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Come i reperti di scavi di frodo sono finiti nelle vetrine espositive

¡Es una trampa madrileña!

Anfora a figure nere con Ercole che lotta contro le Amazzoni (il reperto appare in frammenti in una delle polaroid del sequestro Medici)

Anche importanti musei europei, e non soli i vituperati istituti americani, hanno acquistato con disinvoltura antichità
del tutto decontestualizzate e di provenienza oscura: il caso del Museo Archeologico Nazionale di Madrid che
nel 1999 ha comprato una collezione privata in cui sono stati riconosciuti 22 oggetti scavati illecitamente nel nostro Paese
.


Una delle conseguenze della «Grande razzia» di antichità che ha colpito il nostro Paese con particolare virulenza dai primi anni Settanta fino quasi all’altro ieri (almeno un milione di oggetti scavati clandestinamente, immessi nel commercio e spesso venduti all’estero; 10mila inquisiti; decine di migliaia di siti archeologici devastati) è la dispersione nel mondo dei reperti estratti di frodo e rimasti senza radici, ridotti a meri oggetti d’arredamento, diventati «muti», non più in grado di metterci in collegamento con l’antichità che essi stessi incarnavano. Una dispersione inevitabile, perché i modi e i canali del commercio non sono propriamente quelli dell’archeologia; e in più di un caso una dispersione avvenuta anche in buona fede, almeno da parte di chi comprava (non certo dei mercanti), magari attraverso acquisti dalle maggiori case d’asta. I trafficanti infatti «ripulivano» i loro oggetti esattamente come la mafia con i narcodollari: passavano per Sotheby’s o Christie’s, in genere a Londra. Talvolta usando dei prestanome, ma talora anche in prima persona o attraverso loro società, mettevano in vendita oggetti di provenienza illegale, che talvolta erano essi stessi a ricomprare poiché in questo modo ne potevano evocare un’assai meno sospetta e più recente origine, e ne potevano anche decidere il prezzo. Presto lo vedremo nel dettaglio, addirittura con qualche caso assai sapido e gustoso.
Così, queste antichità mutile del passato sono finite dappertutto. Specie i musei americani facevano quasi a gara per acquisire le più appetibili; sovente compravano, del tutto consci della provenienza inconfessabile, dai mercanti senza scrupoli o dagli stessi intermediari dei tombaroli e degli scavatori. Nella trappola dell’«archeologia nera» sono però incappate anche istituzioni ammantate di tradizioni, serietà e rispetto, verosimilmente ignare di dove provenissero le anfore, i vasi, i kantharoi, le kylikes che stavano acquistando. In casi del genere non si pongono certamente problemi giudiziari; però si spalanca una questione di natura etica. È giusto, è morale che un museo (un luogo istituzionale, qualificato e irreprensibile di conservazione e di esposizione, e, da sempre, anche di educazione e cultura) annoveri antichità depredate di recente, dopo la Convenzione Unesco del 1970 e non nei secoli remoti delle razzie, delle guerre e delle conquiste? Quale cultura questi musei espongono, tramandano e insegnano: quella dello scavo clandestino e di frodo?
La premessa vale a inquadrare una scoperta: il Museo Archeologico Nazionale di Madrid, in calle Serrano, fondato nel 1867 sotto il regno di Isabella II, tre piani di antichità nel palazzo che ospita anche la Biblioteca Reale, oltre un milione di pezzi dalla preistoria in poi nelle sue 39 sale, espone anche 22 oggetti passati nei portfolio (ma spesso per il portafogli), nei magazzini, e sovente nelle vendite, di due grossi mercanti italiani che rifornivano i grandi dealer internazionali: Giacomo Medici, di cui nel 1995, nel Porto Franco di Ginevra, si è scoperto un deposito di 240 metri quadrati, assicurato per due milioni di dollari, con migliaia di reperti e di foto, spesso polaroid; e Gianfranco Becchina, del quale, nel 2001 a Basilea, si sono ritrovati tre magazzini, migliaia di reperti e fotografie e, in particolare, l’archivio con le schede cliente, i conteggi, i documenti di spedizione, le fatture, gli estratti conto delle banche con cui operava. Medici è stato condannato già in secondo grado a Roma, dove il processo a Becchina è all’udienza preliminare.
