Il Giornale dell\ ilgiornaledellarte.comwww.allemandi.com

Editoriale

Il Galán grande

Il ministro Giancarlo Galan: dall'Agricoltura alla Cultura

A poche ore dalla nomina a Ministro per i Beni culturali, mentre arrivano commenti positivi da ogni parte, anche dai sindacati, Giancarlo Galan innesca la prima polemica. Il festival del cinema è solo quello di Venezia, non ci possiamo permettere il doppione di Roma: «Venezia è la grande vetrina del cinema, una delle più prestigiose istituzioni culturali del Paese. Quello di Roma è uno dei tanti festival, gestito da una fondazione privata con gli enti locali. Farlo diventare un superfestival sarebbe un danno. Roma dovrebbe invece pensare a come produrre i film».
La missione di rianimare un Ministero moribondo è assai difficile, e Galan ne è consapevole. Ha grinta ed esperienza ed è affiancato da un consigliere fidato e collaudato, sicuramente esperto e ben introdotto nel sistema culturale, Franco Miracco. Le sue radici sono a Padova, nel Partito Liberale: dirigente di Publitalia, nel 1993 è stato nella squadra di quelli che hanno contribuito all’avventura politica di Silvio Berlusconi. Deputato di Forza Italia, nel 1995 è eletto presidente della Regione Veneto, che ha guidato incontrastato per 15 anni. Nel 2008, in un libro intervista intitolato con scarsa modestia Il Nordest sono io, si presenta come politico concreto e aggressivo. Costretto a rinunciare alle elezioni per un quarto mandato in Veneto (il posto è della Lega) ha dichiarato: «Considero quanto avvenuto peggio di un tradimento: è un errore». Nel 2010 diventa ministro delle Politiche agricole. Dopo le sofferte dimissioni di Sandro Bondi tocca a lui un Ministero per i Beni culturali sull’orlo della bancarotta, assediato dalle polemiche.
Ministro Galan, come si sente di fronte al nuovo compito?
Con una certa autoironia, anni fa, mi auguravo di fare il ministro per i Beni culturali finita l’esperienza in Veneto, una delle regioni culturalmente più importanti del mondo. Adesso questa avventura comincia davvero e provo anche sentimenti di forte preoccupazione, quasi di paura. Non c’entra quello che è accaduto o non è accaduto durante il periodo in cui è stato ministro l’amico Sandro Bondi. È un fatto: c’è stata una lenta ma progressiva caduta delle istituzioni culturali e delle risorse del Ministero. Siamo scesi a circa lo 0,20 per cento del bilancio dello Stato: del resto da anni, con tutti i governi, di centrosinistra e di centrodestra, questa percentuale comincia sempre con uno «zero virgola». Ci riempiamo la bocca con la cultura, la bellezza dei nostri paesaggi, i miti dell’arte italiana ma questo è da tempo uno dei settori derelitti della nostra politica.
Che cosa intende fare per cambiare una situazione tanto compromessa?
Mi muoverò rapidamente, una volta presa conoscenza dello stato delle cose, che del resto immagino: basta leggere le cronache. Considero una vera tragedia il degrado di tantissimi monumenti, aree archeologiche, musei, istituzioni storiche, fondazioni che non ce la fanno più ad andare avanti. Ed è così anche per i beni degli enti locali. In questi anni c’è stato un salto all’indietro spaventoso. Penso che prima ancora di cercare i soldi dello Stato, che restano indispensabili, vorrei mettere in piedi progetti ben precisi, effettivamente realizzabili, intorno ai quali unire anche i privati. La valorizzazione delle attività culturali è necessaria, musei e luoghi d’arte devono essere appetibili, fruibili da un pubblico sempre maggiore. È importante avere musei con ristoranti, librerie, servizi. Ma non basta. Per la cultura è come per la salute: deve restare nella piena responsabilità della mano pubblica ma non faremo grandi passi in avanti senza l’intervento dei privati. Lo si dice da molto tempo e io spero di realizzare l’incontro tra pubblico e privato. Per questo servono anche nuove norme.
Lei ha dichiarato che interverrà con urgenza su Pompei. A quali altre priorità sta pensando?
