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Il Medioevo dei gesti

Nel museo ideale di Chiara Frugoni mille anni di immagini ci «parlano» (facendosi capire)

Il volto di san Maurizio, scultura, 1240-50, Magdeburgo, cattedrale. È uno dei pochi neri «buoni». Alla fine del Medioevo comparve un Re Magio nero. Il nero era il colore del demonio, del male. Per questo l’iconografia ha lungamente esitato a introdurre un uomo di colore nella triade dei Magi, originariamente rappresentati tutti uguali

L’ambizione del titolo La voce delle immagini del nuovo libro di Chiara Frugoni, pubblicato da Einaudi, vuol essere castigata dal sottotitolo Pillole iconografiche dal Medioevo. I singoli casi (le «pillole»), tuttavia, sono stati scelti con molta cura affinché, nel loro rapportarsi caleidoscopico, rendessero conto della vita che anima l’arte medievale.
Dei sei capitoli, i primi due, dedicati ai gesti (di dominio, come afferrare il polso, e di sommissione, braccia conserte o abbandonate, oppure di dolore come mani incrociate e in pronazione sul grembo, e di comunicazione verbale, mano con anulare e mignolo flessi variamente rappresentati), servirebbero da robusta introduzione ai tre ultimi, ai quali è affidato il compito, pienamente riuscito, di drammatizzare l’esposizione usando come perno la vita di Cristo e di Maria. Il quarto capitolo, il più avvincente forse per intensità ed economia (soffrirebbe solo di un vizio nelle note), si occupa del «diverso» nei soggetti dell’Ebreo e dell’uomo di colore, mentre il quinto e il sesto mettono a fuoco l’energizzazione emotiva, operata dal francescanesimo, del rapporto tra Cristo e Maria, spiato però da due angolature interconnesse: il dramma della Crocifissione come vissuto principalmente da Maria (ma non solo) e, viceversa, morte-funerali-assunzione di Maria concertati da Cristo ma esperiti, in vece sua, dagli apostoli. Nel libro, infatti, il quadro medievale si emancipa per mano degli ordini mendicanti e del loro messaggio umanitario. Proprio nel quarto capitolo ne troviamo un esempio estremamente significativo, anche perché rappresenta la metamorfosi di uno storico in storico dell’arte. Si tratta delle due Crocifissioni che Cimabue dipinse nei transetti della Basilica superiore ad Assisi, identiche per quanto riguarda Cristo e i cori angelici ma sostanzialmente diverse nella scena che si svolge ai piedi del Crocifisso. «Se i fruitori fossero gli stessi (i frati), perché allora modificare la scena?» si chiede l’autrice e prova, su questa disparità, a fondare una lettura ingegnosa. Il terzo capitolo, valido quasi a sé stante, sulle convenzioni spaziali nel Medioevo e la loro sopravvivenza, credo sia un’ulteriore dimostrazione della squisitezza dell’approccio della Frugoni all’arte, anche se sarebbe stato molto più fruttuoso se l’autrice si fosse avvalsa di una distinzione (poco nota, comunque) tra convenzioni concettuali e convenzioni illusionistiche.
Progettato come guida a un museo virtuale, La voce delle immagini si impone, al di là del suo scopo, come un testo iconico propedeutico alla storia medievale, distinguendosi per il raro pregio di una divulgazione di alto livello.

© Riproduzione riservata

La voce delle immagini. Pillole iconografiche dal Medioevo, di Chiara Frugoni, 328 pp., ill. colore, Einaudi, Torino 2010, e  35,00





Loretta Vandi, da Il Giornale dell'Arte numero 299, giugno 2010


  • La copertina del volume «La voce delle immagini»

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