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Città del Vaticano

Il gioco dei rimpalli

Vaticano e Cei sono in disaccordo sulle norme d’adeguamento delle chiese storiche, mentre le Soprintendenze devono sottostare al Concordato del 2005

Città del Vaticano. La maggior parte dei documenti prodotti in materia di adeguamenti liturgici dalla fine del Concilio Vaticano II è colma di ambiguità. La nota pastorale della Cei del 1996, ad esempio, intitolata «L’adeguamento delle chiese secondo la riforma liturgica», è composta di varie premesse e si addentra nelle questioni pratiche solo a partire dall’articolo 15, dedicato all’assemblea, che recita: «La disposizione longitudinale dell’assemblea, che è la più diffusa, non richiede necessariamente di essere modificata. Si possono tuttavia ricercare sistemazioni in cui l’assemblea venga disposta attorno all’altare, quando l’articolazione planimetrica e spaziale dell’aula lo consente».
L’art. 15 è un chiaro esempio di ambiguità e contraddittorietà («non richiede necessariamente di essere modificata», ma «si possono tuttavia ricercare sistemazioni...») e non fa riferimento a nessun documento conciliare o affine che accenni alla «circolarità del popolo di Dio» e alla sua applicazione pratica in campo architettonico.
Le radici della forzata trasformazione di chiese orignariamente a pianta basilicale in chiese a pianta centrale, con l’altare spostato in avanti, è forse da ricercarsi nel Canone Romano, dove si usa l’espressione «circumstantes», alludendo alla circolarità attorno all’altare. Ma poiché l’altare non è mai stato nei secoli al centro delle chiese, né mai i sacerdoti si sono posti dietro di esso, ciò è accaduto solo per alcune basiliche (San Pietro in Vaticano) e per ragioni di ordine pratico.
Per quanto riguarda invece le modifiche da apportare al presbiterio, la nota Cei indica tre metodologie: integrazione del nuovo presbiterio con l’esistente (quello nuovo viene inserito nel precedente, integrando elementi dell’uno e dell’altro); sostituzione del presbiterio esistente (di cui si conserva solo lo spazio architettonico che viene occupato con i nuovi elementi: altare, ambone, sede presidenziale); progetto di un nuovo presbiterio separato da quello preesistente (è la soluzione adottata nei casi in cui il presbiterio esistente risulti immodificabile).
Se si leggono invece i documenti ufficiali prodotti dai dicasteri vaticani, il tono cambia. Per quanto riguarda il tabernacolo, ad esempio, l’esortazione postsinodale «Sacramentum Caritatis» del 2007, al punto n. 69, dichiara: «È necessario che il luogo in cui vengono conservate le specie eucaristiche sia facilmente individuabile, grazie anche alla lampada perenne, da chiunque entri in chiesa. A tal fine, occorre tenere conto della disposizione architettonica dell’edificio sacro: nelle chiese in cui non esiste la cappella del Santissimo Sacramento e permane l’altare maggiore con il tabernacolo, è opportuno continuare ad avvalersi di tale struttura per la conservazione e adorazione dell’Eucaristia, evitando di collocarvi innanzi la sede del celebrante».
Infatti anche nell’«Institutio Generalis Missale Romanum», approvata nel 2000 in Vaticano dalla Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, non c’è nessuna imposizione alle modifiche richieste dalla Cei, ma, ad esempio, quando parla della cattedra vescovile, al punto n. 310 afferma: «…la collocazione più adatta è quella rivolta al popolo, al fondo del presbiterio, a meno che non vi si oppongano la struttura dell’edificio e altri elementi, ad esempio la troppa distanza che rendesse difficile la comunicazione tra il sacerdote e i fedeli riuniti, o se il tabernacolo occupa un posto centrale dietro l’altare». Perché dunque nelle Cattedrali finora «adeguate» la cattedra è stata posta fuori dal presbiterio, quando per il tabernacolo c’era un’apposita cappella laterale? Anche per quanto riguarda l’altare, la confusione regna sovrana. L’Institutio Generalis Missale Romanum al n. 299 dice: «L’altare sia costruito staccato dalla parete, per potervi facilmente girare intorno e celebrare rivolti verso il popolo: la qual cosa è conveniente realizzare ovunque sia possibile». Dunque, non solo non c’è nessuna obbligatorietà, ma questa indicazione è ben collegata alla Sacramentum Caritatis, n. 69, secondo la quale è bene lasciare il tabernacolo nell’altare maggiore, implicando la permanenza dell’altare maggiore al suo posto nelle chiese costruite prima del Concilio.
