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Restauratori: alla paralisi la famosa riforma

Il progetto di istituire «elenchi» di merito per i professionisti del restauro si è arenato. Il «Bando di selezione pubblica per il conseguimento delle qualifiche professionali di restauratore e collaboratore di beni culturali» del 27 settembre 2009 è in pratica annullato. Dopo tre rinvii (30 marzo, 30 giugno, 30 settembre), si è bloccato alla quarta, definitiva scadenza utile per presentare i documenti (30 novembre 2010). Il Ministero per i Beni culturali lo ha «sospeso» e il primo dicembre 2010 il sottosegretario Francesco Giro ha dichiarato che la sospensione è indispensabile perché «ci consentirà di riformare, se necessario, l’articolo 182 del Codice dei Beni culturali e del Paesaggio che, in via transitoria, ha dettato una disciplina per l’acquisizione diretta o indiretta, tramite prova di idoneità, della qualifica di “restauratore” o “collaboratore restauratore”». Il Codice dei Beni culturali è legge dal 2004, ma soltanto nel settembre 2009 il Ministero ha indetto il bando per attuare l’art. 182 e dare certezza al mondo del restauro (formazione, qualifiche, ruoli ecc). Alla fine, questo il piano del Ministero, si sarebbero dovuti formare due elenchi di professionisti abilitati («restauratori» e «collaboratori restauratori»). Il primo passo del «concorso» prevedeva la presentazione di una documentazione dei titoli e del lavoro svolto da ciascuno per stabilire l’idoneità a essere iscritti direttamente in uno dei due elenchi o invece partecipare agli esami di ammissione. Un meccanismo complesso che si è subito incagliato tra ricorsi e proteste. Il Mibac ha modificato più volte il testo, disposto una serie di rinvii e alla fine deciso di sospendere tutto. Sono prevalse le pressioni dei sindacati che rappresentano circa 30mila aspiranti restauratori (la maggior parte di loro ha già presentato domanda entro i termini): molti temono di restare fuori dagli elenchi, senza qualifica e dunque senza lavoro. Associazioni e sindacati avevano presentato anche una serie di ricorsi ai Tar per fermare l’iter del temuto bando, ma ben 9 sentenze hanno confermato la correttezza del bando ministeriale e respinto i ricorsi. Le ragioni del fallimento del bando vanno cercate anche altrove. Infatti da anni il mondo del restauro continua a vivere nell’incertezza e nell’anarchia. Una vera giungla che favorisce l’affermazione di procedure scorrette, abusi, distorsioni di un mercato in piena crisi. Con leggi non chiare e poco rispettate, sempre più spesso al posto dei veri restauratori vengono chiamate normali ditte edili, soprattutto per interventi su monumenti ed edifici antichi, a volte con gravi danni al patrimonio. A poco a poco i professionisti del restauro vengono emarginati, espulsi dal meccanismo degli appalti: molte ditte specializzate hanno già chiuso. Il bando lanciato dal Ministero, con il suo rigore, si proponeva di selezionare e abilitare ufficialmente specialisti esperti, formati in scuole di eccellenza. Soltanto a loro avrebbe dovuto essere affidata la cura del nostro patrimonio artistico, la tradizione prestigiosa del restauro italiano. Non si sa come il Ministero intenda cambiare l’art. 182 del Codice dei Beni culturali, che stabilisce con chiarezza le caratteristiche di alta professionalità del restauratore di domani. Il rischio è che si vogliano allargare le maglie, ottenere un percorso più facile, far valere titoli e corsi di formazione poco credibili, forse arrivare a una «sanatoria» mascherata per i 30mila aspiranti, insomma lasciare tutto com’è. Si aspetta dunque la nuova legge. Tempi lunghi, e gli «elenchi» dei restauratori diventano un’ipotesi lontana. Il prezzo più alto lo paga il patrimonio culturale, vittima di una paralisi nefasta e di una ambiguità che dura da troppi anni.

Edek Osser, da Il Giornale dell'Arte numero 305, gennaio 2011



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