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L’automa di Ventura

La nuova serie del fotografo è ambientata in una Venezia di guerra, claustrofobica e inquieta, falsa ma credibile

Una delle immagini di Paolo Ventura che compongono il ciclo «L’automa» del 2010. © Paolo Ventura

Venezia. Nato a Milano nel 1968, Paolo Ventura è probabilmente, assieme al reporter Paolo Pellegrin, il fotografo italiano della sua generazione più conosciuto all’estero. Ha vissuto e lavorato a New York, esposto negli Stati Uniti e in Europa, il suo volume più recente, Winter Stories (2009) è stato edito da Aperture e le sue storie inventate e costruite in studio e poi fotografate rappresentano una versione originale della «staged photography» tanto amata dalla cultura contemporanea.
La mostra che si apre il 4 marzo a Palazzo Fortuny di Venezia (fino all’8 maggio) è dunque il giusto riconoscimento a un autore giunto oggi alla sua compiuta maturità. In questa occasione, Ventura ha deciso di presentare il suo lavoro più recente, un nuovo racconto fotografico ambientato proprio a Venezia negli anni tragici della seconda guerra mondiale (periodo che già aveva ispirato il suo primo importante ciclo, «War Souvenirs», pubblicato nel 2006): il titolo è «L’automa» e ha per protagonista un orologiaio ebreo, le cui vicende si dipanano nel momento dello sgombero del ghetto veneziano a opera dei nazi-fascisti nel dicembre del 1943.
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(l'articolo integrale è disponibile nell'edizione su carta)

Walter Guadagnini, da Il Giornale dell'Arte numero 307, marzo 2011

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