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Musei

Un imprenditore presidente di un museo

Così faccio rinascere il Pecci

Nel 2005 era sull’orlo della chiusura. Ora Valdemaro Beccaglia, presidente da sei anni del Centro per l’arte contemporanea di Prato, si appresta a raddoppiare gli spazi espositivi e continua a produrre mostre nel mondo

Il rendering dell’ampliamento del museo Pecci di Prato, su progetto di Maurice Nio, che sarà pronto nel 2013

Prato. Nel 2005 il Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci era sull’orlo della chiusura. Oggi, a sei anni dall’insediamento al suo vertice dell’imprenditore tessile Valdemaro Beccaglia, il museo, con un budget di due milioni di euro (la metà del Castello di Rivoli), si appresta a raddoppiare gli spazi espositivi, produce mostre nella sede di Prato, in quella di Milano ed esportate nel mondo.
Signor Beccaglia, come è diventato presidente del Pecci?
Sono un industriale appassionato d’arte. Sono stato nominato presidente nel 2005, su proposta del sindaco Marco Romagnoli. Sono poi stato riconfermato dall’attuale sindaco Roberto Cenni. Quando fui nominato presidente, il Centro non godeva di buona salute. Mi impegnai a tagliare i costi eccessivi, a partire dalla direzione, fino ad allora ricoperta da personalità straniere. Ho fatto il direttore amministrativo per cinque anni, lasciando la direzione artistica libera di fare le sue scelte, ma accollandomi tutte le responsabilità. Siamo ripartiti dal territorio, inserendo nuovo personale nel museo, facendo scommesse che si sono rivelate giuste: Marco Bazzini è oggi un accreditato direttore, Stefano Pezzato un curatore eccellente, la direttrice amministrativa Elisabetta Di Mundo un riferimento fondamentale. Poi è iniziata la sfida culturale, decisa a non seguire le mode. È inutile fare mostre di artisti che si trovano in tutte le fiere e che nessuno ha più voglia di vedere, se non i collezionisti che se li vendono tra di loro. La nostra strada è stata quella di produrre mostre collettive e personali con artisti fuori dai giochi di mercato.
Quali sono state le mostre più significative prodotte dal Centro sotto la sua presidenza e la direzione di Marco Bazzini?
All’inizio del 2006, «Opera Austria», nel periodo in cui a quel Paese toccava la presidenza di turno dell’Unione Europea. Nell’estate dello stesso anno la mostra «Primo piano», con più di 200 opere sulla poesia visiva donate dal collezionista pratese Carlo Palli, entrate poi in collezione. Insieme al Museo di Grenoble abbiamo prodotto una retrospettiva di David Tremlett. Nel 2007 abbiamo fatto un progetto enorme con Spoerri, artista residente in Toscana: dalla prima opera degli anni Sessanta all’ultima uscita di fonderia qualche giorno prima dell’inaugurazione, e nell’estate siamo tornati sulla nuova arte russa con un progetto di Viktor Misiano intitolato «Progressive Nostalgia». Il Pecci è stato il primo museo a fare una mostra sugli artisti della perestrojka nel febbraio 1990, subito dopo la caduta del Muro di Berlino. Tutti ci hanno lasciato delle opere tanto da aver costituito il primo importante nucleo di arte dall’ex Unione Sovietica in Europa. Questi artisti li ho tenuti come ospiti per mesi in casa mia e hanno fatto per me molte opere. Oggi sono tutte al Pecci perché non ne ho venduta nemmeno una: alcune le ho donate, altre sono in comodato, ma rimarranno sempre lì. Nel 2008 abbiamo prodotto una personale a Emilio Isgrò. Nel 2009 a Lena Liv, un’artista incredibile che vive tra Pietrasanta e New York. Abbiamo prodotto la sua mostra insieme al Tel Aviv Museum of Art, perché lei è un’ebrea russa. Un suo collezionista è Elton John. Nel 2011 abbiamo indagato il rapporto con la musica nella mostra «Live! L’arte incontra il rock», un progetto del nostro direttore insieme a Luca Beatrice. In questo momento è in corso la prima personale di Athos Ongaro, un outsider dell’arte italiana (cfr. «Vernissage», set. ’11, pp. 30-31, Ndr).
Nel 2010 avete aperto una sede a Milano. Come mai?
Milano è la città europea, dopo Londra, che produce più Pil, circa 400 miliardi di euro, più della metà dei quali sono investiti nei settori moda, design e arte: in questo è la prima città europea. In Italia gli investimenti stranieri sono pochi, ma il 55% viene fatto su Milano. Prato è oggi una città in difficoltà, e ho pensato che inserirsi nella città italiana che più lavora nel nostro settore rappresenti un’opportunità; ho chiesto così aiuto a un amico, il collezionista Pier Carlo Borgogno, che ha un grande spazio sui Navigli (Spazioborgogno), e ha capito subito le potenzialità del progetto. Insieme a Toscana Promozione, l’agenzia per lo sviluppo economico della Regione, abbiamo convinto l’ex presidente Claudio Martini a scommettere su questo progetto di valorizzazione del contemporaneo. Oggi la nostra vetrina milanese è un punto di riferimento per Prato ma soprattutto per la Toscana.
