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Il pugno di Ferri

Intervista esclusiva all'ex pm del processo Getty

Anche la Guardia di Finanza ha un nucleo di 20 persone che si occupa d’archeologia rubata; tra i tanti recuperi, anche il Sarcofago delle Muse, di cui esistono, così completi, pochi esemplari (uno al Louvre)

Con gesto meno enfatico di quello ormai celebre di Antonio Di Pietro a uno dei processi di «Mani pulite», perché sono persone assai diverse, il 5 marzo, Paolo Giorgio Ferri, romano, 63 anni a ottobre, magistrato per 32 e dal 1991 sostituto procuratore della Repubblica nella capitale, si è tolto la toga a un’udienza contro l’ex curator del Getty Museum Marion True e Robert Bob Hecht, uno dei maggiori mercanti di antichità che tra l’altro ha venduto al Metropolitan di New York il Cratere d’Eufronio con la Morte di Sarpedonte. Dal 21 aprile, Natale di Roma, Ferri è al Ministero per i Beni culturali come «esperto per i rapporti internazionali e i recuperi», un incarico creato per lui dal ministro Sandro Bondi, (mentre al processo Getty lo sostituisce Eugenio Albamonte, cfr. articolo p. 22, Ndr). Ora, può ricordare qualcosa dei 15 anni d’inchieste sui «predatori d’arte», sintetizzabili in 2.500 persone indagate e fondamentali recuperi di opere all’estero; spiegare che cosa ha dovuto lasciare a metà; raccontare di quali contenuti intende rivestire il suo nuovo incarico. Dice anche che «ormai, non bastano più indagini limitate ai singoli Paesi per contrastare il mercato illegale d’arte, ma occorre assolutamente un’autorità europea, o almeno dei gruppi di lavoro in ogni Paese dell’Unione, e magari del Mediterraneo, capaci di colloquiare; e una legislazione se non comune, almeno più omogenea».
Dottor Ferri, vogliamo cominciare dalla giovinezza?
«Presto detto: per avere qualche soldo davo lezioni di greco e latino, tra gli altri, ai figli del giuslavorista Gino Giugni e del prefetto Coronas, poi capo della Polizia. Mi laureo con una tesi sullo sciopero politico: nonostante una media di 29 e mezzo, 110 ma niente lode, perché un altro docente, Giugni appunto, mi aveva rivisto la tesi ed erano sorte gelosie. Parto subito per il servizio militare. Sottufficiale, per problemi alla vista: Spoleto poi Firenze, Scuola di Sanità. Partecipo a tutti i possibili concorsi, e ne vinco tanti: per il Ministero dei Trasporti, le Prefetture, i Monopoli di Stato, l’Istituto superiore di Sanità, l’Azienda per i servizi telefonici. Ma di allora, ricordo con maggior piacere uno dei primi abbracci a colei che sarebbe diventata mia moglie: eravamo a piazzale Michelangelo e mi caddero tutti i bottoni della divisa, forse perché me li ero attaccati da solo. Qualcuno non lo abbiamo recuperato».
Sceglie i telefoni, l’Ufficio legislativo dell’allora Azienda di Stato; «studio due anni di notte, vinco il concorso per la Magistratura». Prima, un biennio come giudice a latere a Treviso, poi, nel 1980, i «neri» dei Nar uccidono a Roma il sostituto procuratore Mario Amato: «Chiedo il trasferimento nella capitale; ne eredito la stanza, e metà dei fascicoli; quelli sul “terrorismo nero” vanno a Loris D’Ambrosio, che ora è il consigliere giuridico del Presidente della Repubblica. Quattro anni in Procura a Roma, di cui due all’Ufficio droga; poi, quattro al Tribunale dei minori, ma mi sentivo più un assistente sociale che un giurista; altri quattro a Ronciglione, pretore dove da 12 anni non c’era un magistrato togato, e in servizio anche a Viterbo; fuggo quando volevano che mi occupassi anche di contratti agrari. Così, nel 1991, torno alla Procura di Roma».
Quando conduce la prima indagine sull’archeologia rubata, o scavata di frodo?
«Nel 1994, con l’allora maresciallo dei Carabinieri per la Tutela Vito Barra, che ora si occupa di sicurezza ai Musei Vaticani. Una statua rubata a Villa Torlonia, poi venduta all’asta da Sotheby’s. Andiamo a Londra; per tre giorni la polizia inglese mi porta a spasso, a conoscere le città. E io a spiegare che ero lì per un’indagine. Finché almeno redigo un verbale; ma l’impiegato di Sotheby’s non dice nulla: promette che, consultati i documenti, mi comunicherà da chi proveniva quella statua. Cinque mesi dopo trasmette i nomi di due società: Edition Services e Xoilan Trade. A Londra qualcuno diceva: “Vi occupate di questa statua solo perché c’è di mezzo un principe”, e io a spiegare che Villa Torlonia era del Comune, e la nobiltà non c’entrava affatto».
Edition Services è la società di Giacomo Medici, finora l’unico «predatore» di rilievo condannato: in secondo grado, 8 anni e 10 milioni di euro di provvisionale allo Stato per i danni provocati al patrimonio artistico; 4mila oggetti e altrettante foto, di cui tante polaroid, trovate nel suo deposito in Porto Franco a Ginevra, 1995. Xoilan Trade è tra le varie sigle dell’«arcipelago» di Robin Symes, il mercante internazionale più importante che, secondo la giustizia inglese, possedeva 29 depositi tra New York, Londra e la Svizzera, antichità valutate 127 milioni di sterline, affidamenti in banca per 17 milioni di dollari. «Ma allora lo ignoravamo. Davanti a due società panamensi, Barra scrolla il capo, “nessuno ci dirà nulla”; devo archiviare. Poco dopo, un’altra indagine; mi pare per tremila oggetti, quasi tutti falsi. E lì conosco Daniela Rizzo, archeologa della Soprintendenza per l’Etruria meridionale. Con Maurizio Pellegrini, anche lui di Villa Giulia, diventerà fondamentale per il mio lavoro».
