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Inchiesta esclusiva: i nuovi interventi nelle chiese storiche

Pseudorestauri in nome dell’adeguamento liturgico

Quanti architetti e «liturgisti» sono informati su ciò che veramente è stato detto dal Concilio Vaticano II? E le Soprintendenze conoscono davvero le nuove norme liturgiche? I casi delle Cattedrali di Catania, Alba, Acerra e Firenze

Città del Vaticano. Da qualche anno a questa parte, il fiorire di nuove chiese progettate da architetti d’avanguardia ha fatto spesso gridato allo scandalo, e non soltanto i più conservatori. È il caso di quelle chiese approvate recentemente dall’Ufficio per l’edilizia di culto della Cei (Conferenza episcopale italiana) che lo stesso «Osservatore Romano», il quotidiano vaticano, ha severamente criticato.
Gran parte di quei progetti, infatti, era caratterizzata dall’assoluta mancanza di croci all’esterno, e quindi difficilmente identificabili come luoghi dedicati al culto, se non per la presenza di alcune campane, non sempre inserite in campanili. Per il resto, hanno lamentato i più critici, il disegno dell’architettura era del tutto simile a quello di un qualunque centro commerciale o edificio di servizio.
L’assenza di legame con la simbologia tradizionale ha fatto sì che anche quando la chiesa è stata progettata seguendo le indicazioni di un liturgista, il risultato appare a molti comunque velleitario e deludente. Questo accade perché spesso ci si nasconde dietro l’alibi dei dettami del Concilio Vaticano II, grazie ai quali vengono giustificate scelte anche arbitrarie riguardanti l’organizzazione liturgica degli spazi.
Se questo procedimento può essere giustificabile nelle chiese di nuova progettazione, appare ben più problematico nelle chiese antiche oggetto di restauro e nuovi interventi.
È da circa un decennio che molte cattedrali antiche sono sottoposte a significativi interventi di restauro. Nessun problema se tali restauri fossero controllati e seguiti da chi è preposto a vigilare affinché i nuovi interventi siano corretti, finalizzati al recupero e alla conservazione e non a un radicale rinnovamento, come talvolta è accaduto suscitando non poche polemiche. Quasi tutti questi restauri, infatti, anziché avere finalità di tipo conservativo, producono drastiche trasformazioni, eufemisticamente chiamate «adeguamenti liturgici». In nome di questo adeguamento si rischiano così scempi e violenze irreversibili tra l’indifferenza delle Soprintendenze, forse in soggezione rispetto a presunte indicazioni del Concilio che, nella realtà dei fatti, invece, non hanno fondamento. Il punto è: quanti architetti e «liturgisti» sono informati su ciò che veramente è stato detto dal Concilio? Esiste una Soprintendenza che si è presa l’impegno di richiedere il testo originario in cui venivano definite le nuove norme liturgiche?
Da ciò che viene realizzato si ha purtroppo l’impressione che si sia invece seguito il capriccio dell’architetto associato al liturgista di turno, spesso incompetente riguardo all’arte antica, quindi poco interessato alla sua conservazione.
Spesso è successo che entrambi, architetto e liturgista, quando sono stati criticati per il loro atteggiamento troppo innovativo, si sono giustificati dichiarando che le chiese, anche se antiche, non devono essere considerate come un museo. Naturalmente con questa osservazione intendevano giustificare l’innesto di interventi contemporanei, realizzati in numerose località italiane, al Nord come al Sud.
Tra i tanti esempi, quello della Cattedrale di Catania ha provocato alcune delle critiche più accese.

