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Il re nudo

Un’altra conseguenza delle guerre culturali

Le irruzioni nel Museo Egizio del Cairo sono solo l’ultimo esempio della politicizzazione dell’archeologia chiamata a legittimare le Nazioni

Le recenti proteste al Cairo durante le quali alcuni oggetti del Museo Egizio sono stati saccheggiati o danneggiati. © Khaled Desouki-Afp-Getty Images

Le immagini caotiche dal Cairo di tumultuosi dimostranti all’esterno di un Museo Egizio sotto assedio, i tremolanti video di vetrine distrutte e le voci di saccheggi in siti archeologici di tutto il Paese hanno riportato alla memoria il doloroso ricordo del saccheggio di otto anni fa al Museo di Baghdad. Oggi, come allora, Unesco, Icomos, Icom e varie organizzazioni culturali non governative, hanno espresso preoccupazione e offerto assistenza tecnica per assicurare protezione ai siti e alle opere.
Sono lontani i giorni in cui i reperti delle antiche civiltà erano visti come oggetti di riflessione puramente estetica o documenti storici dei progressi della civilizzazione. In un’era di identità politiche, le antichità e i siti archeologici sono divenuti il pomo della discordia in sanguinosi conflitti militari, dispute religiose e faide etniche. La distruzione, da parte dei talebani, dei Buddha di Bamiyan e la disputa sulla Montagna del Tempio di Gerusalemme sono alcuni tra gli esempi più pubblicizzati, ma l’elenco cresce continuamente. In tempi recenti, si sono verificati scontri a fuco sul conteso tempio di Preah  Vihear, sul confine cambogiano thailandese; in Uganda, la polizia è stata schierata nelle tombe reali di Kasubi, incendiate in una faida tra gruppi religiosi. In India, il complesso di templi e moschee di Ayodhya è stato suddiviso a forza tra i rivendicanti musulmani e indù.
Le richieste di rimpatrio di reperti archeologici e di pezzi per lungo tempo esposti nei musei stranieri sono diventate materia di orgoglio nazionale. L’Egitto ha richiesto la restituzione dalla Germania del famoso Busto di Nefertiti, l’Iran ha inviato richieste per il Cilindro di Ciro del British Museum e il Perù è riuscito a porre fine quest’anno alla secolare custodia presso l’Università di Yale dei manufatti di Macchu Picchu. Superfluo citare i marmi del Partenone.
Perché l’archeologia è diventata così politicizzata? Forse perché un pedigree archeologico è divenuto una conditio sine qua non della legittimità giuridica e politica. I siti archeologici e i manufatti sono diventati l’incarnazione tangibile della sovranità tra poteri rivali, stati post coloniali, nazioni emergenti e gruppi in diaspora. Lo storico Timothy Mitchell l’ha ben descritto nel suo recente libro sull’Egitto del XX secolo, Rule of Experts, suggerendo che «per uno Stato, provare la propria modernità è più facile se può anche provare che era antico». In un’epoca di scienza e di verità empiriche, i reperti archeologici autenticati sono assai più convincenti delle tradizioni popolari o delle credenze religiose.
L’elenco del Patrimonio Mondiale dell’Unesco rappresenta la lista più pubblicizzata della legittimità storica internazionale. Male colga la Nazione accusata di non prendersi efficientemente cura del suo patrimonio culturale. Questa negligenza è vista come equivalente al sottrarsi alle responsabilità di governo. L’Italia ha causato l’imbarazzo internazionale per il crollo della Casa dei Gladiatori a Pompei; il saccheggio incontrollato e i furti di antichità in Paesi archeologicamente ricchi, ma economicamente poveri, è visto come segno di noncuranza per le antiche sorgenti della legittimità. Ancor peggio è la minaccia di intervento da parte di autorità internazionali (leggasi europee e americane) negli affari riguardanti le antichità di una Nazione. Le dichiarazioni di preoccupazione per i monumenti archeologici dell’Egitto sono state accolte con ostilità da Zahi Hawass, il frettolosamente incaricato ministro delle antichità nell’assediato Governo di Mubarak, poi dimessosi. «Non abbiamo bisogno di nessuna supervisione internazionale», ha dichiarato assicurando che il patrimonio egiziano non correva rischi.
Eppure la politica del passato non riguarda soltanto gli stati o i popoli rivali, non è solo la linea di demarcazione tra le «nostre» antichità e le «loro». Nel nostro mondo globalizzato ci sono in effetti due diversi modi di porsi circa la politicizzazione dell’archeologia. Da una parte ci sono quelli che considerano le antichità come oggetti di speciale importanza e trascendente valore, che devono essere tenute al riparo dall’incertezza della situazione politica contingente. Dall’altra, in varie parti del mondo, ci sono vaste popolazioni, in gran parte povere, che giudicano i siti archeologici come l’oziosa ossessione di estranei. Ciò riflette un pericoloso scenario di non possesso.
Purtroppo, la manipolazione politica e l’ampia distruzione delle risorse archeologiche del mondo continua alimentata dal sostegno per, o dal risentimento contro, la quasi religiosa fede per le identità nazionali eterne e dalle politiche autoritarie, al servizio delle quali si annoverano troppo spesso i reperti archeologici.       © Riproduzione riservata

Neil Silberman, da Il Giornale dell'Arte numero 308, aprile 2011


  • Neil Silberman

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