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Andrea Emiliani

«La mia vita e il mio piacere sono stati nella Soprintendenza, nei musei e nelle mostre, assai più divertenti del far lezione, ma non sopporto il rotolìo scomposto e rumoroso dell’eccesso di mostre senza qualità»

Nel 1986 in una foto di Marco Baldassari

Il 7 marzo Andrea Emiliani ha compiuto 80 anni: una vita in cui pubblico e privato si sono compenetrati nella tessitura di studi, relazioni e progetti per l’arte. Abbiamo ripercorso con lui le tappe fondamentali della sua vita e l’irripetibile stagione del Rinascimento bolognese post guerra.
Le scelte della sua vita, Urbino o Bologna, Soprintendenza, Pinacoteca o Università, sono state segnate dal dilemma o dal caso?
Spesso mi domando come mai la mia vita di storico dell’arte non si sia svolta a Urbino. La mia educazione all’arte è stata urbinate: vivevo di fronte a Palazzo Ducale e dalle mie finestre guardavo la Sala delle Veglie e «vedevo» Elisabetta Gonzaga ed Emilia Pio di Montevecchio discorrere col Castiglione. Urbino era allora luogo mirabile dall’atmosfera intrisa d’arte, ora città dall’aria afflitta di chi è abbandonata dai suoi. Venni a Bologna nel 1950 all’Alma Mater cercando Roberto Longhi che s’era appena trasferito a Firenze. Incontrai invece Francesco Arcangeli, suo assistente volontario da 15 anni che poi, per sopravvivere, andò a insegnare al Liceo Galvani tornando all’Università come docente solo nel 1968. Nel 1953 Arcangeli decise la mia vita presentandomi al soprintendente Cesare Gnudi: fu l’avvio d’un sodalizio lungo una vita che mi ha portato a scegliere la Pinacoteca e non l’Università. Mi prese il fascino vampirizzante di Gnudi e delle sue iniziative. In quegli anni Gnudi battibeccava col suo maestro Carlo Ludovico Ragghianti proprio sull’Università: Ragghianti credeva nella cultura accademica, Gnudi aveva capito che la strada delle Soprintendenze e della Pinacoteca si apriva a nuove prospettive: le mostre d’arte. Nel ’54 «Guido Reni» con 80mila visitatori e 10mila cataloghi venduti, nel ’56 «La Resurrezione dei Carracci», nel ’62 «L’Ideale Classico del Seicento» che riunì a Bologna tutti o quasi i Poussin del Louvre: spettacolo formidabile. E poi nel ’70 «Natura ed Espressione», in cui Arcangeli, in antitesi esplicita e dialettica all’ideale classico di Gnudi, contrapponeva Annibale Carracci, creatore dell’ideale classico a Bologna e poi a Roma presso il cardinale Farnese, al cugino Ludovico: la città dotta, aristocratica, colta e la città popolare, aggressiva, espressionista. Una mostra sperimentale, fatta di persone non di storie: Aspertini, Crespi, Ludovico Carracci, come forse solo Henri Focillon avrebbe potuto farla. Per influenza di Longhi, che ben conosceva Focillon e aveva già recensito Piranesi del 1918, sono stato cultore precoce della Vie des Formes di Focillon, libro del 1935 e trattato senza equivalenti, unica definizione teorico-pratica della forma nell’estetica dell’arte. Andai dalla figlia di Focillon, Hélène, moglie di Jurgis Baltrusaitis, e le chiesi l’autorizzazione a pubblicare a Bologna Piranesi e Les Maitres de l’Estampe, del 1930, sugli incisori da Rembrandt a Méryon. Così mentre Einaudi iniziava a pubblicare L’Arte in Occidente e La Scultura Romanica, a Bologna Focillon usciva con le Edizioni Alfa di Elio Castagnetti, l’unico editore d’arte bolognese del dopoguerra. Avere in casa un editore d’arte non provinciale ma ardimentoso era un punto di forza per l’attività espositiva.
Il suo nome è legato a una grande stagione di restauri.
