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Sharjah

Curatori profeti e artisti-reporter

Le opere per la Biennale erano state scelte un anno fa, eppure tutta la mostra sembra riflettere gli attuali conflitti nel Medio Oriente

Un’opera di Mustapha Benfodil esposta alla Biennale d’arte contemporanea di Sharjah. © Gerardo S Martinez

Sharjah (Emirati Arabi Uniti). Gli artisti sono più sensibili allo Zeitgeist rispetto agli altri, o almeno questo è quello che è sempre stato detto, ma nel caso della 10ma Biennale di Sharjah, in corso sino al 16 maggio, anche i curatori si sono rivelati estremamente lungimiranti. Non sono stati tuttavia altrettanto abili nel sottolinearlo alla conferenza stampa: alla domanda se qualche opera d’arte avesse a che fare con la rivoluzione che scuote il mondo arabo dallo scorso gennaio, hanno risposto che tutto era già stato scelto o commissionato un anno fa. Eppure tra le parole chiave che i curatori Suzanne Cotter (inglese, del Guggenheim Abu Dhabi), Rasha Salti (libanese, residente a New York) e Haig Aivazian (libanese, al momento a Chicago) hanno scelto come leitmotiv della loro Biennale figurano «insurrezione», «affermazione» e «tradimento». In quello che rimane dell’antica città di fronte al Sharjah Art Museum, è proiettato un documentario che mostra, girato da loro stessi, rivoluzionari nelle strade, cecchini che sparano, la vecchia guardia che tenta una vana resistenza prima di capitolare, le bandiere che sventolano e la folla festante che intona il coro «Libertate! Libertate!»: siamo a Bucarest nel 1989 e non al Cairo nel 2011, ma lo spirito è identico. Più artisticamente mediata è l’opera del regista indiano Amar Kanwar, sulla campagna portata avanti dal libraio burmese che strappò le prime pagine di tutti i suoi libri perché riportavano i precetti dei generali, e pagò questa insubordinazione con la condanna al carcere. Ci sono primi piani, girati dagli artisti di Los Angeles Julia Meltzer e David Thorne, dell’ attore siriano Rami Farah e delle sue reazioni a proposte di possibili scenari futuri per la Siria: alla parola «democrazia» ad esempio, la sua mimica facciale va dalla speranza infantile al disilluso scetticismo. Il duo polacco-iraniano noto come Slavs e Tatars riflette sulla rivoluzione iraniana del 1979 e su quella polacca degli anni ’80 del Novecento, partendo dalla stravagante rivendicazione, da parte dei nobili polacchi del XVII secolo, di appartenere a un antico lignaggio persiano e di essere discendenti dei Sarmati.
Questa non è l’unica particolarità di cui si viene a conoscenza visitando la Biennale: il visitatore, ad esempio, apprende che il campo da cricket di Sharjah è stato donato alla nazionale afgana; che agli inizi degli anni ’60 il Libano aveva un programma spaziale e un razzo chiamato Cedar 4; che Lydda, l’attuale aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv, era il più grande del Medio Oriente, una postazione strategica lungo la via per l’India; che al culmine della guerra fredda la marina statunitense diede sepoltura in mare a sei soldati sovietici, membri dell’equipaggio di un sottomarino, morti sulla loro nave; che l’Fbi mise in discussione il ricorso alla tortura da parte della Cia per l’inattendibilità delle confessioni così estorte. In questa Biennale c’è molto da imparare sulla storia, ma si può parlare di arte? Questa stessa domanda venne posta anche in occasione di Documenta 2002, curata da Okwui Enwezor, che presentava una grande quantità di film, in reazione alle tensioni politiche e alla tragedia dell’11 settembre. Quello che propone Sharjah non ha niente a che vedere con le opere in vendita alla fiera di Dubai, che si è svolta il mese scorso, ma, con la sua sovrabbondanza di film, è più in sintonia con il mondo di YouTube, la capacità di Google di scovare materiale inedito e le riprese televisive della Cctv. Una delle opere migliori è il video registrato dalla telecamera di sicurezza dell’hotel Al-Bustan Rotana di Dubai, che riprende gli uomini del servizio segreto israeliano che il 19 gennaio 2010 vennero incaricati di uccidere un membro di Hamas (ci si chiede, tra l’altro, se ci fosse bisogno di così tanta gente per farlo). Shumon Basar, Eyal Weizman e Jane e Louise Wilson vi hanno aggiunto delle riprese dell’ingresso e del tappeto della stanza 230, dove fu consumato l’omicidio, e del telefono sul comodino.

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Anna Somers Cocks, da Il Giornale dell'Arte numero 308, aprile 2011


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