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Esce questo mese da Flammarion l’Hiver de la culture, il nuovo libro di Jean Clair. In anteprima un estratto

La noia senza fine dei musei

I musei sono sempre più visitati perché la gente, sola e senza fede, ci va come una volta vecchi e vecchie, diventati vedovi, andavano in chiesa, in cerca di una cultura universale che offra una salvezza a tutti e subito. Ma scoprono lo smarrimento di una più grande solitudine, quella della fede scomparsa

Jean Clair nel tradizionale abito da cerimonia verde e nero dei membri dell’Académie française, di cui fa parte dal 2008

Sono perplesso davanti alle folle innumerevoli che fanno pazientemente la coda all’ingresso dei musei, attendendo per ore l’incerto privilegio di varcare la soglia di quei preziosi magazzini.
Non posso impedirmi di pensare alla diserzione, alla disgrazia, al disgusto che sembrano provocare quegli altri luoghi del sapere che sono le scuole, i collegi, i licei, fatti di pietra, di mattoni rossi, di travertino, oggi tenuti male, degradati, come pronti all’abbandono, o peggio ancora, nelle periferie, caserme di cemento e di ferro costruite in fretta negli anni dopo il ’68, nelle «zone di educazione prioritaria», in mezzo a terreni incolti, dove si volevano accogliere i figli degli immigrati.
Noia senza fine dei musei. Assurdità di quei quadri allineati, secondo l’epoca o il luogo d’origine, l’uno contro l’altro, che nessuno o quasi sa più leggere, di cui ormai non si sa più decifrare il senso, in cui non si riesce più a trovare una risposta alla sofferenza e alla morte. Tetraggine delle sculture che non offrono più, come un tempo la statua di un dio o di un santo, la promessa di un’intercessione. Formule derisorie, audacie estetiche pretenziose. Depositi di civilizzazioni defunte. A che scopo tanti sforzi, tanta scienza, tanta ingegnosità per metterli in mostra? E poi la questione, ormai ossessionante: per chi, perché?
Le folle che si stipano in quei luoghi, composte di gente solitaria che non riunisce più alcuna fede comune, religiosa, sociale o politica che sia, hanno trovato nel culto dell’arte la loro ultima avventura collettiva. Per questo le si vede visitare i grandi musei, l’uno dopo l’altro, come una volta andavano al tempio o al velodromo.
Non si spostano se non in gruppo, e si fotografano reciprocamente, come per soffocare, con l’uniformità del comportamento e l’identità delle reazioni, il sospetto che a volte li sfiora, che anche là, ormai, non ci sia più nulla da aspettarsi.
Che cosa sperano da questi percorsi? Quale splendore li attende alla fine del pellegrinaggio? Una volta era un’immagine, in generale femminile, la Vergine consolatrice o la Madre dolorosa, la Madonna di Lourdes o di Guadalupe, come c’erano state Atena o Persefone, quando il viaggio era un ritorno al seno materno. Ma forse era un’immagine più complessa, più difficile da comprendere, più difficile da implorare, una città, una Gerusalemme, oppure, più semplicemente, Santiago de Compostela, oppure, molto, molto tempo prima, Delfi o i santuari della Magna Grecia... Percorso iniziatico, ritorno a una nuova città celeste, in cui il viaggio contava più del termine, e il cammino più che la meta.
Che cosa cerca il pellegrino moderno, il girovago artistico, l’automa ambulante, il cui periplo si spinge dal Louvre fino a Metz, da Londra a Bilbao, da Venezia al MoMA, colui che un tempo incarnarono, al meglio, Ruskin e Byron, e oggi i passeggeri dei tour operator? Quale salvezza attende dalla contemplazione delle opere che dovrebbero ricompensare tali migrazioni? Nulla di certo, un’incomprensione, una delusione più forte, con infine la tentazione, sempre meno repressa, del sarcasmo, e pure in qualche caso, del vandalismo, o del furto.