Il caso di Catania
Edificata da Ruggero I d’Altavilla nel 1094, la Cattedrale di Catania è il risultato di numerose trasformazioni subite nell’arco dei secoli, in seguito alle disastrose calamità naturali che si sono abbattute sul capoluogo etneo, così da rispecchiare gli stili, le vicende storiche nonché la cultura delle dominazioni che si sono alternate nella città.
La struttura originaria normanna a conci lavici squadrati le dà all’esterno l’aspetto di «ecclesia munita» (chiesa fortezza), se non fosse per la cupola settecentesca e per la facciata barocca disegnata da Giambattista Vaccarini. Dopo il terremoto del 1693, che distrusse gran parte della Sicilia orientale, l’interno fu molto rimaneggiato. Ma ciò che è accaduto nel corso del Novecento, e fino a oggi, ha prodotto conseguenze ancora più significative.
Nel 1951 ebbero inizio lavori di restauro degli interni, guidati dall’architetto Raffaele Leone per conto del Genio civile e della locale Soprintendenza, volti a far emergere le testimonianze architettoniche dell’epoca normanna a discapito degli elementi architettonici del ’700 e ’800. I primi a cadere sotto le picconate sono gli affreschi del 1690 dell’abside di sinistra. Presto però questi «restauri», per volere del vescovo Bentivoglio, si estesero a tutta la Cattedrale nell’intento di darle un aspetto maestoso in previsione del Congresso eucaristico nazionale del 1959. Venne distrutta la balaustra, sostituita l’intera pavimentazione marmorea policroma, eliminate (con destinazione ignota) le lastre funerarie delle antiche famiglie patrizie, rimosse le lampade argentee degli altari laterali e le torciere in bronzo dorato del cornicione della navata centrale. Obiettivo: la ricerca di bifore e monofore che, quando non più esistenti, furono anche ricostruite artificiosamente. Vennero distrutti il plurisecolare soglio del re e il soglio episcopale, ultima testimonianza di quel singolarissimo istituto giuridico che caratterizzò il regno di Sicilia sin dall’epoca normanna: l’Apostolica Legazia. La storica cattedra di San Berillo (primo vescovo di Catania) fu ricostruita in marmo in una sorta di stile neogotico contrastante con il coro ligneo cinquecentesco, opera dell’intagliatore napoletano Scipione di Guido.
Recentemente, in previsione del Giubileo del 2000 vengono avviati lavori per il restauro e adeguamento liturgico dell’abside, oltre a un nuovo impianto di amplificazione, utilizzando 2 miliardi e mezzo di lire messi a disposizione dallo Stato. I lavori vengono affidati all’architetto Salvatore A. Alberti, già impegnato nel restauro della facciata della stessa Cattedrale. Un «incidente» di percorso aveva fatto sì che la lapide dedicata a «Petrus Galletti inquisitor generalis», posta sopra il portale maggiore, venisse tradotta dal latino all’inglese. È così che l’«inquisitor» divenne «No visitor», finché non se ne accorsero e la fecero cambiare.
L’architetto Alberti, in maniera assai disinvolta, rimuove il monumentale altare maggiore in quarzi e agate di Sicilia per rimontarlo, ristretto, nella cappella della Madonna degli Aragonesi, svuotando l’abside e il presbiterio. Il tutto con l’obiettivo di inserirvi un discutibile altare e ambone bronzei, opera di uno scultore locale, al posto della precedente mensa con paliotto settecentesco, con il pretesto che servivano alla «nuova pratica liturgica». Viene rimossa per la seconda volta anche la cattedra episcopale che, per quanto non in stile, era pur sempre la cattedra del vescovo. Fatto che obbligò ad adattare uno scranno del capocoro di destra per dare ospitalità al vescovo nella sua Cattedrale... A completare il «restauro» viene sostituito anche il pavimento del transetto con un altro, pagato come marmo mentre è semplice pietra porosa.
I lavori si concludono lasciando tutta la parte esterna della Cattedrale, verso il mare, in uno stato di degrado pressoché assoluto. Ma almeno senza che abbia subito trasformazioni drastiche.

© Riproduzione riservata

Sandro Barbagallo, da Il Giornale dell'Arte numero 313, ottobre 2011


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