Contrariamente a tutto ciò, la nota Cei dice: «La conformazione e la collocazione dell’altare devono rendere possibile la celebrazione rivolti al popolo e devono consentire di girarvi intorno e di compiere agevolmente tutti i gesti liturgici ad esso inerenti. Se l’altare esistente soddisfa alle esigenze appena indicate, lo si valorizzi e lo si usi. In caso contrario occorre procedere alla progettazione di un nuovo altare possibilmente fisso.  La forma e le dimensioni del nuovo altare dovranno essere differenti da quelle dell’altare preesistente, evitando riferimenti formali e stilistici basati sulla mera imitazione».
Tre cose dunque: deve essere rivolto al popolo; deve essere riprogettato se non soddisfa i requisiti; deve evitare riferimenti formali e stilistici al vecchio. Quest’ultima esortazione è forse servita alla Cei per tacitare le aspre critiche all’altare di Pisa ieri e quello di Reggio Emilia oggi? E come si concilia con quello neobarocco realizzato a inizio 2011 a Noto da Giuseppe Ducrot e con tutti gli altri dello stesso genere?
Delineato quindi il continuo gioco di rimpalli delle opposte normative sugli adeguamenti liturgici (quelle del Vaticano contro quelle della Cei), sorge spontanea una domanda. Fin dove arriva il potere dei vescovi e dove inizia quello delle Soprintendenze?
Abbiamo cercato di rivolgere questa domanda ad alcuni soprintendenti, ma senza alcun risultato.
L’unica istituzione che ha risposto è stata la Pontificia Commissione per i Beni culturali della Chiesa. Abbiamo così saputo che il ruolo delle Soprintendenze è limitato dal Concordato fra Italia e Santa Sede. Forte di questi accordi, nel 2005 la Cei ha siglato un’intesa con lo Stato italiano. L’articolo 5 dell’intesa recita: «Circa i progetti di adeguamento liturgico da realizzare negli edifici aperti al culto rientranti fra i beni culturali di cui all’art. 2, comma 1, presentati con le modalità previste dai commi precedenti, il soprintendente competente per materia e territorio procede, relativamente alle esigenze di culto, d’accordo con il vescovo diocesano, in conformità alle disposizioni della legislazione statale in materia di tutela. Qualora l’accordo non sia raggiunto a livello locale o regionale e in presenza di rilevanti questioni di principio, si procede ai sensi dell’art. 2, comma 5, ultimo periodo». Il cui testo dichiara: «Gli interventi di conservazione da effettuarsi in edifici aperti al culto rientranti fra i beni culturali di cui al comma 1 sono programmati ed eseguiti, nel rispetto della normativa statale vigente, previo accordo, relativamente alle esigenze di culto, tra gli organi ministeriali e quelli ecclesiastici territorialmente competenti. Qualora l’accordo non sia raggiunto a livello locale o regionale e in presenza di rilevanti questioni di principio, il capo del dipartimento competente per materia, d’intesa con il Presidente della Cei o con un suo delegato, impartisce le direttive idonee a consentire una soluzione adeguata e condivisa».
Qual è stata l’ultima volta (o la prima) che il responsabile di una Soprintendenza si è rivolto al presidente della Cei? Quali sono le «rilevanti questioni di principio», visto che non sono affatto chiarite? Inoltre, stabilito che gli interventi sono motivati da «esigenze di culto», l’adeguamento liturgico non limita forse il campo d’azione delle Soprintendenze?
Da questo considerazioni si desume che il vescovo è la massima autorità in questioni di adeguamento liturgico all’interno della diocesi, e che la Soprintendenza non può far altro, se in disaccordo col vescovo, che concordare una risoluzione di compromesso col presidente della Cei. Ma poiché i vescovi e la Cei sono la stessa cosa, se lo Stato italiano ha qualcosa da dire in merito agli adeguamenti liturgici se la deve vedere sempre con la Cei, che può comodamente giustificare interventi inopportuni con la sigla «esigenze di culto».

© Riproduzione riservata

Sandro Barbagallo, da Il Giornale dell'Arte numero 313, ottobre 2011



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