Più la gente è sola, più va al museo, come una volta i vecchi e le vecchie, diventati vedovi, andavano in chiesa. E i più giovani ci vanno per verificare, con un rapido sguardo ai quadri, che vedono quel che vedono tutti gli altri, e che condividono tutto ciò che si vede alla televisione o sui giornali. Si crede di scoprire, nel calore e nel rumore della folla, ciò che una volta offriva la comunità di una fede o di un partito. Vi si scopre invece uno sgomento comune, uno smarrimento, una più grande solitudine, quella della fede scomparsa.
Così era quando le religioni morivano, e i pellegrinaggi non rimanevano se non per nascondere il vuoto della liturgia e la miseria delle consolazioni. La moltiplicazione di quei gingilli dell’arte contemporanea che oggi invadono i castelli di Versailles e i palazzi di Venezia sta alla modernità in tramonto come le immaginette kitsch di san Sulpizio al Cristianesimo moribondo.
Il museo sembra offrire l’oggetto perfetto a quella fede in una cultura universale, identica ovunque, pronta a offrire la salvezza a tutti e subito, disposta a rimpiazzare la paziente istruzione che si concedeva solamente a coloro che rispettavano la lentezza, le regole, la diversità dei suoi molteplici linguaggi.
Contrariamente alle parole, sempre sospettate di voler imporre un ordine e di reclamare un senso, l’opera d’arte, più che un sapere da acquisire, possiederebbe il privilegio, il potere, la magia di concedersi senza fatica, in una profusione di significati possibili e contraddittori, conformemente al gusto contemporaneo per l’abolizione delle distinzioni, delle gerarchie, delle frontiere.
A che servono la storia, la geografia, a che serve la lettura? Perché tanti sforzi quando tutto sembra offrirsi istantaneamente? Il mondo antico era lento e discorsivo. Il mondo moderno pretende di schiudersi ai nostri occhi in un secondo. Trionfo della fotografia, dello schermo, dell’affiche, dello schema, del diagramma, della piantina. Alla parola che era memoria e movimento si sostituisce l’immagine, imperiosa, immediata, immobile, imposta. Davanti a un quadro, le parole non servirebbero più. Ciò che si è visto cancella ciò che si è letto, e, peggio ancora, si fa passare per ciò che si sa. Il quadro erige uno schermo che si vorrebbe protettore tra sé e il mondo. (...)
Il cranio rasato, le braccia tatuate dalla spalla al polso, un anello all’orecchio, vestito di uno short da cui sporgono le mutande e di una canottiera aperta sul petto villoso e odoroso di sudore, quest’uomo attende, la pancia in avanti, con migliaia di altri, di entrare nelle gallerie del Louvre. Sembra uscito dalle pagine di un atlante di criminologia lombrosiano. Per quale misterioso percorso ha finito, come se il secolo passato non fosse servito a nulla, per intrufolarsi tra i neofiti?
In una società laica e repubblicana, la cultura aveva l’ambizione di sostituirsi ai culti antichi e di abolirne la superstizione. Ma in nome della democratizzazione dell’arte, poter vedere le opere di Leonardo, Tiziano, Rembrandt, Velázquez o Vermeer suppone quindi una tenuta meno curata di quella che si usava, una volta, per entrare in un luogo di culto per pregare i santi? Oppure quello che chiamiamo cultura sarebbe solamente una distrazione, come andare al cinema a vedere «Ben Hur»?
All’ingresso delle moschee, al Cairo come a Gerusalemme, turisti e pellegrini sono invitati a portare una tenuta che li vela. Alle donne un’abaya, agli uomini una djellaba. Per un lungo tempo l’Occidente ha voluto fare della cultura un valore trascendente, come quello che si attribuiva al culto. Il silenzio e una tenuta corretta erano di rigore, a scuola come al museo, per seguire un corso oppure per ammirare la «Gioconda» o «I pellegrini di Emmaus». Ma oggi pare che il sanculottismo si sia accampato nel cuore dei santuari di cui aveva ottenuto la custodia nel 1793, non senza aver prima tentato di distruggerne i tesori. (...)
