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Vernissage

Napoli

Aspettando i barbari

«Ho iniziato con artisti interessati al concetto di bellezza, perché credo nel potere dell’arte di modificare un territorio antropologico. Ora guardo alla periferie, luoghi problematici e dinamici dove i cambiamenti si leggono con più facilità»: parla Umberto Di Marino, gallerista «di tendenza» ancora ignorato da Basilea ma premiato dalla Biennale di Venezia

Umberto Di Marino

Avere la propria galleria all’angolo con piazza dei Martiri, nel cuore più elegante della città, per il gallerista Umberto Di Marino non ha significato perdere di vista un percorso partito nel 1994 da uno spazio in un parco sperduto di Giugliano in Campania, forse il comune più popoloso d’Italia, e poco distante dalla zona 167 di Scampia. Dal 2000 matura una propria identità di ricerca focalizzata sul rapporto tra architettura e natura, antropologia e nuovi stili di vita contemporanei, e apre alle ultime generazioni artistiche. Nella piena fioritura dell’arte contemporanea a Napoli, quando nel 2005 aprono il Madre e il Pan (Palazzo delle Arti), Di Marino si sposta nella sede attuale, nel quartiere Chiaia, dove operano Alfonso Artiaco, Lia Rumma e altre gallerie  e inizia a proporre anche artisti stranieri. Ora Di Marino, 51 anni,  guarda verso la nuova frontiera della città: Napoli est, l’ex zona industriale tra la stazione centrale e il mare, con strade larghe, modeste palazzine, tunnel abbandonati, capannoni off limits, dove la comunità cinese e altre forme imprenditoriali accatastano centinaia di container di merci, molti giunti via mare dall’Oriente, perché il porto è uno dei maggiori scali commerciali del mondo. Qui sono in procinto di partire grandi progetti di riqualificazione ma Di Marino sa che necessita una reale volontà imprenditoriale e politica.
Sul concetto di «rigenerazione» comunque è incentrata, nella sua galleria fino al 2 dicembre, una personale (la prima in Italia) di André Romão (1984), portoghese di stanza a Berlino. Intitolata «Barbarian Poems», la mostra è incentrata sulla figura storica del «barbaro», indagata nella sua controversa accezione positiva: l’innesto doloroso ma rigenerante di una nuova cultura in una società in fase storica discendente.
Umberto Di Marino, la sua galleria è considerata tra quelle che segue con più attenzione artisti giovani. Condivide tale definizione?
In Italia il termine «giovane» ha una connotazione troppo labile ed estesa. Nel mio caso include artisti trentenni, come Luca Francesconi e Marinella Senatore, entrambi invitati da Bice Curiger all’ultima Biennale di Venezia, ma anche altri della mia generazione, in una posizione che definirei «di mezzo», in altre parole con un percorso importante sulle spalle ma non ancora storicizzati, come Vedovamazzei, Alberto Di Fabio o Francesco Jodice. In fondo mi sta bene così, perché la mia galleria è un luogo dove si manifestano e si discutono problematiche attuali.
È una scelta che paga?
Forse è per questo che sono ancora in lista di attesa per l’ammissione alla fiera di Basilea… Ma preferisco essere una galleria che fa ricerca (e tendenza!).
Ritiene indispensabile per una galleria partecipare alle fiere?
È l’unico momento di visibilità vera per una galleria, anche se sto rallentando quest’attività. Espongo alla «fiera nazionalpopolare» di Bologna e ad Artissima a Torino, decisamente internazionale. La mia prima trasferta estera avvenne ad Arco di Madrid con un gruppo di giovani, tra i quali Zak Manzi, Eugenio Tibaldi e Antonio Serrapica riuniti nel progetto intitolato «Born Out», ovvero legati a «periferie» del mondo, dai paesi vesuviani intorno a Napoli o a situazioni urbane, per esempio del Sudamerica.
Il concetto di «periferia» sembra ricorrente nel suo lavoro.
