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Paris brûle-t-il?

Sarkò cede ai coreani

La Francia è scandalizzata per la decisione di Sarkozy di concedere in deposito alla Corea 297 manoscritti: presa senza consultazioni, è giudicata una restituzione di fatto contro il principio di inalienabilità

Corteo funerario, particolare del manoscritto del Cerimoniale del Consiglio addetto al funerale del re Sun Jong, 1834. © BNF

Prima di ritornare sulle giornate di Fontainebleau, come vi avevo promesso nel mio ultimo intervento su questo giornale (cfr. n. 303, nov. ’10, p. 42), mi piacerebbe accennare a due miniscandali, molto nello spirito dei tempi, che in questo momento agitano il mondo culturale parigino. In circostanze, lo riconosco, per nulla gloriose (una spedizione militare di Napoleone III condotta dall’ammiraglio Pierre-Gustave Roze), la Francia si era appropriata, alla fine del XIX secolo, di 298 manoscritti reali coreani. Questi manoscritti, oggi conservati alla Bibliothèque nationale de France, descrivono le abitudini e la vita quotidiana della corte durante la dinastia Joseon. Da molto tempo ormai il Governo coreano reclama la loro restituzione esercitando un continuo ricatto economico sui contratti commerciali tra i due Paesi, e Dio sa quanto la Francia abbia bisogno di esportare… François Mitterrand, nel 1993, restituì un primo manoscritto. E ora Nicolas Sarkozy, senza dubbio al fine di strappare la firma di qualche grossa commessa industriale, ha deciso di concedere in deposito alla Corea i restanti 297. Certo, in apparenza, è stata salvata la faccia, il sacrosanto principio dell’inalienabilità sembra rispettato, ma in realtà questo deposito non è altro che una restituzione. La cosa scandalosa di questa vicenda è che la decisione ha potuto essere presa senza concertazione, senza che veramente la Bibliothèque nationale de France ne fosse informata. L’arbitrarietà del potere... Cosa ancora più scandalosa è che il principio dell’inalienabilità, che sembrava rispettato, è stato di fatto aggirato. Si schiude così, si schiude il vaso di Pandora senza veramente misurare la gravità di una simile decisione.
Il presidente della Repubblica, sempre lui, si è augurato che il suo museo sia la «Casa della storia di Francia». Essa sarà ospitata nell’Hôtel de Soubise, attuale sede degli Archivi Nazionali. Questi ultimi verranno presto trasferiti in nuovi locali, lasciando il posto libero al futuro museo. Immediata reazione negativa del personale degli Archivi Nazionali, ma soprattutto levata di scudi da parte di un gran numero di storici francesi. La loro opposizione al progetto è in parte politica, un progetto firmato Sarkozy è un progetto di parte e consegnerà una certa visione della storia di Francia, Giovanna d’Arco, Napoleone, de Gaulle…, e fondamentalmente un progetto inutile e soprattutto inopportuno. Come trattare con obiettività questa storia di Francia, senza dimenticare le zone d’ombra, le guerre napoleoniche, il colonialismo, la Commune, Vichy, che altro ancora? E come definire queste zone d’ombra? Penso anch’io, nel contesto attuale, che il progetto sia mal riuscito, ma penso anche che non gli si sia stata lasciata nessuna possibilità e che una vera discussione, un vero confronto di idee e una vera programmazione sarebbero stati necessari prima di varare un progetto proposto con le migliori intenzioni del mondo.
Veniamo finalmente a Fontainebleau: ricordo che si tratta di riunire nel Castello di Fontainebleau, dal 27 al 29 maggio 2011, tutti gli operatori dell’arte francesi, tutte le discipline insieme, gli universitari, gli editori, i collezionisti, gli storici del cinema e della musica, i conservatori, i mercanti di opere d’arte… Per questo primo incontro di Fontainebleau, l’Italia è il Paese ospite. Alla prima riunione di programmazione, svoltasi lo scorso 8 novembre, hanno partecipato Clario di Fabio, da Genova e, da Firenze, Maria Grazia Messina. A questa prima riunione, i progetti, le idee, i suggerimenti si sono fusi… Si trattava, all’interno, di avvicinare coloro che non si conoscono e che forse non si parlano. All’esterno, di stimolare la curiosità di coloro che praticano questa o quella disciplina, ma ne ignorano le regole e il funzionamento. Per la prima volta, la disciplina «Storia dell’Arte» fa coesione e tenta di farsi conoscere e riconoscere, in tutta la sua varietà, da un pubblico che in Francia la ignora del tutto. L’Italia, primo Paese invitato e ricco in questo campo di una consolidata esperienza, può aiutarci a mandare avanti il progetto.     © Riproduzione riservata

Pierre Rosenberg, da Il Giornale dell'Arte numero 305, gennaio 2011


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