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Le bellezze di Hoppé

Emil Otto Hoppé, «The Pearlies, Master William Dennis Simmons», 1922. © 2010 Curatorial Assistance, Inc. E.O. Hoppé Estate Collection

Londra. Apre il 17 febbraio alla National Portrait Gallery, curata da Philip Prodger, la prima retrospettiva dedicata a Emil Otto Hoppé (1878-1972), resa possibile anche dalle ricerche di Graham Howe che ne ha ricostituito l’archivio. «Hoppé Portraits: Society, Studio and Street» (fino al 30 maggio), come il catalogo che l’accompagna, riunisce 150 stampe molte delle quali mai esibite prima. Nato a Monaco e presto trasferito a Londra, comincia a dedicarsi alla fotografia dopo un incontro con J.C. Warburg, conoscendo subito il successo come ritrattista. A questo è legata la prima parte della mostra: un’ottantina di personaggi tra cui George Bernard Show, Nijinsky, Margot Fonteyn, Mussolini. Si passa poi a The Book of Fair Women che Hoppé pubblica nel 1922, riunendo le immagini delle donne che considera le più belle del mondo. Qui comincia il suo interesse per la varietà sociale che lo porta, da un lato, a collezionare caratteri nella serie di ritratti in studio, di cui si può vedere anche la celebre «Flower Lady», e dall’altro a uscire per le strade documentando le tipologie umane, e restituendo con tratto modernista la Londra della prima metà del secolo.

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(l'articolo integrale è disponibile nell'edizione su carta)

Chiara Coronelli, da Il Giornale dell'Arte numero 306, febbraio 2011

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