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L’arte contemporanea ha i suoi diritti: quali?

Il droit de suite, il diritto di seguito concepito a tutela degli artisti, in Italia è legge dal 9 aprile 2006: pro e contro

I principali mercati d’arte, come Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia, hanno da tempo valutato gli effetti economici del diritto di seguito. A distanza di quattro anni dal varo della legge in Italia (9 aprile 2006), tale valutazione nel nostro Paese è stata fatta per la prima volta dall’Università di Bologna, cui l’Associazione Nazionale Case d’Asta ha commissionato un’articolata ricerca che ha coinvolto esperti in discipline economiche, giuridiche e aziendali oltre che, naturalmente, gli operatori del mercato. I risultati di tale ricerca, le rilevazioni statistiche e le opinioni di chi è pro e di chi è contro questo strumento di tutela degli artisti, sono pubblicate nel volume Il maestro e il suo diritto. Temi e problemi del diritto di seguito, a cura di Guido Candela e Antonello Eugenio Scorcu (Umberto Allemandi & C.).
Allo stesso tema è stato dedicato, il 6 e 7 maggio alla Galleria d’arte moderna di Torino, un incontro dal titolo «I diritti dell’arte contemporanea», promosso dalla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Torino e dall’Accademia Albertina di Belle Arti, con la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università Bicocca di Milano e con il patrocinio dell’Union Internationale des Avocats-Art Law Commission. Ne danno un resoconto qui di seguito i due presidenti del convegno, Gianmaria Ajani e Alessandra Donati, docenti di diritto privato comparato alle Facoltà di Giurisprudenza, rispettivamente, di Torino e di Milano Bicocca. Di prossima pubblicazione, presso lo stesso editore Allemandi, una raccolta di scritti riassuntivi degli interventi al convegno .
torino. L’arte non conosce limiti. Il diritto pone regole, e limiti. Perché allora accostare al diritto l’arte contemporanea?  La risposta è in quell’aggettivo, contemporanea, che distingue l’azione artistica di oggi dal patrimonio che si è accumulato nel tempo.  Il diritto conosce bene l’arte classica e moderna, fatta di oggetti, statue, quadri. Di «cose», prodotte e poi esposte, vendute, collezionate. L’artista, in questi casi, si è già espresso, e tutto quanto segue alla sua azione attiva meccanismi giuridici sperimentati da secoli. Non così per l’arte contemporanea, che negli ultimi decenni ha contaminato i generi, confondendo con intenzione pittura e scultura, in una ricerca sempre più impegnata verso la smaterializzazione dell’opera. La stessa identità dell’artista, da sempre ben evidente nella sua distinzione  dal committente, dal fruitore, dal pubblico, tende oggi a confondersi, come capita quando l’artista collabora con il gallerista nella produzione o, in modo ancora più estremo, affida al fruitore il compito di «finire l’opera».
Di fronte a tali trasformazioni il diritto non pare avere a di-sposizione gli strumenti per comprendere le manifestazioni del contemporaneo. Ispirate da queste considerazioni, le Facoltà di Giurisprudenza di Torino e di Milano Bicocca, e l’Accademia Albertina di Torino hanno promosso, con il sostegno degli enti locali piemontesi e della Fondazione per l’Arte della Crt, un incontro sul tema dell’identità dell’opera d’arte contemporanea, della sua riconoscibilità e delle sue tutele.
Alla Gam di Torino, artisti, curatori, direttori di musei e fondazioni, galleristi, collezionisti, critici e gestori di case d’asta si sono confrontati fra loro e con giuristi esperti di arte contemporanea, esponendo le loro esperienze nella produzione e gestione di opere sempre più sovente frutto di ibridazioni e smaterializzazione. Opere, o azioni, o semplicemente idee, che hanno perduto quel tratto che, ai fini del diritto, rendeva l’opera identificabile tramite una forma, un supporto materiale, un «oggetto» prodotto da un autore e destinato a durare nel tempo.
Sempre più sovente, oggi, la creazione artistica si astrae in una «licenza di fare»: l’aura dell’opera, descritta da Walter Benjamin, è oggi nel pubblico o, come dice bene Nicola Bourriaud, «l’aura dell’arte contemporanea è una libera associazione».