La storia è questa. Pagandola 12 milioni di dollari, il museo di Madrid ha acquistato, nel 1999, parte di un’importante collezione: esattamente 181 antichità, etrusche, della Grecia e Magna Grecia, romane, egizie e spagnole, che spaziano dal V secolo a.C. al V d.C. Erano state raccolte da José Luis Varez Fisa, nato a Barcellona 82 anni fa, una carriera da imprenditore di successo prima nei Paesi Baschi, poi nella capitale, nella siderurgia, poi nella finanza e in campo immobiliare. Varez Fisa, che possiede anche dipinti di Goya e Velázquez («Il conte-duca di Olivares», 1625), è stato componente del patronato del Museo del Prado, dal quale si è dimesso quando venne deciso di trasferire il più famoso dipinto di Picasso, «Guernica», al Centro Reina Sofía. Nel 2009 «Artnews» l’ha iscritto tra i 200 più attivi collezionisti al mondo. Miguel Angel Elvira, direttore del museo, così celebrava allora l’importante acquisizione: «Con essa, il salto qualitativo e quantitativo è enorme; la collezione di vasi greci ed etruschi ci colloca ora tra i grandi musei d’Europa e d’America, al livello di quelli di Monaco o Berlino». Paloma Cabrera Bonet, conservatrice del museo, studiando i pezzi affermava: «Reperti di straordinaria qualità, opera dei migliori vasai e pittori di ciascuna epoca, come Lydos, Epitteto, Nearco, i Pittori di Pan o di Dario: i Goya e i Velázquez delle colonie greche dal XII al III secolo a.C.».
Con rullare di tamburi nell’autunno del 2003 la collezione viene esposta nel museo, corredata da un ricco catalogo di ben 500 pagine. Ed è su questo volume che, tre anni dopo, due archeologi italiani compiono interessanti scoperte. Ne trovano una copia sullo scaffale di una libreria (chissà perché lo Stato italiano non si preoccupa di acquisire tutti i cataloghi disponibili per farli studiare?) e sfogliandolo il loro occhio allenato li fa sobbalzare. Gli archeologi sono Daniela Rizzo e Maurizio Pellegrini. Lavorano a Roma, al Museo Etrusco di Villa Giulia; dal 1995 collaborano alle inchieste su Giacomo Medici, e molti altri, con il sostituto procuratore di Roma Paolo Giorgio Ferri; vantano un database di decine di migliaia di opere scavate illegalmente dal sottosuolo italiano e immesse in commercio dagli anni Settanta, tra cui quelle reperibili negli archivi sequestrati a Giacomo Medici e a Gianfranco Becchina. Dopo aver speso tante ore su queste immagini sono in grado di riconoscerle e identificarle immediatamente. Senza l’ausilio di speciali programmi informatici, e dedicando solo pochi giorni alla ricerca, scoprono che ben 22 tra quelle antichità erano presenti nei portfolio dei due mercanti italiani: qualcuna ancora incrostata di terra, prova palese di uno scavo recente; altre immortalate prima del restauro, ancora in frammenti; altre ancora risultano messe in vendita dagli stessi attraverso Christie’s o Sotheby’s. Di un cratere a campana apulo del 330 a.C., poi venduto da Sotheby’s, Medici possedeva un’immagine scattata a Zurigo nei locali in cui restauravano Fritz e Harry Bürki, padre e figlio cui Robert Hecht, uno tra i massimi mercanti al mondo (Fritz Bürki era bidello nell’Università svizzera dove studiava Hecht, al quale, a Parigi, è stata sequestrata un’altra foto di questo vaso), affida anche il «Cratere di Eufronio» con la «Morte di Sarpedonte» da lui venduto nel 1972 al Metropolitan di New York, il primo pezzo antico pagato un milione di dollari da un museo, un record che ovviamente incentiva l’industria dello scavo e la «Grande razzia». Rizzo e Pellegrini ne sono certi, perché erano presenti alla perquisizione nel laboratorio e ben conoscono quel locale dalle pareti piastrellate a mosaico. I reperti talora sono inediti, talaltra pubblicati dalla rivista «Münzen und Medaillen», con il cui proprietario, il mercante Herbert A. Cahn, Becchina ha intensi rapporti, o da un antiquario di New York, Jerome Eisenberg, la cui Royal-Athena Galleries esiste dal 1942, vanta «la più vasta selezione al mondo di oggetti antichi» e ha venduto «oltre 30mila capolavori ai massimi musei americani ed europei». Eisenberg è stato costretto, più dall’evidenza che dalle leggi, a restituire otto oggetti all’Italia: risultavano rubati dai musei o comunque d’illecita provenienza. Solo nel sequestro Becchina i documenti sui suoi traffici (in cui è anche chiamato familiarmente «Jerry») riempiono un intero faldone, con acquisti di decine di preziosi oggetti alla volta e conti aperti per 200mila dollari all’inizio degli anni Novanta.
