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Evelina Borea

Evelina Borea ha sempre unito all’attività di soprintendente un’intensa produzione scientifica. E ora, festeggiati gli ottant’anni tra i fedelissimi, prepara l’edizione critica del primo trattato sull’incisione europea, di Filippo Baldinucci

Non sono certo l’unica a essere cresciuta all’ombra del mito di Evelina Borea. Chiunque abbia qualche dimestichezza con la storia dell’arte si è trovato infatti a fare i conti con l’edizione critica delle Vite di Giovan Pietro Bellori da lei data alle stampe nel 1976 per i tipi di Einaudi, con la prefazione di Giovanni Previtali, e un paio di anni fa ristampata con postfazione di Tomaso Montanari. Un testo impeccabile. E, quando Andrea Emiliani lo scorso 22 settembre l’ha definito: «Senza un errore», la piccola platea di amici, affezionati, ammiratori, personaggi del mondo accademico e illustri rappresentanti del Mibac, riunita da Anna Lo Bianco, Caterina Bon Valsassina e Tomaso Montanari, a festeggiare l’ottantesimo compleanno di Evelina a Palazzo Barberini, ha caldamente approvato. Perché è così. Nonostante gli anni e i possibili e doverosi aggiornamenti, quel testo funziona ancora in modo esemplare. E ancora la monografia su Domenichino, longhiana fin nel midollo, eppure così personale nell’interpretazione dell’artista, o il catalogo della mostra «Caravaggio e Caravaggeschi nelle Gallerie di Firenze», redatto tutto in prima persona, asciutto, stringato, essenziale, eppure ricco, ricchissimo di stimoli e proposte, non possono non lasciare a bocca aperta chi ama la storia dell’arte in generale, e quella sua fecondissima stagione che sono stati i primi decenni del Seicento, in particolare. L’«Idea del Bello», poi, l’esposizione che nel 2000 ha segnato il congedo di Evelina Borea dai ranghi del Mibac: «Resta nella memoria di molti come la più bella mostra che si sia vista a Roma e non solo negli ultimi anni, la più densa di idee e di proposte, capace di rendere in pieno e di celebrare degnamente lo spirito e la cultura di una Roma seicentesca devota all’antico e magnificamente creativa», come ha evocato Fiorella Sricchia Santoro, amica sororale di Evelina e del marito Giovanni Previtali.  Ha dell’incredibile che tutta la straordinaria produzione scientifica di Evelina Borea sia cresciuta sotto il segno di una decennale attività all’interno dell’istituzione dei Beni culturali, prima nell’ambito della Soprintendenza fiorentina, poi, dalla fine degli anni Settanta, alla guida dell’Istituto Nazionale per la Grafica, dell’Istituto Centrale per il Restauro e della Soprintendenza romana. Anni in cui Evelina Borea divenne anche animatrice del «Bollettino d’arte», che sotto la sua direzione riprese vita e diede alla luce molteplici numeri monografici su cui si è misurata la storia dell’arte a Roma e in Italia (e ciascuno può testimoniare che cosa sia fare i conti con il «Bollettino» degli anni Ottanta). Tutte tappe queste, che già di per sé andrebbero oltre i binari di una comune carriera, sennonché poco più di un anno fa, Evelina ha stupito anche gli amici più cari con l’uscita dei poderosi quattro volumi di cui è composto Lo specchio dell’arte italiana, magnus opus pubblicata dalla Scuola Normale Superiore di Pisa che narra la storia dell’arte in Italia dal punto di vista di quella che oggi definiremmo divulgazione, il cui strumento, fino alla nascita della fotografia, fu la traduzione a stampa (Lo specchio dell’arte italiana. Stampe in cinque secoli, vol. I, Testo, 858 pp. e 16 tavv. colore; voll. II-IV, Atlante, 1.564 ill. b/n, Pisa 2009, e  280,00). Il lavoro è già divenuto imprescindibile per lo studio dell’arte nel nostro Paese, in sintonia tra l’altro con le giovani generazioni.
Da dove nasce l’idea di questo libro, «Lo specchio dell’arte italiana», che indubbiamente deve averla accompagnata per molti anni?
