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Le eterne verità di Moore

Lo scultore ritornò ripetutamente sugli stessi soggetti con esiti senza tempo

Henry Moore  «Reclining Figure», 1929 Leeds Museums and Galleries (riproduzione permessa da The Henry Moore Foundation)

Il fenomeno «da cinque a dieci anni buoni», teorizzato per primo dall’ex direttore della Tate, Alan Bowness, suggerisce che praticamente tutti gli artisti danno il meglio di sé in un periodo relativamente breve, come il decennio che ebbe Delacroix tra il 1824 e il 1834, i sei anni di Courbet (1849-1855) o i tre di Munch (1892-95).
Dal momento del loro riconoscimento i grandi artisti producono opere di altissima qualità per un certo tempo, ma nessun artista può mantenere per sempre quel livello di intensità creativa. A un certo punto la loro energia si riduce, le nuove idee si esauriscono ed essi iniziano a ripetersi.
La carriera di Henry Moore sembra seguire questo schema. Dopo gli anni d’oro che iniziarono nel 1928 e continuarono fino allo scoppio della guerra, vennero i bronzi del dopoguerra che realizzava partendo da modellini in gesso che venivano poi sviluppati dai suoi assistenti di studio e gettati dal suo fonditore, spesso in un generoso numero di copie. Ma quel rivela l’importante retrospettiva ...
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(il testo integrale è disponibile nella versione cartacea)

Richard Dorment, da Il Giornale dell'Arte numero 299, giugno 2010


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