Il cognome del magnate spagnolo non ricorre mai tra le fatture, le schede clienti e le lettere di Becchina, del cui archivio è stato trovato molto. Non sussiste neppure alcun indizio che abbia direttamente conosciuto Medici. Ma non ci sono dubbi che le 22 opere siano state scavate di frodo nel nostro Paese, «ripulite» ed esportate illegalmente senza che alcuna autorizzazione fosse mai stata richiesta, né ovviamente concessa. Nove di queste antichità sono pubblicate per la prima volta, tra il 1993 e il 1997, gli anni caldi della «Grande razzia», proprio da Eisenberg in «Art of the Ancient World». Altre sono inedite, d’improvviso uscite dalla notte buia degli scavi clandestini. Un’anfora italica orientalizzante con cervo ferito del VII secolo a.C, alta ben 52 centimetri, è fotografata da entrambi i lati nell’archivio Becchina, e qualcuno vi annota le dimensioni, tanto sono rilevanti; il catalogo di Madrid dichiara esplicitamente che «la perdita del contesto rende difficile ascriverla a un’officina italica ben determinata». Un negativo del sequestro Medici ritrae un’oinochoe etrusca del 600 a.C.; il catalogo non soltanto spiega che «proviene da Cerveteri», ma anche che è stata acquistata «sul mercato antiquario svizzero»: quasi una confessione. Pubblicata la prima volta da «Münzen und Medaillen» (nel 1972 Becchina tenta di vendere al proprietario della rivista un vaso geometrico italiano del VII secolo a.C., che però dalle analisi compiute a Oxford rivela avere un’età «minore di 200 anni»: il venditore si scusa, paga metà delle spese di laboratorio ma i rapporti non si interrompono).
E ancora: nel sequestro Medici compaiono un’anfora attica a figure nere con partenza in quadriga, del 550-520 a.C., attribuita al Pittore del Vaticano, e un’altra, coeva, con partenza di guerriero: entrambe inedite, entrambe documentate da polaroid e, nella foto, la seconda ancora non restaurata e abbondantemente coperta da concrezioni. Sull’immagine della prima vi sono indicazioni manoscritte di una vendita all’asta: il numero del lotto (327), il prezzo di riserva (4mila, presumibilmente franchi svizzeri o forse dollari) e una «V», magari per indicarne il valore (12mila); la seconda risulta passata in asta da Sotheby’s a Londra il 14 dicembre 1995. Come scrive il giudice di Roma Guglielmo Muntoni il 13 dicembre 2004, nella prima sentenza contro Medici (10 anni di carcere, 10 milioni di euro come provvisionale allo Stato per i danni al patrimonio culturale: in appello, due anni in meno), anche da «un interrogatorio di Felicity Mary June Nicholson, responsabile delle antichità della casa d’aste, si evince che parte del personale della Sotheby’s fosse coinvolto nel traffico di beni di interesse artistico, storico e archeologico provenienti illecitamente dall’Italia, vuoi perché ricettati, vuoi perché esportati clandestinamente». Anche la Nicholson è stata inquisita dal pm Ferri.
Attraverso Sotheby’s Medici vende anche oggetti di provenienza non chiara. La Nicholson svela che, offrendo reperti alla casa d’aste tramite due prestanome e acquistandoli in proprio, Medici era il principale cliente delle aste delle sue antichità che infatti Sotheby’s, nel 1997, cessa di organizzare.