Nasce sostanzialmente da due esperienze. La prima è il mio lavoro per i cataloghi delle Gallerie statali di Firenze, ex Granducali. Molto spesso, occupandomi di un certo dipinto, trovavo segnalata una stampa derivata. Da lì la curiosità di approfondire. La seconda occasione è stata il lavoro per l’edizione critica delle Vite di Bellori, il quale spesso non descriveva l’opera dipinta, ma la stampa derivata. Così ho iniziato la ricerca sistematica, confluita in parte nel saggio pubblicato nella Storia dell’Arte Einaudi, nella sezione diretta da Giovanni Previtali, mio marito. Quando venne la proposta di un libro, Einaudi mi fece un contratto per un volume di 300 pagine con 100 fotografie, e invece consegnai un libro di poco meno di 1.000 pagine con 2.500 fotografie, che ovviamente l’editore rifiutò. E così ho trovato riparo alla Scuola Normale di Pisa.
Il suo è l’unico studio sulle stampe d’après non solo in Italia, ma in Europa, a spaziare dal Quattro all’Ottocento.
Direi di sì. Man mano mi sono appassionata. Una passione che non è ancora venuta meno: infatti mi sto dedicando all’edizione critica del Cominciamento et progresso dell’arte di intagliare il rame di Filippo Baldinucci (1686), che è la prima storia dell’incisione europea.
Nonostante sia una sorta di summa, il libro non ha niente del repertorio.
Guai! Se uno mi dice che si tratta di un repertorio, mi arrabbio! Repertori son quelle cose indispensabili ma noiose, con tutte le schede messe in ordine iconografico. Si tratta invece di una rilettura con ottica nuova della storia dell’arte italiana. Un tentativo per lo meno. Ovviamente si può sempre fare meglio.
Lei ha detto: «Gli apporti importanti di nuove conoscenze vengono dalle pubblicazioni concepite nel silenzio e in solitudine, senza l’assillo di una scadenza e di un giudizio a tamburo battente»…
L’ho detto e oggi se potessi lo proclamerei dal balcone di Palazzo Venezia, perché c’è l’inflazione di tutto il contrario.
Ma è ancora possibile lavorare in questo modo?
Mi sembra che in Italia prevalga la tendenza a stare sotto le luci dei riflettori, a fare spettacolo. E che non si miri più alla ricostruzione di fette di storia, di momenti, di contesti. Gli esempi che potrei citare sono molti. La mostra di Lorenzo Lotto alle Scuderie del Quirinale l’anno scorso, tanto per dirne una. Io sono uscita perplessa: che Lotto sia bellissimo lo so già, la sua storia si conosce, abbiamo addirittura i diari. Cosa c’è in più, se non fai vedere qual era il suo contesto? Ovviamente se vuoi arrivare fin lì, la mostra viene a costare troppo. Ma allora perché deve per forza essere una mostra e non basta un libro? Certo la mostra attira il pubblico, ne parlano i giornali. Per citare un caso positivo, invece, l’esposizione dell’anno scorso su Bronzino a Firenze, è stata una delle più belle che abbia visto negli ultimi tempi. E non solo perché è bello Bronzino.
Lei per vari decenni è stata funzionario del Ministero per i Beni culturali, ma questo non le ha mai impedito un’intensa produzione scientifica, rivolta anche al commento di testi antichi, vedi l’edizione critica delle «Vite» di Giovan Pietro Bellori.
In realtà io non sono stata quello che si definirebbe un funzionario modello: studiavo le cose che mi interessavano. Poi, certo, questo studio andava a vantaggio della Soprintendenza per cui lavoravo facendo alcuni cataloghi di settori delle gallerie fiorentine, ma direi che è accaduto quasi per caso.
La prima cosa che stupisce uno studioso che arriva a Roma, è che ancora i musei statali siano sprovvisti di cataloghi scientifici recenti. Unica eccezione Palazzo Barberini, che però ha un catalogo con fotografie formato francobollo su cui uno studioso trova grande difficoltà a lavorare. Peccato veniale se il patrimonio fosse disponibile online, cosa che siamo ancora lontani dal vedere. A lei che è stata soprintendente di Roma chiedo il perché di questo ritardo.
Io chiesi e ottenni dal Consiglio Nazionale delle Ricerche una somma per la completa campagna di catalogazione delle opere dei musei statali romani, che doveva confluire in volumi editi dall’Istituto Poligrafico dello Stato. Mi chiedo che fine abbiano fatto quei soldi. Io sono stata soprintendente ai Beni artistici di Roma solo per tre anni. Forse con quei fondi sono stati comperati computer che allora non erano di uso comune, ma i cataloghi chi li ha visti? Eppure la Soprintendenza negli ultimi anni si è prodigata nel produrre cataloghi di mostre.
Con la sua mostra «Caravaggio e Caravaggeschi nelle Gallerie di Firenze» del 1970 ha dato un grosso contributo agli studi in quel settore.
