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Biennale Barattata

Contro la conferma di Baratta alla presidenza il ministro Galan oppone il manager Malgara, benemerito di Mediaset. Si rinnova così la tradizione di nomine personalistiche, soggette a tutti i cambi di Governo

Venezia. Si è concluso con un pareggio (23 sì e 23 no), lo scorso 26 ottobre, il voto alla Commissione Cultura della Camera che avrebbe dovuto ratificare la designazione di Giulio Malgara quale nuovo presidente della Biennale di Venezia, proposto dal ministro Galan. Per il regolamento della Camera un pareggio significa voto contrario. Ma dal momento che il voto delle Commissioni è consultivo, il risultato non ha impedito a Galan di cantare vittoria. «Molto soddisfatto del voto, si è, infatti, dichiarato il ministro: Neppure se avessi proposto Leonardo da Vinci, l’esito sarebbe stato diverso, data la composizione della Commissione della Camera». Avanti, dunque, con la nomina di Malgara, che da parte sua non si dimostra turbato per questo stop. La novità politicamente più rilevante viene dalla Lega, che si allinea alle decisioni del ministro, attenuando in tal modo il sostegno dichiarato, da parte del governatore del Veneto Luca Zaia, al presidente uscente, Paolo Baratta.
A Galan ha replicato a stretto giro di posta Giorgio Orsoni, sindaco di Venezia e vicepresidente di diritto della Biennale. «Un voto che sa di bocciatura, non solo di un nome, ma anche di un modello di politica culturale dell’ente». Orsoni aveva già bollato il candidato Malgara come «inadeguato» e non è certo un mistero il suo appoggio a Baratta. Il sindaco aveva anche chiesto di essere ricevuto in udienza alla Commissione, ma la presidente Angela Aprea (Pdl) si era opposta. Sembra, invece, che sarà ricevuto dalla Commissione Cultura del Senato, dove la nomina di Malgara sarà discussa dopo la metà di novembre. Anche in questo caso si tratta di un parere obbligatorio, ma non vincolante.
Paolo Baratta non ha rilasciato dichiarazioni, pago di incassare il successo di 4mila firme (al 27 ottobre) all’appello lanciato dal giornale «La Nuova Venezia» per la sua riconferma. Con nomi autorevoli come quelli di Salvatore Settis, Alberto Arbasino, del rettore dello Iuav Amerigo Restucci, dei direttori della Tate Gallery, del MoMA e della Neue Pinakothek di Monaco. Oltre che del sostegno della città, fatte rare eccezioni, come il rettore di Ca’ Foscari Carlo Carraro e l’editore Cesare De Michelis, che si sono pronunciati a favore di Malgara. Questo tormentone sul rinnovo delle cariche non rappresenta certo una novità per l’ente veneziano. Da sempre le vicende della Biennale riflettono gli equilibri politici governativi o delle istituzioni locali, come è successo per quest’ultimo quadriennio della presidenza di Paolo Baratta, con il Cda orientato a sinistra, in presenza di un Governo di destra. Vale la pena ripercorrere la vicenda della Biennale anche attraverso le modifiche legislative che hanno modificato la natura dell’ente. Nel secondo dopoguerra sono sostanzialmente due: la legge del 26 luglio 1973 e quella del 23 gennaio 1998. La prima rifletteva il clima assembleare, vitale e un po’ confuso, seguito agli anni della contestazione. Ne era perno il Consiglio direttivo, composto da ben 19 membri, disegnati dal Governo, dagli Enti locali, dai sindacati e dal personale. Era lo stesso Consiglio a designare come presidente uno dei suoi membri e a nominare i direttori delle varie manifestazioni. In genere con una calibratissima caratura politica dei diversi incarichi, non solo per quanto concerneva la presidenza, ma anche i due settori di maggior prestigio, le Arti visive e la Mostra del cinema.
Primo presidente del nuovo corso, il socialista Carlo Ripa di Meana (1973-78). Fu un quadriennio di eventi dalla forte valenza politica, di carattere interdisciplinare, al punto che vennero aboliti i tradizionali settori. Le Arti visive, direttore l’architetto Vittorio Gregotti, ripresero solo nel 1976 con un evento dedicato al Cile e con record assoluto di visitatori: 692mila. Il 1977 è l’anno della Biennale del dissenso, dedicato agli artisti e letterati dell’Europa dell’Est. Fortemente voluta da Ripa di Meana, questa manifestazione incontrò la netta opposizione dell’allora Partito Comunista e costò a Ripa di Meana il rinnovo dell’incarico. A subentrargli fu Giuseppe Galasso (1979-82), repubblicano, storico di riconosciuto valore, con un forte senso delle istituzioni. Reintegrò i direttori di sezioni. A curare l’edizione del 1978, celebre anche per il film «Vacanze intelligenti» di Alberto Sordi, fu il dirigente della Biennale Luigi Scarpa. Il tema generale «Dalla natura all’arte, dall’arte alla natura» vide il Padiglione israeliano invaso dalle pecore e lo scandalo del toro che montava una mucca meccanica nella performance di Antonio Paradiso. I visitatori furono 320mila. Nel 1980 l’incarico per le arti visive fu affidato a Luigi Carluccio (365.180 visitatori), che non poté firmare anche l’edizione del 1982 (226.392), affidata al segretario della Biennale, Sisto Dalla Palma, perché scomparso qualche mese prima dell’evento.
