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Torino

La terza ouverture del Castello di Rivoli

La direzione Merz-Bellini esordisce con riallestimenti e acquisizioni recenti

L’installazione di Nicola De Maria, «Cinque o sei lance spezzate a favore del coraggio e della virtù. Luogo per l’incontro di uomini buoni e generosi», al Castello di Rivoli, Torino. Foto Paolo Pellion, Torino

torino. Era il 1984 quando il Castello di Rivoli apriva i battenti con «Ouverture», mostra curata dal primo direttore Rudi Fuchs e nucleo fondante di una collezione che negli anni seguenti, con la nuova direttroce Ida Gianelli, consoliderà il legame con l’Arte povera, la Transavanguardia e alcuni tra i maggiori esponenti del panorama internazionale. Oggi è Beatrice Merz, da quest’anno alla direzione insieme ad Andrea Bellini, a raccogliere il testimone e lo fa con «Tutto è connesso», aperta dall’8 giugno al 9 gennaio, prima di una serie di rassegne dedicate alla collezione permanente.
Beatrice Merz, con quali criteri ha selezionato le opere?
Ho scelto opere dell’ultimo decennio per costruire a ritroso la storia della collezione. Ci sono un grande dipinto di Mimmo Paladino, il video «Amadeus» di Tacita Dean, un’installazione fotografica di Simon Starling, mai esposti prima; poi opere di Airò, John Bock, Tracey Emin e, tra le ultime acquisizioni, «The Nature of the Beast» di Goshka Macuga e un video di Emily Jacir.
Come si è sviluppato il progetto?
Ho chiesto a diversi artisti, da Giulio Paolini a Marzia Migliora, di scegliere e allestire gli spazi partendo dalle proprie opere. Coinvolti a interagire con le sale storiche del Castello hanno suggerito nuovi accostamenti e percorsi.
Quali tipi di percorsi hanno sviluppato?
È forte la relazione tra lo spazio del Castello, la sua storia e l’evoluzione della scena artistica; nei percorsi emergono richiami politici e sociali. Per gli artisti storicizzati abbiamo invece una rilettura retrospettiva. Nella sala di Pistoletto, ad esempio, si va dagli specchi degli anni Sessanta ai lavori più recenti.
Come avete agito nelle sale con installazioni permanenti, come quella di Sol LeWitt?
Si è cercato di valorizzarle accostando, nel caso di Sol LeWitt, un’opera recente dello stesso autore, rafforzando la sua presenza nel museo. Abbiamo anche riportato alla luce la sala dipinta da Nicola De Maria nel 1985, che lo stesso artista ha integrato.

© Riproduzione riservata

Jenny Dogliani, da Il Giornale dell'Arte numero 299, giugno 2010


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