Per il 2013 è prevista l’apertura dell’ampliamento del museo.
Il Centro si presenta più come Kunsthalle che come museo, perché è sempre mancato lo spazio per la collezione, costituita da più di 2mila opere raccolte in oltre vent’anni. Abbiamo tutti i requisiti per diventare un grande museo, per la qualità della collezione. Con la famiglia Pecci, in particolare con Elena, membro dell’attuale consiglio di amministrazione, abbiamo incaricato l’architetto Maurice Nio di progettare un nuovo museo che s’inserisca in quello esistente senza toccarne la struttura. Siamo il primo museo italiano che raddoppia i propri spazi, dopo essere stato costruito appositamente per l’arte contemporanea e inaugurato nel 1988 su progetto di Italo Gamberini.
Quali sono le iniziative internazionali del Centro?
Nel 2006 è iniziato un rapporto con il Ministero degli Affari Esteri, in occasione dell’anno dell’Italia in Cina. Dopo è stato ancora il Ministero a cercarci per organizzare la presenza italiana ad «Arcobaleno Italiano» in Vietnam. È nato così il progetto «Italian Genius Now», arte e design dall’Italia, che ci è stato poi richiesto a Singapore, Tokyo, Seul, Taipei, New Delhi, recuperando sponsor anche sul posto. Mostra che ha rappresentato l’arte contemporanea del nostro Paese nel padiglione italiano all’Expo di Shanghai del 2010, per poi passare a Roma, ed è ora richiesta dal Brasile. Nel 2008 abbiamo fatto un accordo con la Fondazione Robert Kennedy, producendo lo spettacolo «Il sapore della cenere», per i sessant’anni dei diritti dell’uomo, i quaranta dalla morte di Bob Kennedy e i venti del Museo Pecci.
Com’è organizzato il Centro e come viene finanziato?
Il nostro budget per ora è molto inferiore al Castello di Rivoli o al Mart di Rovereto. In tutto lavorano 26 persone, di cui 12 part-time, oltre al direttore artistico. Tutto viene gestito internamente, anche il personale di custodia e la biblioteca. A lavorare sulla programmazione, le mostre e la collezione, oltre al direttore Bazzini e al curatore Pezzato, siamo meno di dieci persone, compreso l’ufficio stampa e allestimento. Il budget attuale è di 2 milioni di euro, dei quali 1,3 dal Comune di Prato (quest’anno ridotto del 10%), 450mila euro dalla Regione Toscana, il resto grazie agli sponsor. La Fondazione Cassa di Risparmio di Prato stanzia 100mila euro l’anno per le acquisizioni, che entrano in collezione come comodati a lungo termine. In questi anni abbiamo tutti lavorato con risorse ridotte e grande creatività, ma c’è bisogno di assestare quanto fatto. Si può stare in emergenza per qualche anno, ma non troppo a lungo. Sto discutendo con il nuovo presidente della Regione (Enrico Rossi, Ndr) affinché metta il Centro in condizione di lavorare con maggior tranquillità.
Com’è nata la sua passione per l’arte?
Faccio l’imprenditore da 50 anni nel settore del tessile, alta tecnologia dei processi produttivi. A tredici anni avevo letto di tutto, il primo quadro l’ho comprato a diciannove anni. Ho finanziato gli artisti dagli anni ’80 in poi, tutti quelli che mi piacevano. A casa ho una bella collezione, anche di grandi artisti del ’900, però mi appassiona il contemporaneo. Non ho mai venduto niente.
Che cosa pensa del sistema dell’arte contemporanea?
Oggi il sistema è bloccato. In Italia ci sono artisti che stanno lavorando bene, mancano però il supporto istituzionale e gli investimenti.  Non c’è coscienza della produzione dell’arte del nostro tempo, nel nostro Paese ci sono sempre altre priorità. I giovani artisti italiani non sono inferiori a quelli di altri Paesi della loro generazione ma continuano ad avere il problema drammatico di non essere rappresentati a livello internazionale. La verità è che in Italia non abbiamo strutture di supporto che assicurino stabilità di lavoro nel tempo. Germania, Francia, Inghilterra investono milioni di euro in un sistema di supporto. Quando sono andato in Olanda a trattare un finanziamento per un nostro progetto di mostra sull’arte olandese i soldi li hanno messi loro, per davvero. Non è vero che mancano i soldi: non facciamoci confondere dal dramma dei nostri politici, perché la base italiana è forte e lo vediamo nei motori, nel tessile, in tante aziende di eccellenza.

© Riproduzione riservata

Alessandro Allemandi, da Il Giornale dell'Arte numero 314, novembre 2011


  • Valdemaro Beccaglia con Kerry Kennedy nel 2008

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