Rissa, bolgia, code interminabili nei musei. La forza di attrazione crescente delle opere d’arte è un sintomo singolare dei nostri tempi. Testimonia al contempo di una perdita di potenza creatrice, il riferimento al passato diventa più importante dello slancio, ma anche di una sete inestinguibile di vedere ciò che non si è ancora visto e che non si rivedrà più. Un miscuglio di timida e paurosa reverenza verso dei capolavori che, come oscuramente indoviniamo, non potranno più riprodursi, legati com’erano a un’organizzazione della società che non ritornerà, e di curiosità verso fenomeni ormai incomprensibili, testimonianze di forme di vita decisamente inimmaginabili. (...)
Rileggo per caso queste righe scritte all’inizio degli anni Settanta da quell’erudito libertino che fu Georges-Henri Rivière, il creatore delll’oggi scomparso Museo delle Arti e Tradizioni Popolari: «Il successo di un museo non si misura secondo il numero di visitatori che riceve, ma secondo il numero di visitatori ai quali insegna qualche cosa. Non si misura secondo il numero di oggetti che espone, ma secondo il numero di oggetti che hanno potuto essere percepiti dai visitatori nel loro ambiente umano. Non si misura alla sua estensione, ma alla quantità di spazio che il pubblico potrà ragionevolmente percorrere per trarne un profitto autentico. È questo un museo. Altrimenti non è che una specie di mattatoio culturale». (...)
«Il gesto surrealista più semplice consiste nello scendere in strada, la pistola in pugno, e sparare a caso fin che si può sulla folla...» Chi non conosce questa citazione di André Breton, tratta dal Secondo Manifesto del Surrealismo del 1929?
Tutti intenti a celebrarne l’audacia, ci si è dimenticati di misurarne l’orrore. Fedele alla morale anarchica del Surrealismo, preludio a una rigenerazione della società, appare dieci anni prima dello scoppio della
seconda guerra mondiale. È pubblicata l’anno del crac. Ed è anche contemporanea all’introduzione del primo piano quinquennale nella Russia sovietica, all’instaurazione del fascismo in Italia, e alla ripresa, in Germania, del partito nazionalsocialista (...). Le pistole appaiono sempre di più al fianco degli uomini, in attesa di poter servire. Nel 1922, sette anni prima del Manifesto di Breton, Stefan Zweig aveva pubblicato la novella Amok, che divulga un termine malese e un comportamento ancora poco conosciuti, benché il termine «amok» sia entrato a far parte del vocabolario delle lingue europee nel XVI secolo, attraverso i racconti dei viaggiatori. L’«amok» designa, come è noto, lo scatenarsi inatteso, brutale, di un furore incontrollabile e spesso omicida. È una sindrome specifica, legata a una cultura (quella malese, in questo caso), senza che si possano determinare con esattezza quali siano, nel quadro di questa cultura o della sua religione, l’Islam sunnita, le circostanze scatenanti della furia criminale. Si ritrovano d’altronde degli equivalenti dell’«amok» in culture diverse, sotto altre denominazioni, come per esempio il «berserk» nelle tradizioni scandinave. Nell’epoca contemporanea, si possono considerare come degli equivalenti del «running berserk» o «running amok» certi tratti della cultura nordamericana, quando, a intervalli regolari, apprendiamo che un individuo, placido sino a quel momento, impugna un’arma da fuoco e si mette a sparare a caso sulla folla, per strada, in una scuola, o altrove, abbattendo il maggior numero possibile di persone, prima di essere lui stesso abbattuto dalla polizia o di suicidarsi, tratti appunto caratteristici di quella crisi di follia che è l’«amok». Il gusto del sangue, del crimine gratuito o rituale, ha impregnato tutto il movimento surrealista. Citeremo solo due esempi di quella criminalità prossima alla follia. Oltre ad Antonin Artaud e il suo teatro della crudeltà (...), apologia ripetuta senza tregua del crimine di sangue come fondamento della comunità dei viventi, Georges Bataille e il suo Collegio di Sociologia, la cui autorità si sarebbe dovuta fondare su un sacrificio umano.