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Fotografia

Al Mart un ciclo argentino di Carlo Valsecchi

Carlo Valsecchi, «#0333 San Luis, San Luis, RA 2007»

Rovereto (Tn). Da diversi anni il Mart considera la fotografia non solo per il suo valore documentario, ma soprattutto per il suo valore artistico, e la mostra «San Luis» di Carlo Valsecchi, curata da Gabriella Belli, ben evidenzia la cifra stilistica dell’autore, a metà tra la visione documentaristica e l’estetica dell’astrazione (dal 19 novembre al 26 febbraio, catalogo Silvana Editoriale).
In passato l’operare di Valsecchi (classe 1965) si è concentrato su due questioni, il cosa vedere e il come vederlo, in virtù di una committenza industriale, occupandosi di industria, macchinari e architetture, passando dal particolare al generale, dalla definizione estrema del disegno alla pura connotazione cromatica. La serie successiva confluita nel volume Frutta e verdura del 2008 si connota ideologicamente come un registro che sposta l’attenzione dal piano funzionale a quello creativo. Valsecchi riesce a far incontrare la tradizione documentaristica e l’avanguardia storica, forzando i termini del vedere sino al paradosso di un eccesso di descrizione. Nelle oltre trenta immagini, quasi tutte di grande formato, di «San Luis» (realizzate in Argentina tra il 2007 e il 2009) si aggiunge un altro elemento della sua ricerca, il quanto vedere, sino a che punto il vedere può essere spinto prima di trasformarsi nel suo contrario, nella pura invisibilità. Di fronte alle distese argentine, alla preponderanza del naturale la fotografia definisce la precisione della forma, il colore dilaga, si satura, perde il rapporto retinico con la realtà. La documentazione qui non è più sufficiente, questi sono i luoghi della dismisura, confermata anche da alcune immagini di oltre tre metri, del confronto diretto col «diverso» che è la natura, una sorta di regressione temporale che avvicina il fotografo ai grandi pittori della tradizione romantica e informale, nonché agli artisti della Land art.
Un vedere visionario che completa un percorso, non tradendo le premesse originarie, ma completandole con la coscienza che la sua è una ricerca del limite della visione, che pur forzato non perde la capacità di comunicare. 

© Riproduzione riservata

Daniela Vartolo, da Il Giornale dell'Arte numero 314, novembre 2011


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