Come alter ego di Gnudi, seguivo la Pinacoteca in restauro, l’attività della Soprintendenza e i grandi restauri avviati da Gnudi: il recupero del patrimonio massacrato del Trecento riminese, l’Abbazia di Pomposa, Palazzo Schifanoia a Ferrara, gli affreschi del XIV e XV secolo a Bologna. E da questa esperienza quanti cantieri museografici sono nati, col gran piacere di far girare la ruota della conoscenza: il cantiere che più mi ha entusiasmato è stato il restauro del complesso di Santa Giulia a Brescia nel 1978-1990, dove fui consulente. A Bologna ho sempre avuto molte parti sul palcoscenico critico-artistico: dopo il pensionamento volontario di Gnudi nel 1973 e la sua morte nel 1981 (ho avuto il dispiacere di vedere i miei maestri scomparire precocemente: Arcangeli a 59 anni nel 1974, Gnudi a 71 anni nel 1981, negli stessi anni ’80 Carlo Volpe), nel 1978 divenni Soprintendente e all’Università, pur non entrandovi mai da cattedratico e restando 18 anni associato, ho collaborato alla nascita del Dams, all’Istituto delle Scienze e al nono centenario dell’Alma Mater. Mi chiamarono per una cattedra a Milano, Urbino, Sassari e Bari: iniziai ovviamente da Urbino ma conclusi il colloquio con Carlo Bo dichiarandogli «Son qui per dirle che non verrò ad insegnare ad Urbino». La mia vita e il mio piacere sono stati nella Soprintendenza, nei musei, nelle mostre e attività connesse, assai più divertenti del far lezione. Negli anni 80, da soprintendente, grazie alla disponibilità dell’allora ministro Scotti che nel 1983 che mi concesse 2,5 miliardi di lire, allora una bella somma, ho potuto realizzare i restauri di Niccolò dell’Arca, le vetrate di San Giovanni in Monte, il polittico di Jacopo di Paolo a San Petronio e avviare in Palazzo Fava l’intervento sugli affreschi delle «Storie di Giasone» dei Carracci che stavano letteralmente crollando, oggi restituiti all’originale eccellenza da Fabio Roversi Monaco. Fortuna inaudita è stata invece l’acquisto del più bel palazzo neoclassico d’Italia: Palazzo Milzetti a Faenza, ceduto allo Stato per la somma di 90 milioni di lire compresi tutti gli arredi e oggetti d’arte al suo interno. Palazzo mai di fatto abitato e perciò rimasto intatto con le sue tempere in uno stato di conservazione sublime. Mi sono occupato anche, en amitié, di musei fuori Bologna: Palazzo Farnese di Piacenza, Santa Giulia a Brescia e la Pinacoteca di Parma per la quale tentai invano di fermare, come soprintendente-reggente, quel restauro della Pilotta in stile architettese che ha portato all’assurdo dell’entrata dal Teatro Farnese.
Lei è molto ricordato ancora come il protagonista della stagione delle grandi mostre dedicate all’arte bolognese.
Nel 1983, anno decisamente fortunato, si presentarono in Pinacoteca Sir John Pope-Hennessy, allora guest-curator del Metropolitan di New York, e Sydney Freedberg, curator della National Gallery di Washington. Erano i giorni della «Bologna Renaissance» in cui le mostre di Gnudi avevano creato rinnovato fermento critico e Pope-Hennessy e Freedberg mi dissero: «Vorremmo fare a New York e a Washington qualcosa di importante sull’arte bolognese» a cui replicai, perché già allora ero diffidente nei confronti delle «mostre-monstre» (le mostre non possono diventare contenitori aerei o ferroviari d’opere d’arte sballottate qua e là per il mondo), «certamente purché si faccia anche a Bologna. Una mostra a tema unico su tre sedi: Bologna, New York e Washington». Furono subito entusiasti e Pope-Hennessy aggiunse che a tema e titolo aveva già pensato: partiva «Nell’Età di Correggio e dei Carracci» del 1986 e la collaborazione con il Metropolitan e Pope-Hennessy e poi con Keith Christiansen e Philippe de Montebello, e con la National Gallery di Washington, allora diretta da John Carter Brown con Sydney Freedberg come guest-curator. Fu una stagione incredibile: a Correggio e i Carracci seguirono «Guido Reni» nel 1988 a Bologna, Washington e Los Angeles e in più Francoforte perché Sybille Ebert-Schifferer, direttrice della Schirn Kunsthalle, volle unirsi all’avventura organizzando con noi a Francoforte «Guido Reni ed Europa». Poi vennero Guercino nel 1989-90 a Bologna, Wa­shington e Los Angeles, «Crespi» nel 1990-91 a Bologna e a Stoccarda, col forfait di Mosca a causa della prima guerra del Golfo, infine «Ludovico Carracci» nel 1993 a Bologna e a Fort Worth-Dallas, e mostre «minori» a Tokyo, a Melbourne e in Sud America.
Parliamo di attualità e della mostra di Venaria Reale.
