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Il patrimonio storico artistico è nel nostro Dna

Si svolge in contemporanea con Artissima a Torino la II edizione del Salone Dna, che mette in contatto gli operatori culturali. Intervista all'ideatore, Maurizio Poma

Il logo di Dna.Italia

Torino. «Dna.Italia – Il primo marketplace per la tutela e valorizzazione del Patrimonio Culturale», ideato da Maurizio Poma e realizzato in collaborazione con Assorestauro (l’Associazione Italiana che associa 180 professionisti del restauro architettonico, artistico e urbano) con una partnership quinquennale e con Cciaa di Torino, è arrivato alla seconda edizione. Ancora a Torino (l'appuntamento è a Lingotto Fiere dal 3 al 5 novembre) pensa già ad altre città. Un’idea innovativa per far incontrare pubblico e privato che operano nell’ambito dei beni culturali. I numeri dello studio dell’Istituto Tagliacarne (Unioncamere) e Ministero per i Beni e le Attività culturali, parlano chiaro: la filiera dei beni culturali produce un valore aggiunto di circa 167 miliardi di euro (12,7% del totale nazionale) assorbendo 3,8 milioni di occupati (15,4 % del totale nazionale) e conta, oltre agli operatori pubblici, circa 900mila imprese.
Come nasce l'idea di Dna.Italia?
Esistono fiere di qualità in Italia, il Salone del Restauro Ferrara, i Saloni dei beni culturali di Venezia e Lucca, molti, molti convegni, ma mancava una profilazione sulla filiera, dalla conservazione alla valorizzazione, che noi abbiamo affrontato mettendo insieme in modo sistematico e sistemico quattro punti cardinali: l’amministrazione pubblica, le imprese private, i centri di ricerca per l’innovazione tecnologica e il mercato.
Di quali imprese parla?
Di quelle che si occupano di progettazione, di sensoristica, di sicurezza, di energia elettrica, di architettura, ovvero di economia reale. È un mondo con un tasso di sviluppo di ricerca e innovazione assolutamente straordinario e ci sono molti operatori di mercati maturi che non sanno che potrebbero lavorare in questo settore. Nella prima edizione, per esempio, abbiamo coinvolto una trentina d’imprese incubate nel Politecnico di Torino. Il nostro obiettivo è stato di creare un «corto circuito favorevole» tra questi quattro soggetti punti cardinali. Dna stessa è un’impresa, che coinvolge portatori di alti contenuti come la Fitzcarraldo e Andrea Granelli, per citarne alcuni.
Dna.Italia parte da Torino, ma pensa a viaggiare?
Con una cadenza biennale a Torino, perché occorre una sede fissa per diventare riconoscibili anche sul piano internazionale e poi in altri contesti, che ci stanno richiedendo. Quest’anno saremo in concomitanza di Artissima per realizzare sinergie, stante la presenza di molti operatori.
Come si finanzia Dna?
Dai partecipanti e dagli sponsor, che sono soprattutto privati, le grandi aziende come Telecom; le imprese pubbliche, o più vicine al pubblico, come l'Istituto di credito sportivo e il Cnr. Partecipano tutti coloro che hanno interesse a sviluppare questi mercati: la capacità di innovazione che le imprese possono presentare, può rappresentare delle soluzioni concrete in questo momento di crisi. Da parte delle amministrazioni pubbliche non abbiamo un cent, ma costruiamo progetti. Siamo diventati uno strumento operativo nell'area innovazione dell'assessorato allo sviluppo urbano della Regione Piemonte, in un progetto comunitario che vede Piemonte, Lombardia e Veneto unite.
Ci sono fiere simili in altri Paesi?
Non così configurate. Non solo in Europa, ma anche negli Stati Uniti, in Cina, che sono dei contenitori immensi di tecnologie, di soluzioni, ma non un discorso così organico. Questo valeva anche per l’Italia: L'Aquila, per fare un caso estremo, ha organizzato il «Salone della ricostruzione» dedicando una particolare attenzione all'edilizia. La nostra fiera, invece, parte dalla progettazione e arriva al mercato. Il nostro punto di vista è diverso, vogliamo mettere a sistema tutta la filiera, tutte le conoscenze, tutto il saper fare, per avere delle risposte congrue, che siano anche economicamente sostenibili.
Quali obiettivi, di esplorazione di temi e di risultati, vi ponete per la seconda edizione?
Il nostro grande obiettivo è di raccontare per la prima volta, in maniera veramente completa, il tema della città come modello di sviluppo, per questo cerchiamo di analizzarne tutte le problematiche: la compresenza di edifici storici e di edifici del dopoguerra, i problemi dei centri storici… Portiamo in fiera alcune città come garanti di risultati ottenuti in settori diversi, con progetti sostenuti da privati.
Quali risultati sono stati ottenuti dall’edizione pilota?
Il mondo delle tecnologie innovative, il mondo degli ingeneri, degli architetti, dei progettisti o degli stutturalisti spesso non conosce il panorama dei beni culturali. C'è una reale mancanza di conoscenza reciproca tra i professionisti, le imprese, e le istituzioni. Una grande risorsa oggi è «l'immateriale», che deve trovare parametri di valutazione per essere potenzialmente finanziato. I giovani sono i principali operatori in questo ambito, perché producono idee innovative per il settore e sanno usare la tecnologia.

© Riproduzione riservata

Catterina Seia, edizione online, 31 ottobre 2011


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