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Ultimatum a Berlino

L’enigma della sfinge

Litigano tedeschi e turchi sulla richiesta di restituzione di una sfinge ittita, in Germania dal 1915, su cui neanche l’Unesco sa che posizione prendere

Sfinge ittita di Hattusa, XIII-XII sec. a.C.

Berlino. La grande sfinge alata in pietra calcarea proveniente da Hattusa (oggi Bogazköy), la capitale ittita nell’Anatolia centrale in Turchia (XIV-XIII sec. a. C.), è esposta al Museo di arte mediorientale all’interno del Pergamonmuseum fin dal 1934. Giunse a Berlino nel 1915 assieme a una figura gemella con cui, in origine, incorniciava l’ingresso meridionale dell’antica città. Entrambe le sculture erano gravemente danneggiate e avevano bisogno di restauri. Quando questi furono ultimati, nel 1924, la sfinge meglio conservata fu rispedita in Turchia. L’altra fu invece trattenuta a Berlino «secondo gli accordi»: così recita l’unico documento che i Musei statali berlinesi sono in grado di esibire. Infatti gran parte del loro archivio è andato distrutto durante l’ultima guerra. Va comunque osservato che, relativamente al periodo storico in questione (e a differenza di quanto avveniva negli stessi anni in Egitto per il busto di Nefertiti), in Turchia non vigeva più la cosiddetta «Fundteilung», cioè l’accordo in base a cui i reperti avrebbero dovuto essere divisi fra il Paese in cui gli scavi avevano luogo e l’istituzione straniera che tali scavi  conduceva. D’altra parte non esiste alcuna prova che i restauri fatti a Berlino (oltre alle sfingi, essi riguardarono un archivio di 10mila tavolette ittite in terracotta) siano mai stati pagati dal Governo turco: non è quindi da escludere che la sfinge sia rimasta in Germania proprio in cambio di quei restauri.
La prima richiesta di restituzione della sfinge da parte della Turchia risale al 1938. Altre ne sono seguite nel corso del secolo scorso ma i tedeschi le hanno sempre ignorate, forti del fatto che nemmeno la controparte turca è mai stata in grado di esibire documenti che chiarissero come si svolsero i fatti. Va anche detto che i tedeschi si sentono legittimati al possesso della sfinge perché fu l’assirologo berlinese Hugo Winckler colui che, nel lontano 1905, individuò per primo le rovine di Hattusa, e fu ancora lui che l’anno successivo riuscì a coinvolgere i colleghi turchi così da avviare insieme gli scavi, dando inizio a una collaborazione fra i due Paesi che non si è mai interrotta. Di fatto, il caso della sfinge di Hattusa è così delicato e complesso che persino l’Unesco non ha saputo prendere posizione al riguardo, limitandosi a invitare entrambe le parti al dialogo. Un invito interpretato in modo assai personale dal ministro turco alla cultura Ertugrul Günay che, alla fine di febbraio, ha posto i Musei statali di Berlino di fronte a un ultimatum: se la sfinge non sarà restituita entro il prossimo giugno, agli archeologi tedeschi verrà tolto il permesso di condurre scavi ad Hattusa, proprio come è già stato fatto ad Aizanoi, una città romana nell’Anatolia occidentale dove il Deutsches Archaeologisches Institut (Dai) lavorava dal 1926. Il ministro Günay dunque non scherza, e per gli archeologi tedeschi la posta in gioco è alta: attualmente sono ben 12 le località turche in cui essi conducono regolari campagne di scavo. Il prossimo 30 settembre a Berlino si aprirà una grande mostra dedicata alla città di Pergamo, e sinora la Turchia non ha risposto ad alcuna delle numerose richieste di prestito avanzate dai tedeschi. Non stupisce dunque che la Germania, dopo le prime reazioni indignate, si mostri ora aperta al dialogo e non escluda più categoricamente la restituzione della sfinge in nome di un consolidamento dei rapporti con la Turchia in campo sia museale sia archeologico. L’incontro decisivo fra Günay e il suo collega tedesco Bernd Neumann si terrà ad Ankara o a Istanbul in aprile.

© Riproduzione riservata

Alessandra Galizzi Kroegel, da Il Giornale dell'Arte numero 308, aprile 2011


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