Patetica querelle! (cfr. n.306, feb. ’10, p. 14, Ndr). Per «La Bella Italia», la mostra a Venaria curata da Antonio Paolucci, sono state scelte, credo con intelligenza, alcune città italiane, emblematiche «capitali del gusto» italiano; Roma, Venezia, Napoli, Bologna, Milano e io ho cercato di dare di Bologna un ritratto specificamente bolognese più che emiliano perché ritengo che l’ideale del Classicismo sia in Annibale Carracci e che con lui Bologna faccia il salto di qualità a livello europeo portando, grazie al cardinal Odoardo Farnese, l’arte bolognese a Roma a Palazzo Farnese con quel capolavoro che è «L’Olimpo» e poi attirando i francesi, Poussin e Dughet in primis, e l’ondata europea dei classicisti e dei paesaggisti, fra cui il francofortese Adam Elsheimer a testimoniare il coinvolgimento anche dell’Europa del Nord in questo movimento del gusto. Ed è questa fortuna dell’«ideale classico» dell’arte bolognese, così come lo indicò Gnudi, che fa di Bologna una delle «capitali del gusto» italiano. Sennonché pare che il concetto appaia troppo arduo a comprendersi a chi non sia strettamente storico dell’arte: ai primi di gennaio fui avvertito che a Modena un onorevole di cui non ricordo mai il nome lamentava vigorosamente e politicamente l’assenza di Modena, e in subordine di Parma, dal quadro europeo da me delineato. L’equivoco è sul termine di «capitale»: non capitale storica bensì del gusto, quindi Bologna e non Modena e Parma che furono capitali di Stato ma non creatrici di un gusto autonomo nell’arte, tanto che per tutto il ’600 e il ’700 si parla in Europa del «goût des Bolonais». Ma per buona pace dell’onorevole che non cito, in mostra son presenti anche i «Francesco IV» di Velázquez e di Bernini da Modena e il Parmigianino da Parma che col Classicismo nulla hanno a che fare e son lì come comprimari un po’ spaesati o ospiti invitati di ripiego.
Adesso ha ottant’anni: ha dei sassolini da togliersi?
Sono stato molto fortunato e di natura sono poco rancoroso. Ho avuto due maestri d’eccezione, Gnudi e Arcangeli e non ho mai avuto né particolari offese né speciali risentimenti: preferisco citare Dante «Non ti curar di lor ma guarda e passa» che Mussolini «Molti nemici, molto onore»! Grandi sassolini dunque non ne ho. Certo vi son cose che non apprezzo e che mi infastidiscono: dopo tanti anni di attività museografica e d’ideazione di mostre, mi di­sturba il rotolìo scomposto e rumoroso dell’eccesso di mostre senza qualità. La quantità esasperante e la mercificazione culturale per mano di alcune agenzie più astute che creano una sorta di supermercato dell’arte con l’esposizione di quadri anche importanti ma senza costrutto: ciò che conta in una mostra è l’essere motivo di elaborazione e conquista di una problematica estetica e artistica, non solo gaudente, e commerciale, fruizione visiva. Questo profluvio di mostre a cascata danneggia i musei che rispetto alle mostre hanno il difetto di essere statici e permanenti, di non offrire un rinnovabile orgasmo estetico così come la moglie decennale non dà lo stesso «frisson» della giovane amante occasionale. Anche da qui la crisi evidente del museo, continuamente sopraffatto da episodi di disturbo spesso solo spettacolari e privi di veri contenuti culturali e di ricerca. Del resto è nello spirito dei tempi accanto all’economia culturale così sconsiderata per cui il patrimonio artistico appare affidato al caso. Si decapitano le Regioni, si soffocano i Comuni e si strangolano le Soprintendenze che non hanno più di che sopravvivere mentre dall’alto si affidano fondi inauditi a progetti dissennati con scopi ben più politici che culturali.
Abbiamo citato le mostre «bocciate». E le mostre «promosse»?
Su tutte prediligo «Federico Barocci», a Bologna nel 1975, che riuniva quasi tutta l’opera pittorica e 300 disegni. Del resto la prima mostra della mia vita fu «Il Trecento Bolognese» di Longhi del 1953, appena arrivato a Bologna, con quadri che allora già venivano dai musei inglesi e americani, mostra di cui non fu mai fatto il catalogo. Gnudi e Luisa Becherucci avevano fatto «Melozzo» molto bene nel 1937 a Forlì: una mostra esemplare come anche questa attuale curata da Paolucci, Benati e Natale. Indimenticabile la mostra di «Caravaggio» del 1952 a Milano, occasione in cui, ventunenne, fui presentato a Longhi. Altra mostra insuperabile resta il «Seicento Europeo» a Roma nel 1955 curata da Hermann Voss.