Così dicono, ma io mi sono sempre meravigliata. Per me questi caravaggeschi erano personaggi di famiglia. Da quando Longhi li ha trattati come sappiamo, erano diventati anche simpatici, certo più simpatici dei manieristi, ad esempio. Comunque l’idea mi venne vedendo un’esposizione allestita a Roma in Palazzo Barberini da Nolfo di Carpegna nel 1955. Raccolsi quella sollecitazione, così come più di trent’anni dopo la raccolse Rossella Vodret, con molte più trombe e bandiere, come si usa adesso.
Il centenario caravaggesco appena trascorso ha portato una sorta di accelerazione di studi caravaggeschi. Che ne pensa?
Quando l’anno scorso si è aperta la mostra «Caravaggio e Caravaggeschi» a Firenze curata da Gianni Papi, ho visitato l’esposizione con estremo interesse. E avevo in animo di fare una recensione oggettiva che desse conto di quarant’anni di studi e di nuove conoscenze sulle varie questioni poste da Caravaggio e seguaci. Ci sono stata sopra sei mesi, ma mi sono resa conto che mi era impossibile procedere. La mole di studi è eccessiva. Per non parlare del rincorrersi ossessionante delle attribuzioni nuove: i sodalizi Gregori-Mahon, i sodalizi dei due con Keith Christiansen, le indagini radiografiche, le polemiche, le discussioni, le mostre fiera. Ho rinunciato. Vedo comunque che nessuno ci sta provando, perlomeno per quel che so.
Lei è stata curatrice di una delle più belle mostre che si siano viste a Roma negli ultimi anni, l’«Idea del Bello», anno 2000. Qual è stata la ricetta di quel successo?
Intanto era uno spettacolo meraviglioso da vedere. Merito dell’architetto Lucio Turchetta e dei suoi collaboratori, che hanno saputo esprimere con l’allestimento l’intento dell’esposizione. Certo il materiale era speciale. Ma la cosa impressionante è che i quadri sono sempre quelli, tutti celeberrimi, riuniti soltanto con l’idea di far vedere ciò che guardava Bellori. Bastava leggere i suoi scritti. È quel che ho fatto.
Ci spiega anche il successo di pubblico per un progetto così raffinato?
Non lo so. È stato un miracolo. Io sono stata nominata soprintendente di Roma nel 1988 pochi giorni dopo la morte di Giovanni Previtali. Ma era da tempo che Giovanni mi diceva: se diventi soprintendente, facciamo la mostra su Bellori. A me sembrava assolutamente impossibile. In ogni caso mi sono rigirata dentro questa idea per dodici anni. Poi è successo il miracolo che il Ministero cercava un grande tema col quale celebrare l’anno del Giubileo, oltre che se stesso. Il ministro era Antonio Paolucci, quindi uno storico dell’arte, e per di più un amico. Per i fondi che non bastavano mi sono rivolta a Pierre Rosenberg, allora membro del cda dell’Istituto San Paolo di Torino che è riuscito a coprire la somma mancante, oltre ad aver favorito i prestiti delle statue del Louvre. Inoltre, grazie al grande prestigio internazionale di Andrea Emiliani che mi affiancava come commissario, i musei stranieri si sono dimostrati nei prestiti molto generosi. E non dimentico il contributo eccellente di Carlo Gasparri per la parte archeologica. Da questa congiuntura assolutamente unica è nata quella mostra. È stato un vero miracolo che ha generato uno spettacolo mozzafiato. Dicono che sia buono anche il catalogo. Io non riesco a valutarlo.
Lei è stata l’animatrice del «Bollettino d’arte». Quale rivista legge oggi con piacere?
Nessuna. Sono spesso depositi di contributi senza ali. Leggo comunque «Prospettiva», ne faccio parte dall’origine, ho anche una motivazione sentimentale.
Che cosa raccomanderebbe a un giovane storico dell’arte?
Di non lasciarsi  trascinare dalla moda delle mostre non importa su cosa, pur di esserci. Idem in convegni su qualsivoglia argomento. E neanche  di farsi prendere troppo dalla politica di giornata cui opporre un giornalismo di attacco. Un giovane storico dell’arte dovrebbe anzitutto concentrarsi in una ricerca nuova,  originale, che lasci un segno. Per il resto raccomanderei di  studiare tanto.  E non solo storia dell’arte.
© Riproduzione riservata

Maria Cristina Terzaghi , da Il Giornale dell'Arte numero 315, dicembre 2011


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