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New York

Agitarsi prima dell’uso

80 sedi, 100 artisti e molte opere inedite per il festival biennale della performance

New York. La quarta edizione di Performa, il festival biennale della performance, si svolge dal primo al 21 novembre in 80 teatri, gallerie e spazi pubblici. Su 100 artisti, dieci presentano opere inedite. La fondatrice di Performa è Roselee Goldberg, autrice del fondamentale volume Performance Art: from Futurism to the Present. «Quando ho fondato il festival, dichiara, pensavo fosse arrivato il momento di far capire alla gente l’importanza dell’arte della performance, che si è sviluppata in particolare nel XX secolo, ma che di fatto risaliva a molto prima. Gli artisti hanno sempre fatto spettacolo dal vivo; anche  Leonardo e Caravaggio, ma gli storici dell’arte non sapevano come spiegarlo».
La prima Performa si tenne nel momento culminante del boom di mercato degli anni 2000, e apparve come reazione contro la crescente commercializzazione della scena artistica newyorkese. «Sentivo che c’era di nuovo bisogno di riportare indietro New York, prosegue la Goldberg. Pensavo che tutta la creatività e lo spirito della New York degli anni ’70 si stessero perdendo nel branding e negli enormi spazi di Chelsea, e mi sono chiesta: dov’è il mondo delle idee? Tiriamolo di nuovo fuori, e basta parlare solo di mercato. Va bene la ricchezza, ma torniamo al punto in cui l’arte scaturisce».

Non più sangue e vetri rotti
La strategia della Goldberg non è solo guardare all’apogeo della performance negli anni ’70, ma anche concentrarsi sulla commessa di «nuove opere per il XXI secolo. L’idea che si aveva della performance art in genere si fondava sugli anni ’70, su cose tipo rompere e mangiare vetro e sanguinare, un sacco di cose toste, e lo erano per una buona ragione, per il Vietnam e per quei tempi politicamente duri. L’idea delle commesse di Performa è di andare da artisti che non hanno mai fatto performance prima e dire loro: che cosa vi piacerebbe fare? La cosa eccitante è che ci si buttano a capofitto». La Goldberg si propone di contrastare la tendenza che ha percepito in eventi come Documenta e la Biennale di Venezia, dove a suo dire guardare l’arte era come fare un inventario. A Performa vuole creare «la situazione ottimale per l’opera, ovvero chiudere la porta, letteralmente e metaforicamente, e quindi dire: caro spettatore, starai seduto per un’ora, passerai del tempo con l’opera dell’artista, e quando lascerai questo spazio, l’opera stessa ti sarà entrata in circolo».
Quest’anno tra i creatori di nuove opere Simon Fujiwara propone performance dell’assurdo, tra i cui temi c’è la carica erotica sottesa all’Espressionismo astratto. Elmgreen & Dragset presentano un ironico autoritratto basato sull’improbabile parallelo tra Giorni felici di Samuel Beckett (1961) e il libro Seven Days in the Art World di Sarah Thornton (2008, edito in Italia da Feltrinelli), interpretato dagli attori Joseph Fiennes e Charles Edwards. «È un lavoro su che cosa vuol dire essere artista nel 2011», spiega la curatrice. «OverRuled» è invece una nuova performance di Shirin Neshat: «È una risposta alla primavera araba, spiega la Goldberg. Nell’opera c’è anche una discussione su ciò che avviene quando la religione, il potere e la politica si mescolano, e soprattutto su ciò che avviene alle donne che ci si trovano in mezzo». Altre opere rilevanti si devono a Jonathan Meese e a Spartacus Chetwynd, quest’ultima protagonista del recente boom della performance britannica.

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Ben Luke, da Il Giornale dell'Arte numero 314, novembre 2011


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