Chi può annoverare tra gli «Amici d’Arte»?
Amicizia e devozione mi hanno legato a Gnudi e Arcangeli. Considero Arcangeli, uomo di grandissimo fascino culturale e umano, il maggior scrittore d’arte italiano. Longhi diceva: «Ho avuto tre allievi superlativi: per l’intelligenza critica Alberto Graziani, per la letteratura scritta Francesco Arcangeli e per l’occhio e l’intuizione attributiva Federico Zeri...». Le mostre degli anni di Gnudi e le successive sono state occasione di visitazioni straniere eccellenti e di durature, fondamentali amicizie: Hermann Voss, Donald Poster, Steve Pepper, A.W.A Boschloo. E poi Andrè Chastel: presenza costante e affezionata a Bologna. Tappa obbligata era la visita a Marilena Camerini Maj, salonnière bolognese che nelle sue case di Bologna e Castiglion della Pescaia ha intrattenuto la più bella cultura artistica, letteraria e musicale italiana e non solo. E se la prima visita fu per il Ludovico Carracci e il Gandolfi della signora, che chiamava Chastel «il nostro simpatico professorone», l’assiduità era dovuta alle superbe tagliatelle preparate dall’ineffabile domestico romagnolo. Una seduzione tutta bolognese che irretì anche Sydney Freedberg e Vitale Bloch. Dell’amicizia di Giulio Carlo Argan ricordo i lunghi racconti dei salvataggi delle opere d’arte dopo l’8 settembre, vissuti di prima mano anche da me bambino per aver visto gli arrivi e le partenze dal Palazzo Ducale d’Urbino di casse su cui era scritto, per esempio, «Venezia Pala d’Oro». Da Bologna invece, in quelle stesse circostanze, Arcangeli accompagnò la «Santa Cecilia» di Raffaello a Piacenza per consegnarla a Carlo Alberto Dell’Acqua perché la portasse in salvo di là dal Po fino all’Isola Bella dove i principi Borromeo e il cardinale Schuster organizzavano il deposito segreto dei quadri da sottrarre ai tedeschi. Arcangeli fu instancabile: dopo ogni bombardamento correva nelle chiese a raccogliere le tele, a volte perfino a brandelli. Io stesso ho ricomposto almeno sette opere di rilievo scampate alla distruzione grazie a lui. Fra gli amici brilla certamente Sir Denis Mahon. Approdò a Bologna nel 1954 per la mostra di «Guido Reni» come amico di Otto Kurz, bibliotecario del Warburg Institute. Si era laureato nel 1934 a Oxford e fu Nikolaus Pevsner ad indicargli Guercino per la sua tesi. Mahon non aveva neppure idea di chi fosse Guercino: guardò qualche quadro e se ne innamorò talmente che ancor oggi a cent’anni suonati è li che lo studia. Da quella volta è diventato un ospite abituale di Bologna. Uomo spiritosissimo, di flemma e humour tipici dell’upper class britannica. Una volta, mentre come sempre gli facevo da autista nei nostri viaggi alla ricerche di opere rare o perdute, alla domanda se avesse mai guidato e posseduto un’auto, rispose spiazzandomi: «Sì. Possedevo un’Aston Martin ma ho smesso di guidarla perché a Londra è troppo appariscente». E sul tema delle auto chiudiamo: dopo la prima Topolino, acquistai da Giorgio Balboni, amico di Giorgio Morandi, la sua Alfa Romeo, l’auto che Balboni usava per portare a Grizzana il Maestro, che lo redarguiva con voce cavernosa «Vada piano, Balboni!» al che Balboni mostrava a Morandi il contagiri: «Ma non vede che andiamo a 35km/h».

© Riproduzione riservata

Giovanni Pellinghelli del Monticello, da Il Giornale dell'Arte numero 308, aprile 2011


  • Nel 1975 con Guido Fanti
  • Il bambino Andrea Emiliani
  • Nel 1981 con Paolo Monti (la foto è di Marco Baldassari)
  • Nel 1989 con Alberto Burri
  • Nel 1985 in una riunione dell’Accademia Clementina (è il primo a sinistra)
  • Nel 1993 con Giorgio Napolitano
  • Nel 1990 con Francis Haskell
  • Nel 1995 ancora in una foto di Marco Baldassari

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