ndr) e ho frequentato lo studio di Roberto Burle Marx a Rio de Janeiro. L’insegnamento principale che ne ho tratto è stato imparare a prendere le decisioni, ma soprattutto a guardare, un requisito indispensabile per la progettazione dei giardini. Le discussioni e i confronti avuti con questi maestri mi hanno aperto la mente, mi hanno dato una certa sicurezza di pensiero e al tempo stesso mi hanno insegnato a dubitare. Insieme a loro ho visitato, e ho imparato a valutare, moltissimi giardini sia in Inghilterra sia in Brasile, a capire le ragioni di ciascun giardino. Penso che la conoscenza di tanti altri giardini sia fondamentale per la progettazione.
Ma da dove arriva la sua evidente passione per questo tipo di lavoro?
Nasce quando ero ragazzino e passavo il tempo a seminare e trapiantare verdure e fiori. Già dall’età di tre anni possedevo un mio piccolo orto dove ho appreso la manualità del mestiere, la sua fisicità a contatto diretto con le piante e con la terra. Mi sono formato così un bagaglio naturale che non ha mai smesso di accrescersi e mi ha fatto sviluppare un intuito speciale nei confronti dei vegetali rendendomi capace di capire subito quali siano le loro esigenze riguardo alle cure colturali.
In questi ultimi anni ha scritto numerosi libri che raccontano questa sua passione. Nella sua carriera sino ad oggi invece quanti giardini ha realizzato?
Sono già oltre settecento. La maggior parte dei giardini da me progettati si trova in Italia, ma ho lavorato molto anche in Francia, in Spagna, in Germania, in Svizzera, in Gran Bretagna. Nella stragrande maggioranza si è trattato di una committenza privata, per giardini di dimensioni contenute perché oggigiorno è molto difficile che ci si possa occupare di vaste estensioni di terreno.
Professionalmente lei viene definito architetto paesaggista. Ma la creazione di un giardino, per definizione un luogo chiuso, ha a che vedere con il paesaggio esterno?
Assolutamente sì. Il micropaesaggio che si progetta all’interno del giardino innanzitutto deve avere una chiave di collegamento con il paesaggio che si trova al suo immediato esterno. Si deve puntare sempre a una composizione adatta al luogo geografico in cui ci troviamo a operare.
Sotto il profilo tecnico quali principi irrinunciabili improntano i suoi progetti?
Tra le regole che ritengo importantissime per la progettazione ci sono innanzitutto il disegnare dei giardini che siano adatti al posto, tirando fuori il giardino che potenzialmente esiste già in quel luogo. Occorre poi valutare la disponibilità economica del committente così da proporre soltanto delle soluzioni che lui sarà in grado di portare a termine e soprattutto di mantenere. Fra le mie abitudini progettuali c’è quella di fare dei giardini che siano capaci di crescere da soli, di evolversi nel tempo con una richiesta minima di interventi da parte del proprietario, così da ridurre i costi della manutenzione. Bisogna curarne la crescita, ma se a monte si è fatta la scelta delle piante giuste per il posto, saranno sufficienti poche cure e solo qualche potatura per riequilibrare i volumi. Nei miei progetti non faccio nessuna ricerca di “bravure psicologiche”, le aborro perché preferisco rispettare la dignità del giardino stesso, delle piante che lo compongono. Per me nella creazione di un giardino sono infatti più importanti le piante del disegno. La parte architettonica può esistere ed essere molto bella, ma non ha mai un peso maggiore rispetto alla componente vegetale. Preferisco un tipo di giardino che sia pittoresco, romantico, in cui non sia evidente la volontà di dominare le piante, che voglio invece siano lasciate libere di crescere nello spazio assegnato loro. Innanzitutto devono stare bene le piante, collocate nell’ambiente adatto, poi si può pensare al disegno. Punto sempre a liberarmi dagli schemi prefissati, dai lacci mentali.
