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Mutatis Muntadas

Il videoartista al Centro Reina Sofía: «Non mi è mai interessato creare oggetti, ma strategie e dispositivi di partecipazione in continuo cambiamento»

Antoni Muntadas

Madrid. Il Museo Centro de Arte Reina Sofía ospita dal 22 novembre al 26 marzo, «Entre/Between», una retrospettiva che ripercorre la carriera di Antoni Muntadas (Barcellona, 1942), dalle sue prime opere degli anni Settanta, tra le quali alcune videoinstallazioni inedite, fino al suo ultimo progetto concepito per questa rassegna. Spiccano le opere che analizzano i sistemi di sorveglianza, i flussi dell’informazione e il rapporto tra pubblico e privato, come la serie in progress «On Traslation» e i video «Board Room» e «Portraits», che denunciano il controllo sull’individuo esercitato dalla politica, dall’economia e dalla religione. La mostra, curata da Daina Augaitis, comprende una nuova versione della storica personale di Muntadas «Exhibition» allestita nella galleria Exit Art di New York nel 1987.
Antoni Muntadas, qual è il filo conduttore di «Entre/Between»?
La considero più una panoramica che una retrospettiva. Abbiamo eliminato l’approccio cronologico, dividendo il materiale in 9 «cosmologie», dai titoli esplicativi come «microspazi», «media landscape», «sfere di potere», «la costruzione della paura», «spazi di spettacolo», «territori pubblici», «l’archivio», «la traduzione» e «il sistema dell’arte». Le sezioni includono lavori di diversi periodi per dare una visione non lineare, ma secondo zone d’interesse.
Sono passati più di vent’anni dalla sua ultima antologica al Reina Sofía. Che cos’è cambiato da allora?
In realtà esiste una continuità tra le due situazioni, ed è basata sul lavoro site specific, ciò che più mi interessa. Nel 1988 esploravo l’edificio in rapporto al Museo e questo in rapporto alla sua funzione originaria di ospedale. Adesso analizzo il rapporto tra l’edificio di Sabatini, sede storica del Museo, e l’ampliamento di Jean Nouvel. Ho realizzato 4 installazioni in altrettanti punti di contatto tra i due edifici, che funzionano come interventi di «agopuntura» e che danno il titolo alla mostra.
Qual è stata la sua sfida più importante?
Per me l’importante è sviluppare un lavoro che si evolva in rapporto a ciò che m’interessa o mi preoccupa. Lo sviluppo è sintomo d’attività. Peraltro non mi è mai interessato creare oggetti, ma piuttosto strategie e dispositivi di partecipazione.
La sua celebre frase «la percezione richiede coinvolgimento» continua dunque a essere il fulcro del suo lavoro?
Certo. Tutti, artisti e pubblico, dobbiamo essere coinvolti e partecipare. Per questo, anche se il mio lavoro si compone di varie serie che si evolvono e continuano nel tempo, mi piace creare un progetto site specific per ogni mostra, di modo che il curatore possa fare la sua scelta a partire da questo lavoro inedito. Nel caso della rassegna che ho inaugurato il 30 ottobre nel Museo del Bronx di New York, l’opera nuova intorno a cui si articola la selezione del curatore José Roca è «Alphaville», un’installazione sui sistemi di sicurezza e controllo che regolano la vita delle gate community, residenze ghetto per famiglie della borghesia medio-alta americana.
Lei è conosciuto per aver creato il primo archivio collettivo online sulla censura culturale nel mondo. Che cosa pensa della tendenza di molti giovani di trasformare gli archivi in opere d’arte?
Non sono d’accordo. Per avere un senso artistico l’archivio deve essere attivato, altrimenti il suo posto è in un centro di documentazione, non nel museo. L’artista deve dimostrare le sue intenzioni, deve assumersi le sue responsabilità. Qualunque opera, non solo audiovisiva, si realizza durante l’editing, il momento in cui scegli, decidi e trasformi un insieme di dati in un’opera.

© Riproduzione riservata

Roberta Bosco, da Il Giornale dell'Arte numero 314, novembre 2011


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