Agli inizi consideravo la «periferia» un territorio difficile ma denso di prospettive stimolanti, poi si è trasformato in una «periferia mentale», ovvero in una modalità di pensiero dinamica, accorta, veloce nel modificarsi. Le periferie sono luoghi dove i cambiamenti, i problemi, tra cui il confine tra la legalità e l’illegalità, si leggono con più facilità rispetto alla città. Le periferie testimoniano del fallimento del Razionalismo architettonico portato avanti da Niemeyer e altri dagli anni Cinquanta del secolo scorso. Nel 2005, quando diedi una svolta più internazionale alla mia attività, mi piaceva ribadire che ero di Giugliano, proiettare una «periferia» nella centralità dell’arte.
Come giunse all’idea di potere lavorare con l’arte?
All’istituto magistrale, una giovane insegnante di storia dell’arte, invece di rispettare il programma ministeriale, ci parlava della Pop art e ci faceva leggere i testi della Beat generation. In seguito iniziai a visitare le gallerie di Napoli, quelle di Lucio Amelio, Dina Carola e altre, che si occupavano della Transavanguardia «fredda» e di Arte povera. Nei primi anni Novanta maturai l’idea di trasformare la mia passione in una fonte di lavoro. Tra quelli che mi diedero una mano, ci fu anche Giorgio Marconi.
Nel 1994 iniziò la sua attività a Giugliano. Come andò?
In quella fase ricercavo artisti che ponessero al centro della loro ricerca la «bellezza», perché tuttora credo nel potere dell’arte di modificare un territorio antropologico. Riuscii a coinvolgere Omar Galliani, Bruno Ceccobelli, Marcello Jori, Hidetoshi Nagasawa e Vettor Pisani. Inoltre avevo attrezzato una libreria aggiornata, così venivano persone della mia età con le quali discutevo e le iniziai al collezionismo. Queste, con mio grande sconcerto, cominciarono a frequentare le gallerie a Napoli, la Biennale di Venezia, le fiere e ad acquistare autonomamente; ma poi mi resi conto che tornavano da me portandomi le novità e spingendomi a cercare, ad ampliare i miei orizzonti
E poi che cosa successe?
Devo molto all’amicizia con Vettor Pisani, che non è mai stato un artista della mia galleria. Vettor mi introdusse nell’ambiente romano, facendomi conoscere i suoi galleristi, i coniugi Pieroni, Luigi Ontani e Joseph Kosuth. Mi fece capire che era un dovere lavorare con i giovani, anche se qualcuno di loro non avrebbe mai sfondato. Ogni tanto lo ospitavamo con mia moglie a Giugliano: andavamo a comprare il pesce, visitavamo l’antro della Sibilla a Pozzuoli, l’ultima volta che espose da Peppe Morra, volle che fossi io ad accompagnarlo in macchina alla cena.
Nello scorso decennio a Napoli alcuni progetti pubblici hanno contribuito a collocare la città al centro dell’attenzione internazionale: le installazioni in piazza del Plebiscito e le nuove stazioni metropolitane decorate da artisti. Che cosa ne pensa?
Non credo che un evento, seppure condotto da maestri del calibro di Kounellis, ma della durata di quindici giorni, abbia potuto recare tale beneficio. Ci siamo invece domandati quanto costarono quelle installazioni. Il progetto della metropolitana è invece permanente, in un luogo topico della città che dà visibilità a tanti artisti, molti dei quali partenopei.
Ma il compito di dare visibilità agli artisti non spetta innanzitutto a musei come il Madre?
Non condivido i musei che nascono senza proprie collezioni e una politica del loro incremento. Tra i compiti di un museo c’è quello di acquisire opere di giovani, in modo da costituire un patrimonio per la propria città o per il Paese. A Napoli negli ultimi dieci anni è passata una decina di artisti, le cui opere costavano tra i 2mila e i 5mila euro, poi hanno vinto premi, fatto mostre e ora per noi sono inarrivabili.
Che cosa pensa del moltiplicarsi delle fondazioni private?
Ho tra i miei collezionisti gli Sciarretta della Nomas Foundation, Maurizio Morra Greco, spesso collaboro con Patrizia Sandretto Re Rebaudengo, ma non condivido il moltiplicarsi di fondazioni incapaci di professionalità e prese dall’egotismo di mostrare per primi le giovani scoperte.
Insomma, chi considera un suo alleato?
I collezionisti privati sono il mio ossigeno.

© Riproduzione riservata

Francesca Romana Morelli, da Il Giornale dell'Arte numero 314, novembre 2011


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