(...) Circa un secolo prima del Manifesto di Breton, nel 1827, in pieno Romanticismo, Thomas de Quincey aveva pubblicato L’assassinio come una delle belle arti. Vi faceva l’elogio della bellezza dell’assassino, e del crimine come capolavoro... Citiamo: «Come inventore dell’assassinio e come padre dell’arte, Caino doveva essere un genio di prim’ordine. Tutti i Caini furono uomini di genio». Questa permanenza nel tempo, ma soprattutto quest’associazione del crimine e del genio, già manifesta nel primo assassinio della storia, commesso da un artista e in modo artistico, conferisce un senso particolare a certi altri aforismi di cui è ricca la storia dell’arte, come quello di Joseph Beuys: «Ogni uomo è un artista». Si sarebbe tentati di declinare il sillogismo che caratterizza la logica stessa dell’arte contemporanea: «Se ogni uomo è un artista e se tutti i Caini sono dei geni, allora ogni uomo è un criminale». Oppure, se vogliamo citare Andy Warhol: «Ciascuno nella vita può vivere un quarto d’ora di celebrità»; allora ciascuno potrà, una volta nella vita, andare in preda all’«amok» o al «bersek». Il libro di De Quincey non manca certo di humor, anche se è un genere di humor nero e agghiacciante. Ma ci vorrà un secolo perché Breton e i suoi discepoli, usciti dall’antro delle veggenti, lancino il loro manifesto, assolutamentre privo di humor.
Oggi, per un’inversione progressiva, si potrebbe sostenere che è tutto il sistema delle belle arti, dai musei alle gallerie, dagli artisti ai falsari che, ormai conquistato dalla causa del seducente assassino, sembra essere diventato di essenza criminale.
Estetica del sangue, da Breton a Muehl, ma anche adorazione dello sterco, dello scarto che cade fuori dal corpo, dello sperma e del sudore, e finalmente, come «metafora di me stesso», osa proporre Jacques Derrida, quella piccola metonimia del corpo, quell’«Erdenrest», di cui Goethe parla nel Faust... Non più l’oggetto, quindi, con una forma e una forza, ma l’abietto, informe e senza vita. Non più il soggetto, ma il rifiuto. L’elogio della spontaneità, dell’automatismo, del caso, il gusto della violenza e il fascino dell’istante rivelavano il rifiuto di «fare un’opera» per abbandonarsi invece a un gesto che assimila la creazione all’assassinio. L’arte, nella mitologia dell’avanguardia, esalta l’ego onnipotente del creatore diventato un Dio, è il frutto di una pulsione irresistibile, come può esserlo l’assassinio, in uno stato come l’«amok».
Il pittore, il poeta sarebbero così la preda di uno slancio imprevedibile e brutale, non sono più l’agente di una creazione deliberata. «Parla in me», «mi parla», «sono guidato», tutte espressioni per designare la corrente creatrice che si produce nel profondo del subconscio, senza alcun controllo da parte della ragione, senza inibizione alcuna da parte della morale acquisita, e galvanizza l’individuo. E nelle arti plastiche, la lenta elaborazione del quadro sarà abbandonata a profitto dell’happening, del gesto stocastico, della macchia aleatoria, del colore straordinario, dello slancio spontaneo e violento, del gesto portato all’estremo limite, e finalmente alla performance, in cui l’arte e il crimine si congiungono.

© Riproduzione riservata. Traduzione di Laura Bossi

Jean Clair, da Il Giornale dell'Arte numero 307, marzo 2011


  • © Leo Ríos

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