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L'Avvocato dell'Arte

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Guerra su Vasari

Il pegno dei fratelli Festari è giuridicamente inesistente

Quest’anno ricorre il cinquecentenario dalla nascita di Giorgio Vasari. Firenze, da lui eletta a capitale primaziale dell’arte italiana, da cui sarebbero partiti tutti gli impulsi della sua evoluzione, a cominciare da Giotto, e Arezzo, sua città natale, celebrano l’evento con mostre dedicate a questo grande operatore culturale, che fu pittore, disegnatore, architetto, storico dell’arte. A modo loro, anche i fratelli Festari, proprietari dell’Archivio Vasari in Arezzo, hanno celebrato l’evento, notificando al Mibac e al Comune di Arezzo, come apprendo dal breve articolo inserito nel numero di settembre di questa rivista, l’avvenuta costituzione in pegno dello stesso Archivio a favore di tal Fausto Butelli, un maremmano trasferito in Romania, a garanzia di una complessa operazione di cessione in loro favore di immobili e partecipazioni, appunto in Romania. Come è noto, i Festari già nel 2009 comunicarono una vendita per ben 150 milioni di euro, effettuata alla società russa Ross Engineering, che faceva capo all’oligarca Vasilj Stepanov. Lo Stato, cui la comunicazione era indirizzata, come per legge, non esercitò la prelazione, a quel prezzo manifestamente spropositato (sessanta volte superiore alla stima statale di 2,5 milioni di euro), sospettando che la vendita fosse stata simulata e finalizzata soltanto a stimolare l’esercizio del diritto di prelazione: circostanza che risulterebbe confermata da una dichiarazione da Stepanov, a quanto apprendo dalla lettura dell’articolo, alla stampa tedesca. Da qui, una serie di denunzie, ricorsi e litigi, ancora in corso. Ora, la novità della costituzione in pegno, che cade proprio nell’anno delle celebrazioni vasariane. Semplice casualità? Lasciamo la risposta ai lettori.
Ma, a questo punto, all’Avvocato dell’Arte preme di esprimere le proprie idee sugli aspetti civili e penali di questa vicenda. Sui primi, occorre premettere quale sia la situazione giuridica dell’Archivio Vasari, ossia dell’insieme delle carte che documentano il percorso artistico di questo insigne personaggio, iniziato quando il nostro aveva solo undici anni e terminato, oltre cinquant’anni dopo, con la sua morte nel 1574.
L’Archivio, ça va sans dire, forma oggetto del più rigoroso dei vincoli: non solo non è suscettibile di separazione dei vari componenti ma neppure di rimozione dal luogo ove attualmente si trova, vale a dire la Casa Vasari in Arezzo.
Ora l’art. 2786 del Codice Civile definisce il pegno come una garanzia reale che si costituisce «con la consegna al creditore della cosa o del documento che conferisce l’esclusiva disponibilità della cosa»: in altri termini, il debitore che costituisce il pegno si deve spossessare dell’oggetto della garanzia reale, trasferendo materialmente al creditore o il possesso di esso o il possesso del titolo di credito, ove è incorporata la disponibilità del bene (ad esempio, la «Nota di deposito presso i Magazzini generali»). A quanto è dato conoscere, il creditore pignoratizio risiede in Romania; i Festari non si sono spossessati dell’Archivio, in quanto inamovibile; e allora, che valore ha un pegno, che non trasferisce al creditore la disponibilità del bene? A mio avviso, il pegno giuridicamente non esiste.
Vediamo ora gli aspetti penali.
Se il contratto concluso nel 2009 era totalmente simulato, perché volto solo a stimolare l’esercizio della prelazione da parte dello Stato italiano (cosiddetta simulazione assoluta), esso non solo è assolutamente inefficace (art. 1414/1 c.c.) ma costituirebbe anche un artifizio idoneo a realizzare il tentativo di truffa (artt. 56, 640, I e II co. c.p.: truffa commessa in danno dello Stato). Io non affermo, ovviamente, che il contratto fosse simulato, ma avanzo una mera ipotesi, che sarebbe avvalorata dalle dichiarazioni di Stepanov, prima riportate. Se l’ipotesi fosse, in punto di fatto, pienamente dimostrata, l’artifizio, non apparendo tale «prima facie» (ossia, in via immediata e diretta), ma richiedendo una verifica in sede di processo, avrebbe infatti quell’attitudine all’inganno che lo rende idoneo a integrare il tentativo di truffa.
Diverse sono invece le mie conclusioni per la costituzione in pegno: in questo caso, l’evidente nullità del contratto costitutivo della garanzia reale renderebbe l’eventuale artificio (uso sempre il condizionale: non sono in grado di accertare la verità ipotizzata) inidoneo a integrare l’artifizio penalmente punibile. Siamo del tutto al di fuori da un vincolo contrattuale che possa avere una parvenza di ragionevolezza e liceità: quindi, l’artifizio sarebbe talmente scoperto da non apparire idoneo ad integrare un tentativo di truffa.
Queste le mie conclusioni, ovviamente sempre problematiche, come è per tutte le conclusioni giuridiche e massime per quelle nel Diritto dei Beni Culturali.       © Riproduzione riservata

Fabrizio Lemme, da Il Giornale dell'Arte numero 314, novembre 2011


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