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Lepri terribilmente datate

Lo scultore concettuale Barry Flanagan non ha superato la prova del tempo

Barry Flanagan, «Leaping hare, embellished, 2/3 jan ’80», 1980. © Estate of Barry Flanagan courtesy Plubronze Ltd.

Barry Flanagan (cui la Tate Britain dedica fino al 2 gennaio la mostra «Barry Flanagan opere giovanili 1965-1982») è famoso per una sola cosa: la sequenza di sculture in bronzo a forma di lepri che iniziò nel 1980. Le lepri di Flanagan esistono in svariate forme e dimensioni ma, indipendentemente dalla loro dimensione, sono leggere e veloci come una palla che rimbalza. La loro buffoneria esprime gioia, rinnovamento, resurrezione e resistenza; i collezionisti le apprezzarono così tanto che l’artista ne realizzò moltissime. Al momento della sua morte, nel 2009, lo si ricordava soprattutto per le lepri. Da allora Flanagan è stato visto come una forza ormai esausta nell’arte britannica e le lepri considerate decisamente ingenue.
Eppure, alla fine degli anni ’60 e negli anni ’70, Flanagan era uno dei nomi di maggior richiamo. Giovane artista concettuale formatosi al St Martins, aveva messo in discussione la nozione stessa di scultura, scartandone molti dei tradizionali attributi, tra cui massa, volume, durata e stabilità.
A metà degli anni ’60 aveva ridotto la sua opera a due elementi: materiale e processo. Un abito informe a sacco riempito di sabbia; una pila di stoffe di canapa; una piramide di bastoncini tenuti in equilibrio precario dalla forza di gravità: quando si guardano opere come queste, ci si chiede che cosa abbia fatto Flanagan per realizzarle. Hanno poco contenuto espressivo, e nessun riferimento a ciò che sta loro intorno. Nel sacco pieno di sabbia, ad esempio, le pieghe cadenti e le forme sgualcite non sono opera dell’artista, ma della gravità. Quello che si vede è tutto quel che c’è: un sacco di sabbia, niente di più. Ai loro tempi, queste opere sembravano trasgressive ed eccitanti. Oggi sembrano terribilmente datate, esperimenti interessanti e non molto di più. Confrontandole con le poetiche meditazioni di Giuseppe Penone sul mondo naturale, l’appassionata risposta di Richard Long al paesaggio o le riflessioni di Eva Hesse sulla sua stessa mortalità, mi colpisce il fatto che Flanagan non abbia niente da dire su nulla, se non il modo in cui la scultura viene definita e com’è fatta.
La sua generazione di artisti concettuali britannici ha dimenticato che l’arte è, soprattutto, un mezzo visivo. Esortati al «Live in Your Head»,  realizzarono opere che i critici e i curatori amavano, ma che annoiavano a morte il pubblico. Un’arte sperimentale come quella di Flanagan spesso non supera la prova del tempo. Basta guardare, in una vetrina della prima sala della mostra, l’elenco degli studenti del corso di scultura a St Martins del 1965; dei nomi e delle 15 fotografie che vi sono riportati ne ho riconosciuto uno solo, a parte Flanagan. Gli altri, o non hanno fatto carriera per niente o sono stati dimenticati da tempo. È da lì che provengono le antiquate lepri. Senza i sostenitori delle mode mi chiedo se oggi la Tate Britain avrebbe potuto ospitare questa mostra. Concludendo il percorso espositivo con una galleria dedicata alle primissime lepri, i curatori ci ricordano quanto sembrarono strane la prima volta che vennero esposte. In un’epoca in cui la scultura figurativa era superata e il bronzo era un materiale associato con i monumenti commemorativi di guerra, le lepri sovvertirono gioiosamente le ortodossie dell’arte d’avanguardia. Consentirono di recuperare la consapevolezza del fatto che l’arte possa attrarre l’occhio e il cuore tanto quanto la mente.
© Riproduzione riservata

Richard Dorment, da Il Giornale dell'Arte numero 314, novembre 2011


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