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Mostre

Bello come un angelo

Nei Musei di San Domenico a Forlì apre domani una mostra di Melozzo, il massimo testimone della «via romana e cattolica alla gloria della bellezza visibile»

Melozzo da Forlì: Sisto IV nomina Bartolomeo Platina Prefetto della biblioteca, affresco staccato portato su tela. Città del Vaticano, Musei Vaticani

Forlì. Gli angeli di Melozzo sono icone proverbiali della umana bellezza. In questo reggono il confronto con le Madonne di Raffaello. E infatti si dice: «bella come una Madonna di Raffaello», «bello come un angelo di Melozzo». Oggi gli angeli musicanti (1472-74) sopravvissuti alla distrutta decorazione absidale della romana chiesa dei Santi Apostoli stanno nei Musei Vaticani e non c’è turista, anche il più distratto fra i milioni ogni anno migranti attraverso le collezioni d’arte del papa, che non li guardi e non ne conservi memoria. La loro è una bellezza metafisica perché sono puri spiriti, perché Melozzo li rappresenta in un azzurrissimo empireo a cantare le lodi dell’Altissimo. Eppure essi sono portatori della stessa Bellezza che, sublimata nel loro caso al livello della perfezione suprema, è presente negli uomini e nelle donne di questo mondo. Capelli biondi gonfi di vento, occhi luminosi, labbra dischiuse, tiepida pelle, giovinezza gloriosa, vita pulsante. Tutto questo sono gli angeli di Melozzo. Il Divino si è incarnato, ha assunto sembianze umane, ma l’umanizzazione è avvenuta «sub specie pulchritudis», ha scelto le forme più seducenti fra quante è dato di vedere fra gli uomini e le donne che vivono sotto il cielo. Lasciate gli angeli di Melozzo, entrate nella «Stanza della Segnatura» e vedrete come, trent’anni dopo, Raffaello da Urbino ha saputo guidare il transito dal Divino all’Umano agli esiti mirabili che nessuno, dopo di lui, ha saputo eguagliare. Tutto questo per spiegare le ragioni della mostra dedicata a Melozzo che apre ai Musei di San Domenico di Forlì il 29 gennaio per restare aperta fino al 12 giugno. I curatori (chi scrive insieme a Daniele Benati e Mauro Natale) hanno messo insieme novanta opere, capolavori notissimi per la massima parte. Ci saranno tutti i Melozzo conosciuti; gli Angeli e gli Apostoli con un ruolo eminente ma anche, vero e proprio fuoco concettuale e prospettico della mostra, il grande affresco con «Sisto IV che nomina Bartolomeo Platina prefetto della Biblioteca» che, staccato all’inizio dell’Ottocento e restaurato in anni recenti da Carlo Giantomassi, esce per la prima volta dal Vaticano. Ci saranno i Piero della Francesca (la «Madonna di Senigallia» da Urbino e il «San Giuliano» da Sansepolcro), gli Antoniazzo più belli (la tavola di Montefalco), gli «Armigeri» del Bramante da Brera, Perugino preziosi come il «Francesco delle Opere» degli Uffizi, il «San Sebastiano» Borghese, la squisita e già nota agli studiosi «Annunciazione» di proprietà privata, la «Santa Eufemia» del Mantegna oggi a Capodimonte. E ci sarà naturalmente Raffaello con l’«Angelo» di Brescia, con il «San Sebastiano» di Bergamo. Il sottotitolo «L’umana bellezza tra Piero della Francesca e Raffaello» stringe in sintesi la filosofia che governa la mostra; la terza che in età moderna Forlì ha dedicato al suo artista eponimo. Nel 1994 l’attenzione era stata dedicata al rapporto fra il pittore e la città. «Melozzo da Forlì la sua città e il suo tempo» si intitolava infatti la rassegna dislocata fra l’Oratorio di San Sebastiano e Palazzo Albertini perché all’epoca ancora non c’erano i vasti bellissimi spazi del San Domenico. Nel catalogo edito per l’occasione (Silvana Editoriale) andranno ricordati il denso saggio introduttivo di Andrea Emiliani e la ricostruzione biografica storica e stilistica dell’artista scritta dal mio compianto amico Stefano Tumidei; vera e propria monografia su Melozzo, un testo che da allora rimane per tutti noi fondamentale. Molto tempo prima, nel 1938, Forlì inaugurava «Melozzo e il Quattrocento romagnolo», mostra grandiosa, destinata a rimanere mitica negli annali della storia dell’arte. L’esposizione, ci assicura in apertura il catalogo, era nata «sotto gli auspici del Duce» che a Forlì giocava in casa e che certo avrà fatto di tutto perché la storia artistica della sua terra ottenesse riconoscimenti adeguati. L’ipoteca politica non influì tuttavia sul livello scientifico della rassegna che è da considerare, per quegli anni, eccellente. Anche perché poté contare sulla consulenza di Roberto Longhi professore a Bologna e ascoltatissimo consigliere del ministro della Cultura Bottai, e sulla partecipazione al catalogo di storici dell’arte del livello di Cesare Gnudi e di Luisa Becherucci, all’epoca giovani ispettori di Soprintendenza. A sfogliare le pagine di quel catalogo ci si accorge che l’idea «politica» della mostra, quella cioè di fare di Melozzo l’alfiere di un’ipotetica cultura artistica regionale, risulta di fatto minuziosamente e sistematicamente contraddetta nelle schede di impianto longhiano. Melozzo era forlivese per nascita, per relazioni, per amicizie, per le opere che sicuramente vi lasciò. E, fra tutte eminente, l’unica arrivata intatta fino ai tempi moderni, la cupola affrescata per i Feo in San Biagio purtroppo polverizzata da una bomba tedesca nel 1944. Però la sua formazione, la sua storia e il suo destino sono da collocare altrove. Nella Urbino di Piero della Francesca, del Laurana, del giovane Bramante, dei pittori fiamminghi, e poi a Loreto e nella Roma di Sisto IV.
Pittore «ideologico» e teorematico al pari dell’Alberti e del Mantegna, egli fu veramente «pictor papalis» come è chiamato nei documenti. La via romana e cattolica alla gloria della bellezza visibile (la via inaugurata dall’Angelico nella Cappella di Niccolò V e conclusa da Raffaello nelle «Stanze», sintesi di ideologia sublime e di altissima propaganda) negli anni Settanta e Ottanta del Quattrocento ebbe in Melozzo da Forlì il suo massimo testimone. Per questo ho voluto in mostra l’affresco del Platina, con la scena del grande intellettuale che riceve in ginocchio dal papa, nel 1475, la carica di Prefetto della Biblioteca Apostolica. È l’alleanza fra la Chiesa e la Cultura che nel celebre dipinto viene significata. Tutto quello che avverrà dopo sotto il cielo di Roma (il Belvedere di Bramante e la cupola di San Pietro, Raffaello e Michelangelo in Vaticano, i cieli barocchi di Pietro da Cortona, le fontane e gli obelischi nelle piazze, le biblioteche sterminate e i musei mirabili), tutto quello che ha fatto la visibile immagine d’Italia sotto il segno della Bellezza, ha in quell’affresco le sue premesse.

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Antonio Paolucci, da Il Giornale dell'Arte numero 305, gennaio 2011


  • Melozzo da Forlì, «Angelo che suona la viola», affresco staccato riportato su cadorite

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