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Musei

La Tate Modern compie dieci anni

Perché la Tate deve cambiare

«Da dove veniamo, chi siamo, dove andiamo»: in questo articolo per «Il Giornale dell’Arte» il direttore Nicholas Serota parla del museo che c’è e del suo rapporto con il pubblico vecchio e nuovo e del museo che ci sarà, la «Tate 2»

La Turbine Hall, la sala delle turbine, nella centrale elettrica di Bankside, restaurata da Herzog e De Meuron in un’immagine del 1994. © Tate Photography Marcus Leith/Andrew Dunkley

Londra. Le forze che stanno cambiando il mondo mettono in discussione anche il ruolo dei musei. Il nostro mondo è diverso, anche se paragonato a vent’anni fa: la globalizzazione, la crescente diversità culturale e tecnologica, oltre alla mobilità personale, hanno avuto un impatto sul mondo cui ci rivolgiamo. (...) Anche il mondo vede diversamente i musei. L’ampio accesso internazionale, diretto o attraverso i mezzi informatici e a tutti i livelli di comprensione, offre opportunità per nuovi tipi di collaborazione con gli individui e con le istituzioni.
La funzione tradizionale del museo è stata quella didattica, con il curatore a stabilire il livello di coinvolgimento tra visitatore e opera d’arte. Ma negli ultimi vent’anni lo sviluppo di internet, la crescita dei blog e dei siti di social network, così come il più diretto intervento negli spazi museali degli stessi artisti, hanno cominciato a cambiare le aspettative dei visitatori e la loro relazione con il curatore quale specialista autorevole. Nel XXI secolo La sfida per i musei è trovare nuovi modi per impegnarsi con visitatori molto più esigenti, sofisticati e meglio informati.
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(il testo integrale è disponibile nella versione cartacea)

Nicholas Serota, da Il Giornale dell'Arte numero 299, giugno 2010


  • La Tate Gallery nell’allestimento di Olafur Eliasson per «The Weather Project», 2003-04. © Tate Photography Marcus Leith/Andrew Dunkley

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