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Parigi

Manet shock: azione, sesso, morte

Un pittore-monumento buono per i Salon? Macché: al Musée d’Orsay un precursore dell’esistenzialismo

Edouard Manet, «Le bolle di sapone», 1867, Lisbona, Museu Calouste Gulbenkian. © Fondation Calouste Gulbenkian, Lisbona Foto Catarina Gomes Ferreira

Parigi. Stéphane Guégan, curatore della mostra «Manet. L’inventore del moderno», allestita al Musée d’Orsay dal 5 aprile al 3 luglio (non sono previste altre tappe), promette una radicale revisione di uno dei più influenti artisti francesi del XIX secolo: «Non ho voluto organizzare una retrospettiva tradizionale; sono stanco delle celebrazioni eroiche vecchio stile di questo genere». Guégan afferma che la mostra mette in discussione l’intento dell’artista di essere un pittore storico e di Salon: «Manet voleva mescolare naturalismo e immaginazione in modo nuovo e per un pubblico nuovo. La sua pittura si riferiva direttamente alle principali preoccupazioni della condizione umana moderna: azione, sesso e morte». Significativamente, la mostra comprende praticamente tutti i dipinti frammentati. Intorno al 1860, infatti, Manet spesso «tagliava» e rilavorava i piccoli pezzi in singoli dipinti; in mostra vengono riuniti i tre frammenti dell’opera «I gitani» (1862 ca): uno proviene da una collezione di Chicago, gli altri due giungono dalla collezione del Louvre-Abu Dhabi, la cui apertura è prevista nell’emirato nel 2013. «Il titolo della mostra si riferisce alla nozione di modernità così come Baudelaire e altri la forgiarono. Siamo soliti mettere in opposizione Realismo e Romanticismo, ma non c’è modo peggiore di avvicinarsi a Manet», prosegue il curatore, che ha messo in discussione questo tradizionale punto di vista della storia dell’arte aprendo il percorso con l’«Omaggio a Delacroix» (1864) di Henri Fantin-Latour, uno degli artisti rappresentati in mostra e che, secondo Guégan, influenzarono Manet e l’arte francese dal 1840 al 1880. Il dipinto raffigura membri della scuola della «nuova pittura», come James McNeill Whistler, Alphonse Legros e Manet intorno all’autoritratto di Delacroix: «Nessuno di loro pensava a se stesso come a un artista antiromantico. Al contrario, dipingere negli anni ’60 del XIX secolo rappresentava una sfida al confine tra Realismo e finzione», ha detto Guégan. La mostra riunisce 186 opere, delle quali 69 sono dipinti, compresa l’«Olympia» (1863) dalla collezione del Musée d’Orsay, suddivise in nove sezioni, tra cui «Impressionismo in trappola», «1879: un punto di svolta» e «La scuola di Thomas Couture». «Spero che il pubblico reagirà decisamente alla terza sezione, “Un cattolicesimo sospetto”, nella quale ho riunito i migliori dipinti religiosi (ad esempio, «Cristo tra angeli» del 1864 dal Metropolitan di New York, Ndr), conclude Guégan. Mi farà piacere se i visitatori capiranno quanto questi dipinti fossero importanti per lui. Non si trattava solo di sfidare i vecchi maestri spagnoli di questo genere. Sebbene non credesse più in Dio, Manet intendeva convogliare in essi un’autentica dimensione metafisica».

© Riproduzione riservata

Gareth Harris, da Il Giornale dell'Arte numero 308, aprile 2011


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