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Editoriale

Ghost-star

Nel 1990 Rachel Whiteread produsse il calco di una stanza vuota e la intitolò «Ghost»; tre anni dopo, con un’opera analoga, cioè altrettanto spettrale, «House», l’artista inglese vinse il Turner Prize. Negli anni ’60 Bruce Nauman faceva le stesse cose, senza contare che la «descrizione» dello spazio vuoto tra un oggetto e l’altro era già un pallino dei cubisti, ma non importa: la poca memoria, o l’ignoranza, sono funzionali a tutte le figure del mercato, dagli artisti ai collezionisti a caccia di novità. Lo scorso dicembre, evocando un altro fantasma, quello di un marinaio affogato al largo delle Lowlands scozzesi, Susan Philipsz si è aggiudicata il medesimo riconoscimento.  La patria di Miss Jessel e di Peter Quint, i terrificanti spettri di Henry James, rende ancora una volta onore a una specialità della casa, per di più celebrando una trentacinquenne nata in Scozia, terra madre di tutti i fantasmi.  Ma se l’anima in pena evocata dalla Whiteread aveva l’ipertrofica fisicità in uso a quei tempi, quella della ...
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(il testo integrale è disponibile nella versione cartacea)

Franco Fanelli, da Il Giornale dell'Arte numero 305, gennaio 2011


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