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Barcellona

Suvvia: siamo realisti!

Al Mnac una mostra sul Realismo, da Courbet a Tàpies

Carolus Duran, «Il convalescente», Parigi, Musée d’Orsay

Barcellona. Il bambino appoggia il piede sulla base della cornice e si afferra ai lati come se il quadro fosse una finestra e lui fosse deciso a uscirne. Il dipinto «Fuggendo dalla critica», un trompe-l’œil di Pere Borrell, che non ha niente da invidiare ai più raffinati effetti tridimensionali digitali, è una delle immagini-simbolo della mostra «Realismo(i). L’impronta di Courbet», organizzata dal Museo Nacional d’Art de Catalunya (Mnac) con un doppio obiettivo: divulgare la produzione di Gustave Courbet da una prospettiva contemporanea e valorizzare il poco noto movimento realista catalano. «Salvo rare eccezioni, la storiografia europea ignora l’esistenza di una tendenza realista nella pittura catalana, mentre non esita a parlare di una tradizione realista che si estende per tutta l’Europa, escludendo la Spagna», afferma Francesc Quílez, conservatore capo del Mnac e cocuratore della mostra con Cristina Mendoza, vicedirettore del museo, e Mercé Doñate, conservatore della collezione d’Arte Moderna. La rassegna, aperta dal 7 aprile al 10 luglio, gravita attorno a Courbet e al suo omologo catalano Ramón Martí i Alsina, che rivoluzionò l’anchilosato panorama artistico spagnolo dell’800 e svolse un ruolo chiave nell’evoluzione della pittura catalana, che reagì al freddo accademismo imperante, abbracciando il Realismo con lo scopo di infondere una nuova vita all’immagine pittorica. «Martí i Alsina fu il maestro di una nuova generazione di autori che rifiutano la formazione accademica, pur riconoscendo l’autorità classica, studiata e incorporata nelle loro creazioni. Il ritratto vive un nuovo auge, essendo il genere che meglio riesce ad assorbire l’influenza della pittura barocca spagnola. L’apparenza verosimile, la luce tenebrista e la naturalità del viso e dell’atteggiamento, sono alcune delle caratteristiche più rivelatrici di questa nuova estetica. Allo stesso tempo il repertorio figurativo si umanizza, abbandonando i volti ieratici e stereotipati che avevano distanziato l’opera pittorica dalla realtà», spiega Quílez. Precisamente per sottolineare l’influenza che i grandi maestri del Barocco esercitarono sulla pittura realista del XIX secolo, è esposta una selezione di stampe e dipinti del Seicento, tra cui un autoritratto di Murillo della National Gallery di Londra, che ha viaggiato in poche altre occasioni. La selezione comprende un’ottantina di opere tra dipinti, disegni, incisioni e fotografie, con molti prestiti importanti dal Museo d’Orsay e dal Petit Palais di Parigi, dei musei di Montpellier, Besançon e Stoccolma e del Metropolitan di New York. L’allestimento non stabilisce sequenze cronologiche, ma insiemi tematici dedicati al ritratto e all’autoritratto, ai paesaggi, alle scene di genere, al nudo e all’erotismo, che merita una menzione speciale per l’abbondanza, la qualità e la peculiarità delle opere. Nell’ultima parte del percorso sono esposti dipinti recenti di Antoni Tàpies per mostrare l’impronta realista in uno dei creatori catalani contemporanei più internazionali. «Realismo è un termine polisemico e controverso, che spazia dal movimento nato in Francia nel 1855 fino ai neorealisti del ’900. Per questo abbiamo deciso di chiudere la mostra con un ambito che sintetizza la sua ambiguità e la sua ambivalenza, dimostrando che anche un artista di riferimento dell’Informale come Tàpies, si può leggere in chiave realista», conclude Quílez.

© Riproduzione riservata

Roberta Bosco, da Il Giornale dell'Arte numero 308, aprile 2011


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