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Non un pittore, un illustratore di genio

Se si considerano le illustrazioni di Rockwell da un punto di vista puramente estetico si rischia di perderne il significato, che è invece un’interessante descrizione di quell’America in cui tutti si sentivano americani

La copertina illustrata da Rockwell di «The Saturday Evening Post» del 26 maggio 1945

Un cartello all’ingresso della Dulwich Picture Gallery di Londra, che ospita la nuova mostra «L’America di Norman Rockewll» (fino al 27 marzo), ci dice che Norman Rockwell era il «più noto e amato artista americano del XX secolo». Cambierei una sola parola da quella frase, la parola «artista».
Rockwell era un illustratore commerciale di genio, e questo è tutto ciò che era. Voglio dire, adoro le sue illustrazioni, ma il modo in cui sono dipinte è noioso, decisamente monotono. Inquadrare ed esporre tele realizzate al solo scopo di essere riprodotte in una rivista di larga diffusione non rende merito a Rockwell. In ogni caso andate a questa mostra, ma per le giuste ragioni: lasciate perdere i dipinti; dirigetevi piuttosto all’esposizione delle 322 copertine che realizzò per «The Saturday Evening Post» tra il 1916 e il 1963. Ognuna è uno squarcio di vecchia America. Esposte tutte insieme diventano una monumentale installazione sul modo in cui l’America ha guardato a se stessa nel corso del XX secolo.
Per i primi vent’anni circa della sua collaborazione con il «Post», le copertine di Rockwell cedono facilmente al ricordo della tradizione vittoriana dell’illustrazione. Rappresentano uno o due graziosi personaggi in situazioni simpatiche: il primo giro in automobile della famiglia, coppiette che si corteggiano, adorabili vecchietti, monelli lentigginosi e graziose ragazzine che combinano ogni sorta di marachella. Ai tempi della seconda guerra mondiale, quell’innocenza ingenua si trasforma in qualcosa di più maturo, riflessivo e  con maggiori sfumature.
Prendete, per esempio, la sua famosa copertina per il «Post» del 26 maggio 1945, quella in cui il giovane soldato ritorna a casa dalla guerra. Ambientata nel retro di una malmessa casa di un quartiere popolare, cattura l’attimo di irrefrenabile gioia quando la sua famiglia corre fuori per accoglierlo, mentre i vicini allungano il collo per meglio osservare la scena. Solo la fidanzata si tiene in disparte per lasciare, prima di farsi avanti, che siano i familiari a gettargli per primi le braccia al collo. Si è spesso detto che Rockwell dipingesse solo l’America del ceto medio, ma i quattro bambini dai capelli rossi di questa famiglia ne denunciano l’origine irlandese e la sporca veranda in legno e il bucato ad asciugare sul filo la loro decorosa povertà. Tutto ciò è di facile lettura, ma a un esame più attento emergono significati più profondi. Rockwell, e di conseguenza noi osservatori, guardiamo la scena da una certa distanza dietro le spalle del soldato, in modo che tutto ciò che vediamo lo vediamo dal suo stesso punto di vista. Ciò implica che l’immagine si concentri soprattutto sulle sue emozioni, piuttosto che su quelle della sua famiglia. Eppure, l’unica faccia che non vediamo è la sua. Questo è un dettaglio importante. Di fronte alla casa della sua infanzia e circondato dalle persone amate, dopo avere compiuto il suo dovere in Europa o nel Pacifico, il giovane torna a essere un figlio, un nipote, un fratello. Per anni ha sognato questo momento e per goderselo appieno resta immobile. Un illustratore di rango inferiore ci avrebbe mostrato la sua reazione, permettendoci di osservarne il viso. Ma non facendolo Rockwell lascia aperta la possibilità che, assieme al sollievo e alla gioia, possano esserci in lui anche sentimenti più confusi.
Perché il ragazzo che ha lasciato la casa della sua infanzia è ora un uomo che ha visto cose che la sua famiglia non può nemmeno immaginare. Con infinita delicatezza, Rockwell ci consente di considerare se, in uno dei momenti più felici della sua vita, egli non provi anche un senso di apprensione circa la sua capacità di ritornare in un mondo che ora sembra molto piccolo. Nemmeno Arthur Miller sarebbe stato capace di creare un personaggio più toccante dell’esitante fidanzata, che è abbastanza sensibile da capire che lui potrebbe essere cambiato e che la loro relazione potrebbe non essere più quella che era prima della sua partenza.
Rockwell diceva che il suo obiettivo era di «raccontare una storia completa in una singola immagine» e con il suo grande talento narrativo vi riuscì appieno. In effetti, ci vollero molti anni perché Rockwell sviluppasse un tale livello di sofisticazione. Il suo soggetto era sempre l’America in quanto tale, e la sua carriera coincise con un periodo della storia americana permeato da un diffuso senso di ottimismo e di fiducia. Le sue opere migliori erano ormai alle spalle al tempo in cui l’assassinio di Kennedy e la guerra in Vietnam fecero sì che molti americani cominciassero a pensare che il loro vecchio beneamato idealismo era in effetti ingenuità e autoillusione.
Il cinismo è oggi il modo normale di guardare a praticamente tutte le opere d’arte, ma considerare le illustrazioni di Rockwell da un punto di vista puramente estetico ne fa perdere completamente il significato. Questo è particolarmente difficile da cogliere per gli osservatori più giovani. Da un lato le recenti fiction televisive come «Twin Peaks», «Mad Men» e persino «Desperate Housewives» si riferiscono costantemente all’America di Rockwell, ma solo per mostrare quanto in effetti fosse falsa. Dietro all’umorismo grossolano e all’occasionale sentimentalismo  di queste copertine, è un amore profondo per ciò che il loro autore vede come le virtù americane di tolleranza e comprensione. I limiti delle illustrazioni di Rockwell sono i limiti propri delle illustrazioni commerciali. Egli non critica mai il suo Paese o un partito politico per la semplice ragione che il fine del «Post» era di vendere il maggior numero di copie, cosa che non si ottiene creando antagonismi tra i diversi settori della società. Nonostante ciò, vale la pena di tenere a mente le convinzioni politiche di Rockwell (era un convinto liberale del New England), perché i riferimenti ai contrasti sociali esistenti nella società statunitense ci sono, se si va a cercare.
Vale la pena di vedere la mostra della Dulwich, per molte ragioni, ma ne sono uscito infelice, anche se non mi rendevo esattamente conto del perché. Più tardi ho capito. Indipendentemente dalle convinzioni politiche, nel Paese nel quale sono cresciuto tutti vedevano se stessi come americani. Oggi gli Stati Uniti sono polarizzati in un modo un tempo inimmaginabile. Non è solo nostalgia ciò che queste illustrazioni mi hanno indotto, è un senso di perdita.
© Riproduzione riservata

Richard Dorment, da Il Giornale dell'Arte numero 306, febbraio 2011


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