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Io censore? No, committente pentito

Le ragioni di Francesco Manacorda: «Quella non è satira, ma goliardia da tabloid, e per di più offensiva»

Francesco Manacorda. Foto © Max Tomasinelli

Francesco Manacorda, quelli di Triple Candie dicono che lei ha avuto paura...
Ho agito sia come curatore sia come direttore di una fiera, un ruolo istituzionale. Come curatore, mi sono trovato di fronte a immagini di opere deturpate e a caricature e non avrei mai supportato una mostra così. Come direttore di Artissima, ho chiesto a Triple Candie delle spiegazioni. Loro si sono rifiutati di rispondere in maniera intelligibile. Hanno respinto anche la mia proposta di trovare un punto d’incontro. È stato allora che, supportato da un legale, ho deciso di mettere fine al contratto per mancata collaborazione.
Quindi non si è lasciato condizionare dai «poteri forti»?
Ho parlato una sola volta con Beatrice Merz, che è condirettore del Castello di Rivoli, dove si sta svolgendo attualmente la mostra sull’Arte povera. Lei non mi ha fatto alcuna pressione; mi ha semplicemente consigliato di parlare del progetto con Germano Celant, cosa che avrei fatto se le cose fossero andate avanti. Ho parlato con Beatrice Merz non perché avessi paura, ma per correttezza istituzionale. Con una mostra come quella con le opere proposte da Triple Candie avrei dato in pasto ai giornali un argomento che avrebbe inevitabilmente provocato critiche al Castello di Rivoli e all’attuale rassegna lì allestita. La cosa non mi avrebbe reso felice, soprattutto nel momento in cui non ero in grado di credere fino in fondo al progetto.
Ma lei conosceva la «linea» di Triple Candie...
Ovviamente sì. Confermo che Lara Favaretto ed io eravamo interessati al progetto di Triple Candie, quello di aprire un dibattito sull’Arte povera come «etichetta» e sulla sua storicizzazione. Ma abbiamo subito precisato che, proprio perché siamo a Torino, la cosa doveva essere fatta in maniera impeccabile e che doveva essere supportata dalla possibilità di un avanzamento della conoscenza sull’Arte povera. Purtroppo,  ho verificato che le opere di Triple Candie avrebbero insultato gratuitamente delle persone e che si trattava  di un’operazione di cattivo gusto. La stessa Favaretto era inorridita.
Quanto accaduto sembra avvalorare l’opinione di coloro che ritengono che il sistema dell’arte contemporanea difetti di autoironia e che, trattando un prodotto per definizione fragile, abbia paura anche della sua ombra.
Ma io stesso, con questo progetto, avrei voluto iniettare una dose di autoironia. Però la satira va fatta bene, altrimenti è roba da tabloid e basta.

© Riproduzione riservata

Franco Fanelli, da Il Giornale dell'Arte numero 314, novembre 2011


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