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Lettera da New York

Che ve ne sembra dell’America?

Sinnokrot meglio di Kiefer

In mancanza di accordo sui criteri comuni di valutazione, non possiamo pretendere di formulare giudizi incontestabili

Nida Sinnokrot, «Akh-48», 2008. Courtesy Artericambi

Quando faccio e quando guardo, cerco «duende», parola spagnola che indica la luce buia dell’ispirazione che filtra nelle persone creative, artisti e no. È lo spirito per il quale non ci sono parole, che anima il danzatore di flamenco, il pianista di Rachmaninoff, il pittore o il corridore. La questione è: quando io sento il «duende», lo senti anche tu? Nei tempi passati c’erano alcuni criteri comuni da seguire per l’arte e forse si trovava accordo per notare il «duende», ma oggi il tema o la tecnica o il tempismo non sono i fattori che lo accendono e so che chi lo sente non ha agganci per spiegarlo.
Io ho un sogno: che chi si occupa di arte si renda conto di quanto essa è diventata libera da quando non è più sostenuta da alcun accordo collettivo su quale sia il suo scopo.
Da anni sostengo che il discorso d’arte è divenuto come il corpo di un’anatra alla quale sia stata tagliata la testa: il corpo continua a volare per alcuni metri. Michael Noble mi raccontò come, durante la campagna del Nordafrica contro gli eserciti italiani e tedeschi comandati dal generale Rommel, durante le pause, i soldati alleati, a corto d’acqua ma ben forniti di gin, scommettevano somme ingenti sulla distanza che avrebbe coperto un’anatra decapitata prima di essere mandata in cucina a rosolare per la cena. Ho letto recenti scambi di opinioni sull’arte contemporanea provocati da un opuscolo dello storico dell’arte Jean Clair, che risuscita la seicentesca querelle des Anciens et des Modernes (la polemica degli Antichi e dei Moderni) suggerendo che soltanto un ritorno alla pittura figurativa potrà salvarci dall’imbarbarimento consumistico. Vedo che molte repliche sono cadute nella trappola manichea delle opposizioni drastiche. C’è chi risponde «Ha ragione Jean Clair, Lucian Freud è più bravo di Jeff Koons» e c’è chi dice «la performance rappresenta la nostra epoca» e chi insiste che «Anselm Kiefer è incontrovertibilmente fra i più validi mentre Freud è un mediocre». Altri ci ricordano che ormai «La realtà è quella di internet» e che le tecniche degli ultimi millenni sono obsolete. Naturalmente c’è sempre anche chi sostiene la necessità del nuovo, la morte della pittura e così via. Mi sembra di assistere a un bisticcio di cortigiani che hanno perso il senso della prospettiva di quanto si è evoluto il mondo fuori dalla corte. Il tutto poi si complica egregiamente con l’infiltrazione parassitica degli interessi economici, le agende politiche, e quant’altro. Che sbadiglio! Il mio sogno si basa su un sillogismo semplicissimo: se non esiste più accordo comune sullo scopo dell’arte, non possono esservi criteri oggettivi di valutazione sia per chi l’arte la fa sia  per chi la fruisce. Tutti parlano come se si fosse d’accordo sui metri di misura dai quali derivare il giudizio estetico, ma non si accorgono di essere impantanati in una cacofonia di ragioni legittime soltanto in quanto punti di riferimento contrastanti, fondati sulle loro inclinazioni personali.
Il mio sogno è sperare che si smetta di tentare di prevaricare le opinioni degli altri ma si tenti invece di entrare in dialogo aperto di opinione. Affiniamo i nostri argomenti nelle polemiche di opinione ma smettiamo di pretendere di essere i soli a possedere un giudizio finale. Le soluzioni finali del secolo scorso hanno fatto tanti danni proprio perché erano gli ultimi singulti di un modo di vedere rigido e mummificato.
La appena conseguita libertà dell’arte ci richiama ad avere meno paura, a coltivare la conoscenza e ad aver poi fiducia nei nostri pensieri e impulsi. Salvo le torri installate all’Hangar Bicocca di Milano, per esempio, io trovo che le farraginose croste dei quadri di Kiefer siano pomposi abbagli, che sbiadiscono al confronto del semplice assemblaggio del palestinese americano Nida Sinnokrot (nato 1971): una stampella ibridizzata con elementi di fucile kalashnikov. I pompier (Koons, Hirst, Cattelan, Barney ecc.), accademici della stanca avanguardia, sono a mio parere dei tecnici intelligenti quanto lo erano stati i loro predecessori del XIX secolo, come Bouguereau o Couture o Cabanel. Quelli praticavano con impegno i dettami del manuale d’istruzioni della tradizione iniziata nel XVI secolo e questi hanno imparato bene il manuale d’istruzioni dell’avanguardia, le premesse della quale per molti di noi sono ormai fossilizzate. Se non mi stimolano, sono affari miei, posso spiegarvi le mie ragioni, ma non posso provare di aver ragione perché sia a voi sia a me manca l’accordo su criteri comuni di valutazione.
Io preferisco pittori come Brice Marden, Giorgio Morandi, James Bishop, Susanna Tanger, Eve Ascheim, Carmengloria Morales, Paolo Patelli, perché sento che l’arte soprattutto pittorica di sensibilità assoluta priva di tema spiegabile a parole sia una punta estrema essenziale anche e soprattutto davanti alle terribili emergenze della nostra epoca, anche davanti agli 800 milioni di persone che muoiono di fame oggi. Ma capisco che questi pittori possano lasciare indifferenti molti osservatori. Tenterò di convincervi, ma non posso arrogarmi il diritto di avere ragione. Vi annuncio inoltre che desidero assentarmi dalla rubrica  per un anno. Desidero rimuginare la mia arte. Ciao e grazie.
© Riproduzione riservata

Lucio Pozzi, da Il Giornale dell'Arte numero 314, novembre 2011


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