«Dal 1984 al 1986» Medici consegna «248 oggetti a sei aste di Sotheby’s, per almeno 640mila dollari» e, nei tre anni successivi, reperti per «circa 250mila sterline», scrivono il giornalista inglese Peter Watson e Cecilia Todeschini in una loro inchiesta. Per il giudice Muntoni dal 1985, attraverso la maison, il mercante manda all’asta 746 lotti; solo da maggio 1988 al 1991, sempre a Londra, 345 pezzi in nove aste, offrendoli più volte se non trovano compratori. «Operazioni di riciclaggio», scrive la sentenza. In una sola asta, nel mese di settembre, offre 73 reperti. Analogamente, negli anni ’90, agisce su Christie’s, offrendo oggetti fino a 150mila sterline. «Ad esempio, racconta Daniela Rizzo, 163mila per una hydria ceretana a figure nere, con Ercole che combatte con l’Idra, venduta un anno dopo al Getty per 400mila dollari, con un guadagno del 60 per cento», non compresa tra la sessantina di antichità approdate a Malibu che il museo ha restituito all’Italia.
Nel deposito Medici a Ginevra decine di oggetti sono stati ritrovati con l’etichetta di Sotheby’s. Alla foto di un vaso è allegato un appunto di Hecht, manoscritto in rosso, sottolineato e con tanto di punto esclamativo: «L’anfora inviata a Sotheby’s non è quella comprata!»; perché perfino i mercanti più esperti possono sbagliare. Ma se a Londra Medici era un «re», buoni affari faceva anche a New York: la sua società intestata a un prestanome, la Editions Services, tra il 1991 e il 1995 acquista 135 lotti sempre nelle aste di Sotheby’s. La documentazione (per quanto «incompleta», annota la sentenza) trasmessa ai giudici italiani dalla filiale londinese sui rapporti con Medici, occupa ben tre volumi d’istruttoria.
Anche Becchina non disdegna le aste: a Sotheby’s invia tanti materiali che provengono da Buenos Aires, ufficialmente li spedisce sua cognata. Nel 1988 pretende perfino che la casa d’aste gli rimborsi le foto, non restituite, degli oggetti spediti per essere venduti: 320 fotografie a una sterlina ciascuna.
Torniamo alle antichità che il museo di Madrid acquista da Varez Fisa. Un’altra anfora a figure nere, circa 520 a.C., attribuita al Pittore di Priamo, con la «Preparazione per la partenza con quadriga», è pubblicata su un catalogo Sotheby’s (New York) nel dicembre 1997; a Ginevra, due anni prima, a Medici erano già state sequestrate tre polaroid dell’anfora, fotografata con abbondanti concrezioni a riprova di uno scavo recente, prima del restauro. Un po’ meglio sistemata, ma non ancora del tutto restaurata, spiega Pellegrini, «compare in un altro portfolio: quello sequestrato dalla polizia greca su un’isola delle Cicladi, Schinoussa, nella villa di Robin Symes», il più importante tra i grandi mercanti internazionali che, per citare due casi, vende al Getty il trapezophoros con i «Due grifoni che sbranano una cerva», ma deve restituire all’Italia la «Maschera d’avorio», il più grande reperto crisoelefantino che ci è pervenuto dall’antichità, scavato da Pietro Casasanta, «il re dei tombaroli» secondo il «Wall Street Journal». Mai pubblicata, invece, una grande anfora a figure nere con «Ercole in lotta contro le Amazzoni», di fine VI secolo a.C., alta quasi mezzo metro, che il museo attribuisce al Pittore di Antimene, comprata non si sa dove dal miliardario spagnolo e di cui Medici possedeva due foto ancora in frammenti; mentre restaurata, o integra fin dal ritrovamento, è l’anfora a figure nere del 530 a.C. con «Eracle in lotta con il Tritone», verosimilmente appartenuta al medesimo corredo funebre e nel catalogo madrileno a due soli numeri d’inventario di distanza, di cui Medici aveva i negativi di entrambi i lati, e che il 22 maggio 1989 passa per Sotheby’s a New York.
