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Il Rais

Pensare arte e capitalizzarla. C’è un prima e un dopo nella lunga avventura artistica di Germano Celant, che celebra in queste settimane il suo trionfo con il ciclo di esposizioni lungo la Penisola dedicato all’Arte povera 2011, che storicizza definitivamente il movimento aggregato alla fine degli anni Sessanta dal critico genovese. Il prima è appunto quello del giovane giornalista, partito dal «Lavoro» di Genova e dalla segreteria di redazione di una rivista come «Marcatré», appassionato di storia dell’arte contemporanea, oltre che di letteratura e di teatro, e dimostratosi subito dotato di una particolare abilità (che non lo ha mai abbandonato) nell’entrare in sintonia con gli artisti e metterli «in rete», trasformandosi rapidamente in critico militante, fornendo nome e identità al suo movimento e delineandone la base teorica e ideologica, anche in assenza di un vero e proprio manifesto fondativo. «L’Arte povera, scriveva in quegli anni, tende alla decultura, alla regressione, al primario e al represso, allo stato prelogico e preiconografico, al comportamento elementare e spontaneo». Il secondo Celant, invece, è quello che si manifesta all’inizio degli Anni Ottanta. L’«amerikano» che entra a far parte del sistema Guggenheim, venendone in parte fagocitato. L’organizzatore che si trasforma in manager, sempre più abile nel tessere rapporti con le istituzioni oltre che con gli artisti, accumulatore di incarichi, elaboratore di progetti artistici da vendere sul mercato internazionale. Ed è su questo Celant manageriale e un po’ cinico, sempre avvolto da un’aura di pelle nera, quello su cui si appuntano le maggiori riserve, che spesso lo accomunano in un unico giudizio al suo rivale e alter ego Achille Bonito Oliva, il Nord contro il Sud, che a sua volta celebra in queste settimane i fasti della sua Transavanguardia.
«L’unico bipolarismo che ha funzionato in Italia, ha ad esempio dichiarato un critico e curatore della generazione successiva come Francesco Bonami, è stato quello nell’arte fra il partito di Celant e quello di Bonito Oliva che hanno paralizzato l’Italia artistica». Amabilmente spietata con Celant è ad esempio una gran signora della critica d’arte italiana, Lea Vergine, con la sua schiettezza napoletana. «Anch’io penso che per Celant, spiega, ci sia stato un prima e un dopo. È stato un ottimo critico fino agli anni Ottanta, scrivendo cose molto importanti sull’Arte povera, che dopo il Futurismo è stato il più importante movimento artistico italiano, altro che Transavanguardia! Poi, dopo gli anni Ottanta, si è fatto concupire dagli americani e si è sdato. Ora è un vecchio manager dell’arte che non sopporta i giovani critici che altro non hanno fatto che ispirarsi alla sua etica. Inutile che se la prenda con Francesco Bonami, che è in fondo un suo “prodotto”. Tuttavia ho una certa simpatia per Celant, anche per certe letterine molto graziose che mi scriveva negli anni giovanili. E apprezzo molto alcune sue battute, come quella che mi dedicò dopo ciò che scrissi della sua Biennale Arte e Moda a Firenze, giudicandola un insulso abbinamento. Mi riferirono poi che disse di quei miei giudizi: “Sì sì, scriva quello che vuole, tanto Napoli canta e Genova conta».
Molto diversa l’opinione di un artista come Giuseppe Penone, all’origine il più giovane esponente (solo diciannovenne) del gruppo dell’Arte povera: «Conosco Celant dal ’69, è un amico, rimasto sempre tale nel tempo, anche se poi ognuno è andato per conto suo. Può essere criticato, come tutti, ma ha svolto un ruolo straordinario, di grande professionalità, nell’aggregare e accompagnare artisti che anche in Italia erano legati da un comune sentire, come avveniva negli stessi anni in America, in Francia, in Inghilterra. La definizione di Arte povera, da lui coniata in quegli anni, è stata un modo di classificare questi artisti italiani affini nell’idea e nel metodo di lavoro, al di là delle differenze generazionali (Mario Merz aveva già più di quarant’anni). Non c’è mai stato, ad esempio, un manifesto di questi artisti. Allora non esisteva ancora quello che oggi chiamiamo mercato dell’arte e il ruolo trainante di Celant fu importante per la promozione e la conoscenza del nostro lavoro, come lo fu anche quello di galleristi come Gian Enzo Sperone a Torino e Fabio Sargentini a Roma. Tra noi artisti legati all’Arte povera c’è stata sicuramente competizione, ma sempre grande rispetto e i rapporti sono buoni anche oggi».
