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Editoriale

Galanteria senza senso

23 a 23: 23 contro e 23 a favore è un punteggio da rugby. È il punteggio della Commissione Cultura della Camera sulla nomina proposta dal ministro Galan di Giulio Malgara quale successore di Paolo Baratta alla Presidenza della Biennale di Venezia. Successione per scadenza, ma rinnovabile. Il parere della Commissione parlamentare è consultivo, non vincolante. La parità di voti non è una condanna, ma non è un’approvazione. Se da una consultazione si deve trarre un significato, questo non è certo un via libera.
Una delle critiche più frequenti verso il nostro Paese è  che spesso affidiamo cariche di responsabilità a persone incompetenti. Questo dimostra la più totale indifferenza per il «bene pubblico» rappresentato dalle Istituzioni interessate.
Le ragioni sono le più diverse (è una storia vecchia come il mondo). La principale è politica e consiste nella nomina di persone fidate o amiche, benché prive di esperienza o preparazione, perché l’unica aspettativa è che esse siano affidabili e disciplinate. Numerose sono anche le nomine fatte a compenso di qualche debito o per acquisire un credito o per tacitare testimonianze imbarazzanti o per fare dispetto a qualche rivale eccetera eccetera. Un caso frequente sono le nomine fatte per vanità, quale dimostrazione del proprio potere: quanto più bizzarra, inappropriata, capricciosa e sfrontata apparirà, tanto più dimostrerà il potere del padrino. Talmente forte da poter trascurare l’effettiva idoneità del prescelto.
In un Governo perfettamente allineato nella propria inefficienza e nel proprio servilismo, dopo l’imbarazzante assenteismo di Bondi, una certa vivacità di Galan, proveniente da un territorio culturale fervido (era stato governatore del Veneto), aveva suscitato qualche aspettativa. Soprattutto nello smarcarsi visibilmente da certi colleghi (Tremonti) e nel manifestare sintomi di indipendenza di giudizio e di volontà d’iniziativa.
Ora però Galan è inciampato in una leggerezza che potrebbe costargli cara: per la Biennale di Venezia non ha esitato a sacrificare l’eccellente presidente in carica da quattro anni, Paolo Baratta, per un favore a un amico personale suo e ancor più del leader del suo partito, Berlusconi, il pubblicitario Giulio Malgara, del tutto a digiuno di esperienze artistiche, ma prezioso coadiutore del successo delle reti televisive berlusconiane attraverso Auditel di cui era stato il fondatore.
La Biennale di Venezia è una delle non molte griffe culturali del Paese che è riuscita a occupare una leadership internazionale nel proprio settore. Data per spacciata, tutti riconoscono il merito della sua rinascita a Baratta, una figura stimata, giustamente orgoglioso della propria reputazione operativa collaudata in due mandati (si legga l’intervista in questo numero di «Vernissage»). Il ministro queste cose le sa perfettamente e non si capisce perché abbia optato per una scelta così cortigiana. Se è vero che la nomina di Baratta era stata di parte avversa (il ministro allora era Rutelli), facilmente si potrebbe dimostrare come Baratta non abbia mai accordato nella sua gestione alcun privilegio politico. Dopo le nomine fallimentari, non dovute a lui, della Presidenza Minoli al Castello di Rivoli (nomina di centrosinistra) e di Fabrizio Del Noce a Venaria Reale (nomina di destra), sarebbe stato strategico per Galan dimostrare una pratica finalmente diversa dai favoritismi o da meri effetti mediatici.
Vi è una sconsolata ipotesi interpretativa. Così va il Paese, così continua a non andare. Fuori del Palazzo tutto crolla, ormai tutto è perduto.
Questa dunque non è che l’ennesima tipica cinica scelta: il merito può venire impunemente mortificato e gli ultimi patrimoni della corona, come la Biennale, Barattati per Galanterie in extremis.

da Il Giornale dell'Arte numero 314, novembre 2011


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