L’incontro del 6 e 7 maggio  ha posto al centro la voce degli artisti e degli operatori, ai quali è stato richiesto, in tre sessioni (introdotte da Anna Detheridge, che ha anticipato la necessità di promuovere, quale esito del convegno, un Manifesto per i diritti dell’arte contemporanea) di indagare l’identità dell’opera, a fronte dell’imbarazzo del diritto, di esporre le esperienze nella gestione quotidiana dell’opera, di misurare l’adeguatezza delle tutele e degli incentivi.
Ragionando sulle tensioni fra la libertà di espressione dell’artista e committenza pubblica, fra ricerca creativa e scienza, fra spazi museali e territorio, Alberto Garutti, Piero Gilardi, Francesco De Biase e Teresa Macrì hanno offerto alla sintesi di Angelo Chianale, notaio e collezionista, un catalogo di questioni aperte, alle quali il diritto riesce a dare risposta solo in modo episodico, affidando, nel silenzio della legge, al giudice il compito di dire quando l’opera è arte.
La seconda sessione, dedicata alle esperienze di coloro fra le cui mani l’opera d’arte circola, attraverso compravendite, prestiti, esportazioni, rapporti con le amministrazioni pubbliche, ha ospitato il dialogo fra Danilo Eccher, Massimo De Carlo, Gianni Bolongaro, Patrizia Sandretto, Claudia Dwek, e l’avvocato Andrea Pizzi seguiti dagli interventi di Marina Pugliese, Bros e Maurizio Bortolotti. Esperienze che, in modo molto netto, hanno testimoniato non solo sulla inadeguatezza del  diritto, ma anche sul ruolo frenante di quelle disposizioni che, separando soggetti pubblici da privati, mantenendo il museo in un ruolo di «deposito ultimo» delle opere, non riflettono la trasformazione dei ruoli in atto da tempo, fra artisti e le diverse professioni che seguono e gestiscono l’opera.
La nozione tradizionale di opera d’arte, fatta propria dal diritto d’autore e incentrata sulla forma, mal si adatta alla realtà dell’opera d’arte contemporanea. Ma se la definizione dell’espressione artistica non può più riferirsi solo all’opera-forma, ma deve comprendere anche quella di opera-evento, o di opera-appropriazione, quando l’artista usa l’opera di altri, di opera-relazione, quando è il pubblico fruitore a completarla, allora anche le professioni e i ruoli tradizionali sono portati necessariamente a modificarsi. Vi è, così, un continuo riformularsi di ruoli e una costante transizione di figure e funzioni professionali e di formati come hanno dimostrato Giacinto Di Pietrantonio e Francesco Garutti con la recente mostra «Ibrido». L’incertezza e la rigidità del diritto tradizionale inducono allora confusione sul ruolo e lo statuto sia del committente pubblico (come il museo) sia del committente privato (collezionista, fondazione, gallerista). Una confusione che è ora implicita, pensiamo alla forte contestazione del diritto di seguito e a come l’incertezza e la rigidità del sistema giuridico  inducano gli operatori del settore a creare scorciatoie; ora dichiarata: pensiamo alla discussione sul problema del deaccessioning (dismissione) delle opere d’arte accumulate nei caveaux dei musei, argomento delicato, che pone in conflitto esigenze di tutela e conservazione e progetti di sviluppo del museo.
E all’attrito fra norme presenti e le diverse esigenze di manifestazione dell’artista, nei suoi rapporti con altri artisti (in che misura è lecito appropriarsi di opere altrui per trasformarle?), con il mercato, con le tecnologie e più in generale con un pubblico-massa, che in molti casi non ha «scelto» di accostarsi all’opera, è stata dedicata la terza sessione, intitolata a tutele e incentivi, e animata da Massimo Sterpi, Luigi Mansani, Carlo Montagna, Alessandro Laterza e Marta Ragozzino.
Il catalogo delle questioni aperte dalla trasformazione dei mezzi espressivi è esteso: comprende i limiti, che appaiono eccessivi, all’alterazione dell’opera, una disciplina del diritto di seguito tanto pedante quanto poco effettiva. Nella gran parte dei casi, poi, si tratta di questioni prettamente italiane, che non trovano riscontro in altri Paesi, quali il sistema delle notificazioni, o l’estesa mancanza di formalizzazione nelle vendite,
Raccogliendo la proposta lanciata da Anna Detheridge, la fase di confronto e censimento delle questioni lascia ora il passo alla redazione di un Manifesto per i diritti dell’arte contemporanea, che sarà aperto alla sottoscrizione di tutti coloro, artisti, operatori, gestori, che riconoscono l’utilità di incidere su un sistema di norme che non riflette più la realtà e le esigenze delle arti contemporanee.

© Riproduzione riservata

Gianmaria Ajani e Alessandra Donati, da Il Giornale dell'Arte numero 299, giugno 2010


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