Ma il suo modo di fare giardini prevede anche l’impiego di arredi, di elementi compositivi che non siano solo piante?
Certamente. Si possono utilizzare tutti i tipici parafernalia del giardino, purché abbiano un senso, un nesso forte con la vita del giardino. Il mio è un modo di pensare innovativo, vicino a quello del progettista francese Gilles Clément ma portato avanti con molta più umiltà.
Pensa che i maestri stranieri siano interessanti e vadano imitati?
Trovo che il modo di lavorare di Gilles Clément sia molto divertente. Mi piacciono però molto di più le realizzazioni di Piet Oudolf che, comunque, non cerco affatto di imitare. E nemmeno imito Russell Page: lui ha fatto dei giardini bellissimi, ma che restano legati a un dato periodo storico, a un gusto ben preciso. Invece rispetto a Burle Marx, il suo modo pittorico di affrontare il giardino mi ha molto colpito e quindi, sebbene in un ambiente e con vegetali totalmente diversi, qualche volta metto in pratica il suo tipo di approccio. Ma il giardino che ho in testa resta sempre un fatto molto personale.
Costruire un giardino è come fare un’opera d’arte?
Se arte vuol dire amare, se è un gesto d’amore nei confronti della natura, degli altri, di se stessi, allora sì. Riguardo all’estetica di un giardino ritengo che se le piante sono in buona salute, sono belle e fanno bello il giardino, lo fanno apparire felice, se le piante crescono stentate ciò non è possibile. I volumi, i vuoti e le pause, tutto è come nella musica. In giardino si devono raggiungere l’armonia, l’equilibrio e il benessere dei vegetali. Un giardino con le piante incazzate è terribile! Riguardo allo stile, oggi non mi interessa più di fare una composizione monocromatica, per esempio. Ho avuto quella fase, ma adesso ciò è diventato superfluo. Privilegio la vita vera nel giardino, voglio che sia esuberante, allegro e così mi preoccupo di più di dargli molto letame, di fare le pacciamature, di non usare veleni. L’occhio ha sì la sua parte ma nella composizione il cuore deve prevalere.
Il lavoro nel giardino di Revello le è servito per la sua professione?
Tantissimo. I metodi che ho applicato nel mio giardino li seguo anche per quelli dei clienti. Dopo che ho spiegato loro come intendo debba essere il giardino, mi capiscono e accettano che non sia un luogo bloccato, ma di aspetto spontaneo, naturale. Un’entità vivente che ci accompagnerà nella vita. Le piante cresceranno insieme e potranno anche tornare allo stato selvatico perché non si tratta di un luogo statico.
Il suo è un wild garden?
Io preferisco definirlo shabby-chic, un luogo disordinato, naturale ma pieno di vita, dove anche le infestanti possono essere presenti, seppure sotto controllo; le piante ornamentali sono libere di crescere lussureggianti e vengono solo guidate con piccoli interventi. C’è anche la piccola fauna che anzi cerco di proteggere perché è utile. Coltivo dei bambù per permettere ai passeri di farci il nido, metto dell’acqua per invitare i rospi. Ci possono stare anche le collezioni di piante ma non a scapito di un’atmosfera di spontaneità. Non voglio che abbia la rigidità di un museo, non voglio che sia un giardino spic&span. Metto in pratica il principio del km 0, cioè il movimento dei materiali dentro il giardino è minimo, ad esempio l’erba di sfalcio del prato e le foglie vanno subito a finire sulle radici di qualche albero. Non ho un impianto di irrigazione; bagno solo nei primi due anni dopo l’impianto, poi basta la pioggia. Crescono più lentamente ma ciò riduce anche il lavoro di potatura. Non uso pesticidi contro le malattie, solo il verderame.
Quali consigli darebbe ai giovani che vogliono intraprendere la sua professione?
