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L’arte francese rivuole la sua leadership: al Palais de Tokyo e al Mam una nuova infornata di giovani

Un fotogramma del film «Biarritz» (2010) di Bertrand Dezoteux. Cortesia dell’artista

parigi. Una mostra aperta dall’11 giugno al 5 settembre al Palais de Tokyo e nel contiguo Musée d’Art Moderne de la Ville de Paris (Mam), vuole rilanciare l’immagine dell’arte contemporanea francese. «Dynasty», questo il suo titolo, è una rassegna di più di 40 artisti emergenti, ognuno dei quali presenta due opere (una per museo) in uno spazio espositivo totale di 5mila mq. «Per la prima volta i due musei hanno cooperato a un progetto di questa portata» ha dichiarato Marc-Olivier Wahler, direttore del Palais de Tokyo, che è anche co-curatore della mostra con Fabrice Hergott, direttore del Mam. Wahler sottolinea che «questa mostra non vuole essere la nostra proposta per una nuova generazione di artisti francesi. Avremmo potuto proporre una selezione completamente diversa ma il menu del giorno è questo. In tutti i casi, negli ultimi quattro o cinque anni, l’arte contemporanea francese è stata incredibile». Uno dei pezzi forti di Wahler è «Truce: Strategies for post-Apocalyptic Computation», 2009, opera coprodotta da Ali Momeni, assistente al dipartimento d’arte dell’Università del Minnesota, e Robin Meier, compositore svizzero che vive in Francia. L’opera analizza la frequenza del ronzio delle zanzare, amplificato da microfoni che fanno parte del lavoro. «Il computer produce un impulso sonoro ricavato dalla tradizione vocale del Dhrupad indiano, spiega Meier. Le nostre tre zanzare adattano indipendentemente il loro ronzio a questo suono. Il computer produce quindi tre voci elettroniche distinte, una per ogni zanzara, alla stessa tonalità». Tra le altre opere in mostra il film «Biarritz» di Bertrand Dezoteux; «Sans titre», di Guillaume Bresson, un quadro che raffigura, in stile caravaggesco, un violento assalto  in un parcheggio deserto; «Crâne» di Laurent Le Deunff, una scultura fatta di unghie e colla, che ricorda un antico manufatto tribale; e «Assembly Instructions (Manzoni, Klein, Colour Theory and Statuary)» di Alexandre Singh. «Abbiamo trovato gli artisti in modi diversi: attraverso le accademie, i Frac, Fondi regionali di arte contemporanea sovvenzionate dallo Stato e, soprattutto, attraverso un network di artisti. Gli artisti segnalavano  altri artisti», aggiunge Wahler.

© Riproduzione riservata

Gareth Harris, da Il Giornale dell'Arte numero 299, giugno 2010


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