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Il criptico d’arte

Assessore elettricista

La luce è simbolo di vita, fede e speranza: pretestuosa la polemica sollevata da chi voleva rimuoverla da Ago e Filo

La scultura con l’ago e il filo di Oldenburg e Van Bruggen in piazzale Cadorna a Milano tappezzata di lucette poi rimosse

Credevo che l’assessore alle luminarie l’avessero, che so, solo alcuni comuni siciliani famosi per le feste e le sagre sontuose la cui tradizione si perde nei secoli.
Invece no. Milano è, come dicono i nuovi manager rombanti, ancora una volta «oooltre». E l’assessore alle luminarie ce l’ha anche lei. Ed è uno che si dà da fare, ché vorrebbe tappezzare di lucine fastose qualsiasi cosa accenda, è il caso di dire, la sua attenzione. Milano, d’altronde, non si è mai fatta mancare niente. Ricordo ancora con commozione l’Alba di luce che allietò per alcuni mesi, al modico costo di un par di milioni di euri, il piazzale della Stazione Centrale: illuminata di notte, aveva un suo pallido ancorché vacuo perché, ma di giorno si ergeva desolata e ingombrante come una gigantesca rete da letto. Ohibò, il geniale inventore dell’oggettone e i suoi sponsor politici forse erano assenti il giorno che a scuola hanno insegnato che giorno e notte si alternano senza fallo. E poi, non manco mai l’occasione di contemplare in notturna la mole possente del Castello Sforzesco con tutta quella profusione di luci policrome che ha fatto esclamare a una mia innocente nipotina in visita dalla provincia: «Che bello, anche a Milano c’è Eurodisney!».
Per dire, la sua bella tradizione Milano ce l’aveva. Ma da quando s’è insediato lui, l’assessore elettrotecnico, la faccenda si è fatta ambiziosa.
L’anno scorso in largo Cairoli campeggiava un marchingegno gigantesco che doveva rendere omaggio, non ho capito bene come, al Futurismo, ma era sempre fermo per manutenzione e di giorno sembrava un luna park in disfacimento. Quest’anno, invece, il lampadinaro e i suoi boys hanno mirato al bersaglio grosso e, sloggiati a furor di un’imbarazzata Moratti da piazza Duomo, hanno tappezzato di lucette la scultura con l’ago e il filo di Oldenburg e Van Bruggen in piazzale Cadorna.
L’effetto, devo dire, è meraviglioso, proprio nel senso della meraviglia. Sembra una specie di enorme serpentone attorto fatto di Swarovski che si erge arrogante e bieco, nella sua estetica luccicona da grande magazzino popolare, in una piazza ch’è già problematica di suo.
In assenza degli autori titolari della scultura sottoposta a trattamento, a difenderne l’integrità è scesa in campo Gae Aulenti, che l’installazione aveva voluto a suo tempo, tentando di salvaguardare quel minimo di decenza estetica che ancora sopravvive, forse. Informato che l’Aulenti strepitava, il politico illuminotecnico è sbottato. Ma come? ha esclamato. Tali lamentele sono, cito testualmente, ingiustificate, pretestuose, insopportabili. Le luci «non si possono mica togliere così, per un capriccio», ché «la luce è simbolo di vita, fede e speranza».
Ora, a parte le considerazioni metafisiche alla «viva il parroco» che il filosofo del watt ha dispensato urbi et orbi, mi fa riflettere il fatto che ci sia in giro qualcuno che non considera un capriccio concepire una vaccata di questo calibro, bensì il tentativo di sventarla. E mi fa ancor più riflettere la notizia che dalle parti della Soprintendenza competente nessuno abbia eccepito alcunché, rilasciando regolare permesso. Dato che sono un bravo cittadino, mi sono subito premurato di offrire un biglietto ferroviario al genio delle lampade perché si faccia un giro a Torino e veda come si fa a far bene quello che nelle sue mani si trasforma in un concept da negozio d’estetista. Ma lui, certo, non ha bisogno dei nostri consigli, illuminato com’è.
© Riproduzione riservata

Flaminio Gualdoni, da Il Giornale dell'Arte numero 305, gennaio 2011


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