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Libri

Foscari: il mio Palladio inaspettato

I progetti palladiani per Venezia, mai realizzati

Andrea Palladio, progetto Palazzo Ducale a Venezia, fronte sulla piazza

Antonio «Tonci» Foscari, architetto e professore di Storia dell’architettura allo Iuav di Venezia, ha pubblicato presso l’editore svizzero Lars Müller un volume in lingua inglese sugli edifici progettati, e mai realizzati, di Andrea Palladio a Venezia («Andrea Palladio. Unbuilt Venice», 208 pp., e 48,16).  Il volume verrà presentato domani, 20 gennaio, alle ore 17,30, nell'Accademia Nazionale di San Luca a Roma, da Guido Bergamini, Howard Burns, Paolo Fiore, Pier Nicola Pagliara e Francesco Moschini.
Abbiamo incontrato l'autore. 
Perché un libro su Palladio alla conclusione di un Centenario che ha visto, su questo tema, un’abbondante produzione editoriale?
Howard Burns ha dato una buona risposta a questa domanda: per aprire prospettive di lavoro che possano animare un nuovo secolo di ricerche su Palladio, che è l’architetto italiano più conosciuto al mondo.
Vi sono temi innovativi, fra quelli da lei trattati?
La proposizione che ha suscitato più scalpore, fra quelle che ho formulato, è il riconoscimento del progetto redatto da Palladio per una radicale ricostruzione del Palazzo Ducale di Venezia dopo l’incendio del 1577.
Che impatto avrebbe avuto su Venezia la costruzione di un «nuovo» Palazzo Ducale?
L’apparizione nel cuore di Venezia di un grandioso palazzo di pianta quadrata ornato su tutti i suoi lati da colonne d’ordine gigante, e quindi dotato di una straordinaria autonomia figurativa, oltre che formale, avrebbe consegnato al mondo una nuova immagine di Venezia e definito in modo nuovo il ruolo della Repubblica nello scenario politico europeo.
Nel contesto della produzione palladiana che significato avrebbe avuto una architettura così prorompente?
Ne sarebbe stata il naturale, ed esaltante, compimento. Si sarebbe venuta a realizzare una immaginaria simmetria. Se questa architettura fosse stata realizzata, la vita di Palladio sarebbe stata marcata, all’inizio e alla fine, da due opere altamente simboliche: la celebre «basilica» che segna il suo debutto in Vicenza, e questa singolare «basilica» che, sorgendo inaspettata nelle acque della laguna, sarebbe apparsa come la manifestazione ultima della sua sorprendente creatività.
Come è potuto giungere a una ricostruzione di tal genere, che nessuno aveva tentato prima di lei?
Attraverso la lettura dei documenti d’archivio. Di Palladio ci rimane una estesa e articolata relazione su questo suo progetto. E sono pervenute a noi anche le «scritture» di altri «architetti» che si pongono in concorrenza, se non anche in netto antagonismo, con l’architetto vicentino che la Signoria veneziana aveva poco tempo innanzi prescelto per la costruzione di un grandioso tempio dedicato al Redentore.
Come spiega questa sua lettura?
Ho valutato quanto Palladio, fin dall’inizio della sua attività, sia un interprete della ideologia repubblicana di Venezia. Ripercorrendo la sua vita e riconsiderando le sue opere da questo punto di vista, si acquisiscono elementi che consentono di comprendere meglio i suoi progetti veneziani.
Perché Unbuilt Venice?
Il titolo di questo libro non l’ho scelto io, ma lo trovo molto pertinente. Perché Palladio, che nella terraferma veneziana ha costruito soprattutto palazzi e ville, cioè dimore private, in Venezia ha progettato opere pubbliche (conventi, piazze, chiese , oltre al Palazzo Ducale) che se fossero state realizzate avrebbero cambiato il destino stesso della città.
È dunque un’interpretazione veneziana di Palladio quella che lei offre?
In un certo senso era inevitabile che fosse così, dacché sono veneziano e sono portato per ciò a considerare con particolare attenzione l’impatto che l’architettura di Palladio avrebbe avuto nella città. Ma l'interesse principale che mi ha condotto a scrivere questo libro è stato quello di esplorare il procedimento analogico con cui egli riconduce alla modernità paradigmi tipologici o formali dell’antica architettura romana, preoccupandosi di elaborare exempla che possano essere assunti come nuovi paradigmi dalle generazioni future.

Lidia Panzeri, da Il Giornale dell'Arte numero 305, gennaio 2011



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