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Dopo Gheddafi

Trafugato il Tesoro di Bengasi

Allertate 188 polizie, ma senza fotografie chi riconoscerà i pezzi?

Tripoli (Libia). L’Interpol ha allertato 188 diverse polizie internazionali per il furto del cosiddetto Tesoro di Bengasi sottratto dal sotterraneo di una banca della città il 25 maggio, tre mesi dopo la conquista della capitale da parte dei ribelli, e all’epoca passato quasi inosservato. Il tesoro trafugato, che comprendeva ori greci e romani, era conservato all’interno di una cassaforte e di due bauli militari della seconda guerra mondiale chiusi con lucchetto. Non è mai stato esposto in Libia e la sua esistenza era stata praticamente dimenticata, da tutti fuorché dagli archeologi.
Francesco Bandarin, responsabile per la Cultura dell’Unesco, che lavora con gli archeologi libici, è determinato a dare la caccia al tesoro scomparso. Le notizie su di esso sono scarse, ma esistono nuovi elementi, basati sulla ricerca dell’archeologa italiana Serenella Ensoli (che vive a Napoli ed è direttrice in Libia della Missione archeologica italiana a Cirene).
I preziosi reperti erano stati depositati per ragioni di sicurezza nei sotterranei della National Commercial Bank, nel centro di Bengasi. La città è stata la base principale delle forze ribelli anti Gheddafi, che qui hanno preso il potere lo scorso febbraio.
Il 25 maggio i due bauli e la cassaforte sono stati spostati senza autorizzazione e portati in un’altra banca vicino all’Hotel Dujal. Qui è arrivato solo uno dei bauli, del secondo e della cassaforte si sono perse le tracce. Ensoli sospetta che i ladri abbiano aperto i contenitori, trafugato ori e argenti e lasciato gli oggetti di minor valore nel baule superstite giunto a destinazione.
Il cosiddetto Tesoro di Bengasi è una raccolta di importanti antichità rinvenute in Cirenaica dopo la prima guerra mondiale, durante l’occupazione libica della Libia seguita al crollo dell’impero ottomano. Gli oggetti di maggior valore furono trovati nel 1917 nel Tempio di Artemide a Cirene, il principale sito greco in Africa, a est di Bengasi. Risalenti al V-VI secolo a.C., i reperti comprendono orecchini, volti lavorati a sbalzo e una lapide raffigurante una battaglia. Altro materiale proviene dall’ellenistico Palazzo delle colonne a Tolemaide (tra Cirene e Bengasi), oggetto di scavi a partire dal 1937. Un terzo elemento è la collezione Meliu di 2.000 monete. In totale il Tesoro di Bengasi comprende 364 monete d’oro, 2.433 d’argento, 4.848 di bronzo, 306 gioielli e 43 altri reperti antichi tra cui figurano anche statue.
Nel 1942, mentre gli Alleati si stavano avvicinando alla Libia, gli archeologi italiani a Bengasi impacchettarono il tesoro che l’anno seguente fu spedito a Roma nei bauli militari. A maggio 1944 i bauli furono trasferiti per ragioni di sicurezza a Cremona e più tardi in Val Brenta, nelle Dolomiti. Dopo la guerra i reperti libici tornarono a Roma dove furono depositati nel Museo Coloniale. Anche se l’Italia non aveva nessun titolo per detenere i reperti, solo nel 1961 la collezione fu finalmente restituita alla Libia. Venne stilato un inventario dattiloscritto, purtroppo senza fotografie. Tornato in patria, il tesoro fu collocato nel sotterraneo della banca di Bengasi, situazione che perdurò dopo la salita al potere di Gheddafi otto anni più tardi. Nel 1980 nuovi ritrovamenti archeologici andarono ad arricchire il tesoro.
All’inizio di quest’anno, i ribelli hanno istituito a Bengasi il Consiglio nazionale di transizione (Cnt), e Fadel Ali Mohammed è stato nominato presidente del Dipartimento di archeologia. Il 2 giugno ha scritto al procuratore generale, riferendo del furto del Tesoro di Bengasi. Fadel ha anche scritto al ministro italiano degli Esteri Franco Frattini, chiedendo assistenza per la documentazione dei reperti.
Il problema principale è che non esistono tracce fotografiche delle migliaia di reperti, una lacuna che Ensoli descrive come «assolutamente deplorevole» e che renderà difficile, se non impossibile, identificare i pezzi nel caso in cui dovessero apparire sul mercato.

© Riproduzione riservata

Martin Bailey, da Il Giornale dell'Arte numero 314, novembre 2011


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