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Il criptico d'arte

Come la Potemkin

La performance di Marina Abramovic al MoMA ora è anche un noiosissimo videogame

Il videogame ispirato alla performance di Marina Abramovic

La cosa straordinaria è che qualcuno, a questo gioco, ci gioca. Quando lo studente-che-sa-tutto, quello che vorrebbe parlare solo inglese perché fa più cool (e che non studia un tubo per non immischiarsi con la lingua italiana, suppongo), mi ha raccontato entusiasta che ora anche Marina Abramovic ha il suo videogioco, non ci potevo credere.
Mica l’ha fatto lei, beninteso. Ma uno che si chiama Pippin Barr, che l’ha messo nel suo blog www.pippinbarr.com. Mi ha fatto pure l’esibizione, lo studente smanettone, visto che non riuscivo a capacitarmene.
Dunque la cosa funziona così. Vai nel sito del tizio, clicchi dove devi, e succedono le seguenti cose. Intanto, ti ritrovi con il tuo omino davanti al MoMA: che deve essere aperto, ché anche nel gioco il museo ha orari che vanno rispettati. Poi, muovendo le frecce di direzione entri, paghi il biglietto d’ingresso, attraversi sale abitate da quadri e giungi a una coda, che è quella della gente che aspetta di partecipare alla performance «The artist is present» di Abramovic: cosa che, effettivamente, accadeva lo scorso anno alla sua personale in quel museo. Devi attendere pazientemente il tuo turno, non tentare di saltare la coda altrimenti i custodi ti riprendono con severità e devi ricominciare da capo, e dopo alcune ore (alcune ore!) di attesa, finalmente puoi interagire con il pupazzetto dell’artista: cioè, come nell’azione vera, sederti di fronte a lei a un tavolo in mezzo a una specie di ring e stare lì, nullafacendo, per una quantità di tempo che, duri quel che duri, ti parrà eterna. Fine.
Non è che ho aspettato alcune ore insieme al giovinotto, beninteso. Capito il trucco, l’ho preso a male parole molto prima, da vecchio reazionario qual sono. E poi già sull’azione di Abramovic ho la stessa opinione di Fantozzi a proposito della corazzata Potemkin, visto che il tutto, al di là dei discorsi in intellettualese che ci si possono imbastire sopra, mi sembra la gara che si faceva da piccoli a chi sta zitto per più tempo, o fissa l’altro senza chiudere gli occhi per primo. Roba così.
Tant’è. Abramovic almeno infliggeva la sua azione a gente che non vedeva l’ora di sentirsi culturalmente adeguata, di interagire, di essere parte attiva (attiva?) di un evento eccetera. Qui la faccenda si dovrebbe ripetere, secondo il genietto del pc, stando seduti davanti a uno schermo.
Avendo io comunicato al giovane virgulto braidense che un conto è vivere quell’esperienza, se uno non ne può proprio fare a meno, e ben altro conto cliccare su un omino di bit che va a spasso sul tuo schermo e starsene seduti a fissare il nulla per ore, ne ho ottenuto uno sguardo di commiserazione incuriosita. Possibile che io non capissi? Il Barr è un serio Ph.D. danese che da anni studia i «video game values», perbacco.
Quando gli ho risposto che, in effetti, non solo da noi il problema centrale è quello della fuga dei cervelli, non ha capito lui. Appunto.
© Riproduzione riservata

Flaminio Gualdoni, da Il Giornale dell'Arte numero 314, novembre 2011


  • La performance di Marina Abramovic al MoMA

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