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Libri

Fotografia si declina sempre al plurale

Walter Guadagnini

È appena arrivata in libreria, pubblicata da Zanichelli, «Una storia della Fotografia del XX e XXI secolo» di Walter Guadagnini (370 pp., e 38,00). Abbiamo chiesto all’autore, curatore delle pagine di Fotografia di «Il Giornale dell’Arte», di parlarci di questo suo nuovo lavoro.
Perché questa storia della fotografia? Mancava?
Da un punto di vista editoriale, perché in effetti il mercato italiano non ha testi aggiornati ed economicamente accessibili, e quindi è parso, tanto a me quanto all’editore, che l’operazione fosse sensata. Dal punto di vista dello studioso, perché a un certo punto si ha il desiderio di misurarsi con un progetto impegnativo, di cercare di mettere in ordine una serie di vicende che spesso si affrontano frammentariamente.
Quale lettore aveva in mente?
Per l’appunto quello che non trovava in libreria questo genere di volume, quindi in primo luogo gli appassionati e gli studenti delle Accademie e delle Università. Ho pensato a chi, come me, considera la divulgazione un pregio e non un limite.
Nel volume ha tenuto insieme sviluppo cronologico e rilievo a personaggi, temi e momenti chiave che ritornano più volte nel corso del libro. È scritto come un racconto, gestisce contemporaneamente varie vicende, in un tessuto fatto di rimandi continui. Era l’unica scelta possibile?
Mi è parso un modo di procedere naturale, dettato dalla materia stessa del libro. Non a caso abbiamo voluto titolarlo «una storia» e non «la storia»: fotografia andrebbe sempre declinato al plurale. È una materia affascinante nella sua complessità, nell’infinita varietà delle sue manifestazioni. Forse anche per questo stilisticamente ne è nato un andamento più narrativo che accademico. Senza per questo rinunciare alla correttezza delle informazioni, al controllo, molto spesso difficilissimo, delle fonti. In questo penso mi abbia aiutato la mia formazione di storico dell’arte.
Man mano però che la storia si avvicina al proprio tempo, alla contemporaneità di chi scrive, il racconto diventa cronaca, il ritmo accelera e le scelte si fanno più personali. Ha avuto difficoltà nell’affrontare gli ultimi due decenni?
Difficoltà specifiche no, è chiaro che più ci si avvicina alla contemporaneità e più si è coinvolti emotivamente, molti autori si conoscono personalmente, le scelte sono forzatamente più soggettive, in assenza di quella scrematura che ha già operato per te la storia. Si potrebbe dire che ci si scopre di più, e il lettore comprende forse meglio amori e idiosincrasie...
Nel libro lei traccia l’evoluzione della fotografia dal punto di vista culturale, artistico, economico, sociale, editoriale, tecnico. «È proprio della natura del mezzo, scrive nelle conclusioni, il suo fuggire alle definizioni univoche, il suo prestarsi agli utilizzi più diversi e il suo essere irrimediabilmente legato all’evoluzione della società e a quella tecnologica». Dunque i piani da tenere presenti sono molteplici. Ma lei ritiene davvero che la fotografia sia una forma di linguaggio più complessa di altre forme espressive? E che davvero sia meno «facile» di quanto si voglia credere?
È proprio questo il grande fascino della fotografia, il prestarsi a diversi livelli di lettura, il suo essere insieme immediata e nascondere complessità inattese. Penso che sia questa la sua forza e che anche a questo debba la sua attuale popolarità.

Chiara Coronelli, da Il Giornale dell'Arte numero 305, gennaio 2011


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