Questa professione è molto difficile ma dà grandi soddisfazioni, è affascinante nonostante i vincoli della committenza. Ci sono dei corsi che si possono seguire per avere una formazione ma bisogna essere autodidatti, affrontare un cimento personale sul campo portando avanti ciò in cui si crede. Soprattutto è indispensabile vedere moltissimi altri giardini. Sapendo fare le scelte giuste si può realizzare un bel giardino anche con pochi mezzi. Ad esempio, per un giardino mediterraneo può bastare l’impiego di piante facili da reperire, che fanno parte della nostra macchia, come il cipresso, il corbezzolo, l’oleandro, l’alloro, la ginestra, il cisto.
Questa professione presenta maggiori difficoltà in Italia rispetto all’estero?
Non ci sono grandi differenze. Fra gli Italiani, anche se un po’ pasticcioni, si può trovare la manodopera giusta. Ci sono vivaisti molto bravi che forse non offrono la grande varietà dei vivai stranieri ma in compenso coltivano bene le piante in modo più naturale, senza esagerare con la tecnologia, e quindi offrono piante robuste, meno forzate, che non rischiano di soccombere al momento del trapianto a dimora.
Qual è il merito principale della mostra mercato del Castello di Masino?
Quest’anno celebriamo i suoi primi vent’anni. La manifestazione è nata sull’onda di una moda, di un interesse prima superficiale per il giardino, che poi però è diventato un’abitudine e infine una vera passione. Oggi è un dato certo che l’amore per il giardino è autentico anche da noi e a Masino lo si può constatare.
Riguardo alla tutela del paesaggio e dei giardini storici ha qualche suggerimento?
Il restauro non deve mai essere una cristallizzazione. Anche il giardino antico è una realtà viva che si evolve nel tempo. In Italia ci sono esempi molto alti e anche molto bassi di restauro. A Villa d’Este a Tivoli è stato fatto un ottimo restauro, mentre è deplorevole la condizione di Villa Lante. Spesso il risultato non dipende dalla quantità dei finanziamenti ma dalle persone che li gestiscono, dal loro pensiero diverso su quale devono essere le priorità.
Per la città di Torino che cosa vorrebbe?
Sarei contento se ci fossero più spazi verdi grandi. Non le singole piante sulle strade o sacrificate dentro i vasi sparsi qui e là nel centro dove si vede che sono poco curate, sporche e non contribuiscono a migliorare l’ambiente.

Carola Lodari, da Il Giornale dell'Arte numero 308, aprile 2011


  • Una veduta del giardino di Paolo Pejrone a Revello (Cn). La foto, di Paolo Fusaro, è pubblicata nel volume «Paolo Pejrone. Cronache da un giardino», edito da Mondadori Arte
  • Paolo Pejrone. La foto, di Paolo Fusaro, è pubblicata nel volume «Paolo Pejrone. Cronache da un giardino», edito da Mondadori Arte
  • Paolo Pejrone. Foto: Stefano Manca
  • Una veduta del giardino di Paolo Pejrone a Revello (Cn). La foto, di Paolo Fusaro, è pubblicata nel volume «Paolo Pejrone. Cronache da un giardino», edito da Mondadori Arte
  • Una veduta del giardino di Paolo Pejrone a Revello (Cn). La foto, di Paolo Fusaro, è pubblicata nel volume «Paolo Pejrone. Cronache da un giardino», edito da Mondadori Arte
  • Una veduta del giardino di Paolo Pejrone a Revello (Cn). La foto, di Paolo Fusaro, è pubblicata nel volume «Paolo Pejrone. Cronache da un giardino», edito da Mondadori Arte
  • Una veduta del giardino di Paolo Pejrone a Revello (Cn). La foto, di Paolo Fusaro, è pubblicata nel volume «Paolo Pejrone. Cronache da un giardino», edito da Mondadori Arte
  • Una veduta del giardino di Paolo Pejrone a Revello (Cn). La foto, di Paolo Fusaro, è pubblicata nel volume «Paolo Pejrone. Cronache da un giardino», edito da Mondadori Arte

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