Si può continuare a lungo: un’anfora italica orientalizzante con cervo ferito, alta 52 centimetri di inizio VII secolo a.C., si ritrova in due foto di Becchina nel fascicolo intestato a Ettore Bruno, figlio di Mario, lo scavatore di Cerveteri amico di Medici. Una lekythos a figure rosse dipinta con una Nike in volo dal Pittore di Berlino verso il 470 a.C., messa in vendita nel 1988 da Sotheby’s a Londra e dieci anni dopo da Christie’s a New York. Un cratere a colonnette a figure rosse dipinto con una «Scena di simposio», venduto da Sotheby’s a Londra nel 1989 e da Christie’s nel 1992, offerto tre anni dopo dalla Royal-Athena Galleries di Eisenberg. Un altro cratere a colonnette a figure rosse, con Dioniso e satiri del V secolo a.C.: sulla polaroid di Medici, che reca le note per una vendita all’asta, appare ancora tutto incrostato e da restaurare. Di uno a campana a figure rosse con una «Iniziazione dionisiaca», il catalogo scrive che proviene dalla Sicilia; un altro con Dioniso, menadi e satiri, 440 a.C., oltre che nei negativi Medici compare in una vendita di Sotheby’s (New York) del 1999, proprio l’anno in cui il miliardario spagnolo cede al museo la parte archeologica della sua raccolta (va rilevata la voglia di vendere che si accompagna ad alcuni acquisti, sintomatica di un’istintualità affaristica).
Fermiamo qui un elenco che potrebbe diventare perfino noioso. Il caso non era finora noto ed è sicuramente di non secondaria gravità: dimostra come i reperti scavati di frodo si siano sparpagliati ai quattro venti; illustra la disinvoltura con cui si sono formate troppe recenti collezioni private e come i maggiori musei del mondo (e non solo quelli, conniventi e consapevoli, che acquistavano direttamente dai mediatori quando non dagli scavatori), anche quelli europei, e non solo i tanto vituperati istituti americani o giapponesi, non si facessero scrupoli nell’acquistare antichità del tutto decontestualizzate, prive del loro passato e dalle origini quanto meno assai oscure. E pone ora qualche problema etico allo Stato italiano: cercherà di rivendicare almeno alcuni dei reperti, quelli il cui significato documentale è di maggiore importanza? Da tempo, al nostro Paese non sembra che importi più molto (ed è un eufemismo) della «Grande razzia». Ma ne pone anche al Museo Archeologico Nazionale di Madrid, adesso che sappiamo tutto sulla provenienza non lecita di tanti suoi reperti.
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Il reportage completo nel numero di luglio-agosto di «Il Giornale dell'Arte» ora in edicola

Fabio Isman, da Il Giornale dell'Arte numero 300, luglio 2010


  • Il Museo Arqueológico Nacional di Madrid, in calle Serrano
  • Cratere a campana di Gnathia con testa di Atena in una delle immagini del sequestro Medici con l’oggetto fotografato nel laboratorio del restauratore Fritz Bürki (il retro del cratere risulta tra le foto sequestrate a Parigi a Robert Hecht)
  • Anfora a figure nere con quadriga in partenza: la foto è quella riprodotta nel catalogo del museo di Madrid (n. inv. 1999/99/53)
  • Anfora a figure nere con la partenza di un guerriero nel catalogo del Museo di Madrid (n. inv. 1999/99/51), passata nell’asta Sotheby’s di Londra, 14 dicembre 1995, lotto n. 143
  • Cratere a campana di Gnathia con testa di Atena (invenduto all’asta Sotheby’s di Londra, 14 dicembre 1990, lotto 296, è stato riproposto e venduto in asta l’8 dicembre 1994 dalla Editions Services di proprietà di Giacomo Medici) nella foto pubblicata nel catalogo di Madrid (n. inv. 1999/99/138)
  • Anfora a figure nere con quadriga in partenza in una delle polaroid del sequestro Medici (l’anfora risulta anche tra le foto sequestrate in Grecia a Robin Symes)
  • Anfora a figure nere con Ercole che lotta contro le Amazzoni riprodotta nel catalogo del Museo di Madrid (n. inv. 1999/99/60)
  • Anfora a figure nere con la partenza di un guerriero (polaroid del sequestro Medici, Ginevra 1995)

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