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Vernissage

Richter effetto flou

Una sequenza del documentario «Gerhard Richter Painting» di Corinna Belz

Il documentario «Gerhard Richter Painting» di Corinna Belz, una delle opere più attese al festival «Lo schermo dell’arte», è appena uscito in un dvd prodotto dalla Soda Pictures, in coincidenza con «Gerhard Richter. Panorama», l’attuale importante retrospettiva in corso fino all’8 gennaio alla Tate Modern di Londra (cfr. Gda n. 313, ott. ’11. p. 22). È un ritratto intimo di un uomo schivo e fortemente autocritico, e il film dedica la maggior parte dei suoi 97 minuti alla semplice visione di Richter che dipinge, un’intrusione che, in un certo senso, egli trova eccessiva: «Non penso di poterlo fare, dice l’artista. Dipingere sotto osservazione… non c’è niente di peggio». «Niente di peggio?», chiede la Belz. «Sì. Peggio che essere all’ospedale».
Osservare la produzione dei dipinti rompe l’intimità del processo creativo. È come osservare l’artista mentre si veste: vederlo in indumenti intimi prima che indossi il resto dei suoi abiti. È chiaro che la realizzazione di un’opera è qualcosa che Richter ritiene logorante, anche dolorosa, i cui progressi gli lasciano una soddisfazione di breve durata, prima che si ripresenti il bisogno di continuare il lavoro. A un certo punto, vediamo Richter discutere della sua opera con Benjamin Buchloh, docente di storia dell’arte moderna ad Harvard. Richter parla di spontaneità e dell’assenza di un progetto nella sua astrazione: «Quindi qual è la correlazione tra l’assenza di un progetto e il giudizio (su quando l’opera è finita)?» chiede Buchloh. «Ogni passaggio è sempre più difficile, e mi sento sempre meno libero, fino a quando non c’è più nient’altro da fare», risponde l’artista. Forse la più inattesa rivelazione che emerge dal film, è l’avere sfatato il giudizio circa la distanza tra le produzioni fotorealistiche di Richter e le sue opere astratte. Osservandolo al lavoro su grandi opere non figurative, lo spettatore rileva come la sua tecnica tenda a ricoprire e oscurare ciò che in precedenza era stato realizzato, senza che l’immagine originale si perda completamente. Proprio come l’effetto sfocato di molti suoi dipinti figurativi suggerisce un velo posato sui soggetti (come a dichiarare l’incapacità di trovare una verità assoluta sulla loro identità), osservare Richter dipingere con i suoi enormi compressori riempiti di un solo colore, su vibranti tele dai colori contrastanti, suggerisce come egli ritenga impossibile vedere un’immagine autentica di ciò che vi si trova sotto; a noi sono accessibili solo fugaci apparizioni e accenni.

Iain Millar, da Il Giornale dell'Arte numero 314, novembre 2011


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