Decisamente lusinghiero per Celant è anche il giudizio di una gallerista importante come Marilena Bonomo, a Bari. In questa città, il critico organizzò nel 1977 la storica mostra «Off Media», pubblicando anche un libro su di essa e qui porterà anche dal 15 dicembre un’altra tappa del suo tour sull’Arte povera. Ha dato più l’Arte povera a Celant o Celant all’Arte povera? «Di Celant, commenta Marilena Bonomo, penso tutto il bene possibile e ancor di più in questa occasione, visto che ha incluso anche Bari tra le città “toccate” dalla sua mostra sull’Arte povera, sull’onda di “Off Media” che produsse anche un importante libro d’artista, che so voleva ristampare. Celant è stato un personaggio essenziale per l’affermazione dell’arte italiana nel secondo dopoguerra e l’Arte povera e aggiungerei l’Arte concettuale (Giulio Paolini, per il carattere stesso della sua ricerca, non può essere considerato un “poverista” e rientra in questa seconda definizione) è stato il più importante movimento artistico italiano dopo il Futurismo. Celant ha contribuito in modo decisivo anche alla sua affermazione all’estero».
Ma c’è anche chi, sia pure con grande signorilità, ha un po’ il dente avvelenato con Celant, come lo storico gallerista romano Fabio Sargentini, che si ritiene ingiustamente dimenticato nella celebrazione degli artisti che aveva contribuito a scoprire con L’Attico. «Nel giugno 1967, ricorda Sargentini, presento a L’Attico una collettiva che desta scalpore: “Fuoco immagine acqua terra”. È la prima volta che questi elementi naturali entrano formalmente a far parte di un’opera d’arte. Accanto a Pascali, terra e acqua, espone Kounellis, fuoco: sono loro gli artisti innovatori. Gli altri, come si evince dal titolo, sono ancora legati all’immagine: Gilardi, Pistoletto, Schifano, Bignardi, Ceroli. A fine settembre 1967, Germano Celant presenta alla galleria La Bertesca di Genova la prima mostra che porta nel titolo la dizione Arte povera. Il titolo completo è “Arte povera e IM-spazio”. Come si vede, anche qui il riferimento all’immagine è inequivocabile. E infatti Celant distingue nella mostra, come abbiamo fatto noi a giugno nella mostra di Roma, una sezione “Arte povera”, dove raggruppa Boetti, Fabro, Kounellis, Paolini, Pascali e Prini e un’altra, “IM-spazio”, dove inserisce Bignardi, Ceroli, Icaro, Mambor, Mattiacci e Tacchi. A distanza di circa quarant’anni, oggi la percezione è diversa, ma allora far entrare fuoco, acqua,  terra in galleria era una vera e propria rivoluzione. Questa è sempre stata la caratteristica di Roma, un approccio mediterraneo, sensuale all’opera, mentre al Nord i torinesi erano vicini a una materia industriale».
E, a questo proposito, Sargentini ricorda ancora: «C’era una dialettica, dunque, tra i due poli romano e torinese. Purtroppo Pascali morì quasi subito e io mi ritrovai solo con Kounellis. Reagimmo entrambi alla disgrazia: io aprii il garage-galleria di via Beccaria e lui ci mise i cavalli vivi. Era il 14 gennaio 1969. L’immagine fece il giro del mondo quando Harald Szeemann in primavera la pubblico sul catalogo della mostra “When Attitudes Become Form”. Ad aprile mi recai per la prima volta a New York e a un party, da perfetto sconosciuto, sentii che si parlava con stupore della mostra di Roma dei cavalli vivi. Tutte le gallerie americane erano ancora sistemate ai vari piani dei grattacieli. Da allora, via via, scoprirono la dimensione del loft e inaugurarono il nuovo corso trasferendosi a SoHo. Non c’è dubbio che la mostra dei cavalli è la più conosciuta dell’Arte povera. Anche lo spazio  espositivo del garage-galleria si potrebbe definire il primo spazio povero, emulato in tutto il mondo. Celant si guarda bene dal valorizzare tutto ciò, anche se appartiene ormai alla storia. È un vero e proprio carro armato della cultura».  © Riproduzione riservata

Enrico Tantucci , da Il Giornale dell'Arte numero 314, novembre 2011


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