Tra i grandi temi cito quello dei piani paesaggistici. Chiederò, anzi tormenterò le Regioni perché si arrivi alla definizione dei piani paesaggistici secondo quanto prevede il Codice dei Beni culturali. Il paesaggio è un patrimonio straordinario. Inutile parlare di Siena senza affrontare i problemi del suo territorio o del Veneto senza le colline del Prosecco. Fra tanti, un altro obiettivo mi sta a cuore. Con le nuove Gallerie dell’Accademia di Venezia, che apriranno presto, la città avrà un asse della cultura straordinario: Ca’ Pesaro e Ca’ Rezzonico proprietà del Comune, l’Accademia, patrimonio dello Stato, e poi il Guggenheim, Palazzo Grassi, Punta della Dogana che sono istituzioni private. Tutti luoghi d’arte straordinari ma che appartengono a istituzioni diverse e agiscono ciascuna con propri progetti. E lo stesso accade in tante città d’arte. È necessario un coordinamento anche per evitare, ad esempio, l’affollamento indigesto di mostre ed eventi che colpiscono Venezia e altre città in alcuni momenti, mentre c’è poco o niente nel resto dell’anno.
Perché, secondo lei, manca ancora la coscienza collettiva dell’importanza dei nostri tesori culturali?
C’è una responsabilità precisa della politica. Esistono però nel Paese e nel Mibac intelligenze e professionalità di grande valore. Spero che continueranno a esserci, perché nelle condizioni attuali, se non si risana il «corpo» del sistema culturale italiano, non credo che molti giovani saranno ancora interessati a fare gli storici dell’arte o gli archeologi al servizio dello Stato. Secondo me, pensiamo troppo alle grandi mostre, ai restauri clamorosi, ai grandi musei. La politica si è riempita spesso la bocca di vento. Dobbiamo aiutare chi sta negli archivi, nelle biblioteche o chi fa il duro lavoro dell’archeologo che va a ricomporre la storia, strato dopo strato. Quando ero ministro dell’Agricoltura alcune studiose di preistoria sono venute da me: avevano scavato nel Mugello e trovato farine e frammenti di macine del Paleolitico superiore, 30mila anni fa: gruppi umani che usavano tecniche agricole che si pensavano molto più recenti, non più di 10 o 15mila anni fa. Una scoperta sensazionale. Dobbiamo dare una mano anche a persone come loro.
Lei ha già affermato che servono finanziamenti «ordinari, stabili e sufficienti» e che non farà il «sottosegretario di Tremonti». Come pensa di rimettere in piedi il «corpo» del sistema culturale?
Intendo portare difficoltà e necessità del Ministero in sede di Governo. Non terrò per me i problemi, li rovescerò sui tavoli del Governo e del Parlamento che intendo coinvolgere nei grandi progetti culturali del Paese. Questo farò, per superare quello che credo sia un grave limite della politica.
Ha già un’idea, un grande progetto da lanciare?
Non voglio anticipare nulla. Sarebbe presuntuoso e sciocco. Sto ascoltando dirigenti del Mibac e soprintendenti. Ma non c’è tempo da perdere. Ne è rimasto poco per questa esperienza nella quale mi butto con passione. Intanto, quando questa intervista sarà pubblicata mi auguro di aver ricucito i rapporti tra il Ministero e alcune importanti personalità che si sono dimesse dai loro incarichi: prima di tutto Andrea Carandini (che si dice possa tornare al suo incarico, Nda) ma penso anche a Salvatore Settis (per cui sarebbe in progetto un ruolo di guida di una «task force» per il paesaggio, Nda) e ad altre personalità che lavorano per la cultura e onorano il nostro Paese.
Ci sono gravi problemi per il personale del Ministero, mancano anche i soprintendenti…
Dai primi dati ho visto che sono decine gli «interim» nelle Soprintendenze. È un problema da affrontare al più presto. Come è possibile essere soprintendente a Venezia e contemporaneamente a Parma e Piacenza? Penso a Venezia anche perché siamo vicini all’apertura delle nuove Gallerie dell’Accademia, anche se conosco la loro pesante situazione finanziaria che rallenta i lavori.
Il problema dell’interim a Venezia è legato alle bocciature della Corte dei Conti alla nomina a soprintendente di Vittorio Sgarbi. Come finirà?
Si può ormai parlare di un «caso Sgarbi». Premetto: da uomo di fede liberale non condanno o accuso mai nessuno fino a prova contraria. Ma da liberale rispetto le decisioni delle istituzioni. Come presidente del Veneto sono stato sempre molto attento ai suggerimenti, alle critiche, a volte agli elogi che mi venivano dalla Corte dei Conti. Quindi mi attengo a quanto è stato detto dalla Corte. Se ci saranno novità, ne prenderò atto.
© Riproduzione riservata

Edek Osser, da Il Giornale dell'Arte numero 308, aprile 2011


Ricerca


GDA marzo 2019

Vernissage marzo 2019

Il Giornale delle Mostre online

Società Editrice Umberto Allemandi s.r.l.
Piazza Emanuele Filiberto, 13/15 10122 Torino
Tel 011.819.9111 - P.IVA 04272580012