Nel 1983 inizia la presidenza di Paolo Portoghesi, socialista, che si protrae fino al 1992. Portoghesi, noto storico dell’architettura, lascia un segno decisivo per avere introdotto, prima come direttore e, in seguito, nella sua nuova veste di presidente, il settore dell’Architettura e per avere, per la prima volta, utilizzato lo spazio delle Corderie all’Arsenale.
Direttore delle Arti visive per il 1984 e il 1986 fu Maurizio Calvesi. La Biennale però registra un calo di visitatori, scesi a 196.518 nel 1984 e a 150mila nel 1986. Il trend negativo continua nel 1988 (90.150, minimo storico) e nel 1990 (125mila) nelle due edizioni dirette da Giovanni Carandente. La ripresa avviene nel 1993 per merito di Achille Bonito Oliva (286.211)
Al presidente Portoghesi subentra per il quadriennio 1993-96 il democristiano Gian Luigi Rondi, grande cultore del cinema. È lui a coordinare le iniziative per il centenario della Biennale (1995) che vede, eccezionalmente, attivati tutti i settori. Ed è lui che nomina per la prima volta un direttore straniero, Jean Clair. Buon successo di pubblico: 320mila biglietti staccati. Nell’edizione successiva del 1997, affidata, con grande ritardo, a Germano Celant si ritorna a 195mila visitatori.
Gli anni dal 1996 al 1998 sono di transizione: la presidenza è del socialista Lino Micciché, ma la grande attesa è tutta per la riforma dell’ente, varata il 23 gennaio del 1998 e fortemente voluta dal vicepresidente del Consiglio e ministro dei Beni Culturali, Walter Veltroni. La Biennale di Venezia cambia lo stato giuridico da ente pubblico a società privata e assume il nome di «società di cultura». Il consiglio direttivo si riduce drasticamente a 5 membri: presidente, vicepresidente (di diritto il sindaco di Venezia), un rappresentante rispettivamente di Governo, Regione Veneto e Provincia di Venezia. Il presidente è nominato dal ministro dei Beni culturali, sentito il parere obbligatorio, ma non vincolante delle Commissioni cultura di Camera e Senato.
È Paolo Baratta, su indicazione del ministro Walter Veltroni, con il parere favorevole delle due Commissioni, il primo presidente della Biennale riformata. Carica che ricopre per il periodo 1998-2001. Baratta, che all’inizio dispone di un notevole budget, dimostra la sua autorevolezza nella capacità di risolvere i problemi derivanti dalla situazione molto precaria delle sedi istituzionali ed espositive e, soprattutto, nel felice intuito nell’individuare i direttori dei diversi settori, sempre più internazionali. Lo dimostra la scelta di Harald Szeemann per le due edizioni delle Arti visive del 1999 e del 2001, tra le migliori se non le migliori in assoluto degli ultimi anni. Visitatori: 230mila nel 1999 e 243mila nel 2001. Ma il ben operare, anche allora, non garantisce a Baratta la riconferma. Con quattro mesi di anticipo rispetto alla scadenza del suo mandato (evidentemente la storia si ripete) il ministro Giuliano Urbani (governo Berlusconi II) nomina al suo posto Franco Bernabè, scelto per le sue doti manageriali (anche qui la storia si ripete), secondo quanto auspicato dall’allora sottosegretario Vittorio Sgarbi. Bernabè, tuttavia, chiarisce di non voler svolgere a tempo pieno il suo incarico, che peraltro dura solo due anni (2001-03). Il 2003 è l’anno di Francesco Bonami, ultimo curatore (fino a ora) italiano della Biennale. La sua è un’edizione soggetta a molte critiche, ma premiata dal pubblico (260.103 visitatori). Nel 2004 c’è una parziale riforma dello statuto della Biennale, che diviene una «fondazione». A presiederla è il manager bancario Davide Croff, veneziano di nascita. Ministro è ancora Urbani. La nomina di Robert Storr, per le Arti visive, primo direttore non europeo, e quella di Marco Müller alla Mostra del Cinema sono tra gli atti più significativi del suo mandato. Storr chiede e ottiene tre anni di tempo per pianificare la sua edizione. Tanto che la biennale del 2005 è firmata da María de Corral e Rosa Martínez (265mila visitatori) mentre per la sua occorre attendere il 2007 (319mila visitatori). Anche Croff aspirava a essere confermato, ma nel frattempo era cambiato il Governo e a ricoprire la carica di ministro c’era Francesco Rutelli. Precario come il secondo governo Prodi e chiamato, quindi, a risolvere al più presto il problema della presidenza. È così il ritorno di Paolo Baratta, che conferma la sua autorevolezza, in più impegnandosi nella formazione dei giovani e sapendosi adattare, merito non da poco, ai mutati tempi di «vacche magre». La Mostra delle Arti visive del 2009 di Daniel Birnbaum lievita a 375mila visitatori; quella (in corso fino al 27 novembre) di Bice Curiger veleggia, stando alle proiezioni, oltre la soglia dei 400mila mila. Unanime è il riconoscimento dell’operato di Baratta, a partire dallo stesso ministro Giancarlo Galan. Stima che però non gli vale la riconferma. Lo stesso ministro, infatti, motu proprio, a inizio ottobre designa a succedergli Giulio Malgara, l’inventore dell’Auditel.

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Lidia Panzeri, da Il Giornale dell'Arte numero 314, novembre 2011


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