A scuola che voto aveva in storia dell’arte? E fino ad allora era mai entrato al Museo Nazionale Etrusco di Roma?
«Al Mamiani, al liceo classico, 8. Per quanto riguarda Villa Giulia, ci sono andato per la prima volta da studente; poi, nel 1996 o 1997, Daniela Rizzo mi ha organizzato una visita come si deve e mi ha fatto da cicerone. Nel frattempo avevamo iniziato a ballare. Il 13 settembre 1995 il pm Riccardo Audino, di Latina, raggiunge il sancta sanctorum di Medici a Ginevra: Medici viene fermato e interrogato, ma una settimana dopo è di nuovo libero; i reperti non erano in Italia e le foto non ne garantivano l’autenticità. Audino procedeva per due furti al Circeo, manda gli atti a Roma. Il generale Conforti, che comandava i Carabinieri per la Tutela del patrimonio, chiede al procuratore capo l’istituzione di un pool di cinque magistrati: forse per i miei precedenti, ne faccio subito parte. Così apro un processo per la “red list” di Sotheby’s a Londra, vendite d’archeologia acquistando e cedendo oggetti in proprio; acquisisco gli atti del processo nato a Londra dalla denuncia del giornalista Peter Watson; Sotheby’s ammette i legami con Medici e riconosce che Christian Boursaud e Serge Vilbert, i maggiori venditori alle aste, erano suoi prestanome. I legali di Sotheby’s vengono a Roma e consegnano gli elenchi delle compravendite di Medici: a Londra, per l’archeologia, era il primo cliente. Al procuratore svizzero Bernard Bertossa chiedo una perizia internazionale sui reperti Medici di Ginevra, accertamenti nelle banche e la futura restituzione degli oggetti, con una rogatoria scritta una vigilia di Natale».
Spunta un’ipotesi di reato che poi farà scuola, il riciclaggio: evoca la mafia, la droga, la criminalità organizzata. Rizzo e Pellegrini ne descrivono 10 casi. Nel giugno 2000, cinque anni dopo che è stato scoperto il magazzino di Ginevra, i documenti di Medici giungono in Italia. Da allora «ho inquisito almeno 2.500 persone». L’attimo da ricordare: «anche se il giorno prima era morta mia madre, è quando il gup Guglielmo Muntoni rinvia tutti gli imputati a giudizio»; scegliere l’oggetto più bello tra i tanti recuperati, causa invece imbarazzo: «Io mi sono innamorato del Cratere di Asteas, la prima raffigurazione di Europa in groppa a Giove fattosi toro per rapirla, e della Maschera, oVolto, d’avorio. Mi ricordo quando Pietro Casasanta, “il re dei tombaroli” secondo il “Wall Street Journal”, ne ha parlato: una paginetta e mezzo di verbale scritto da me a mano, perché nessuno sapesse nulla; sulla restituzione del Cratere di Asteas non nutrivo troppe speranze: forse ha fatto colpo che al tombarolo sia stato pagato “un milione di lire più un porcellino da latte”». E il giorno più brutto? «Ci sono stati lunghi periodi di stasi nelle indagini: sembrava che non si riuscisse ad andare avanti; o le proteste che Medici mandava al procuratore generale, e io dovevo spiegare; o il contrasto con un collega calabrese che mi accusava di scorrettezza perché, a Cipro, l’antiquaria Frieda Tchacos aveva parlato anche di un uccello mitologico in bronzo, proveniente da Sibari».
E le «incompiute»? Che cosa le è rimasto sullo stomaco e che cosa altro non le è riuscito di fare?
«Non sono mai riuscito a perquisire, a Ginevra, George Ortiz, il collezionista più formidabile: ogni settimana acquistava pezzi importanti da Gianfranco Becchina, il “re” del traffico nel Centro Sud, di cui è stato anche un finanziatore. Del suo museo sotterraneo, che qualcuno ha descritto, conosciamo solo i 200 oggetti che ha esposto a San Pietroburgo (Ermitage) e Mosca (Pushkin) nel 1993, a Londra (Royal Academy 1994) e Berlino (Altes Museum 1996); ma possiede anche una sfinge che proviene da una tomba di Cerveteri dove, probabilmente, erano contenuti ben quattro vasi di Eufronio. O i tanti musei contro cui non ho potuto procedere: il giapponese Miho, sorto tutto con acquisti sul mercato; il Louvre, che da Becchina ha acquisito almeno un bel vaso del Pittore di Issione; la Ny Carlsberg Glyptotek di Copenaghen, che conserva parte di un carro sabino con splendidi rilievi in bronzo del VI secolo a.C., e l’altra metà è in Italia. Non ho potuto nemmeno processare alcuni grandi mercanti, come Robin Symes, il principale almeno per volume d’affari; o i fratelli Aboutaam, Hichaam e Alì, che vendevano archeologia attraverso nove società. Questo, anche perché le norme italiane sono assolutamente inadeguate; ma ne parleremo dopo».
Quanta parte della grande razzia in Italia, cominciata nel 1970 e durata almeno 35 anni, è finora nota? E non le sembra che il problema sia avvolto come da un assordante silenzio?
«Penso che conosciamo circa il 30 per cento di quanto è successo. E le poche restituzioni cui è stato finora possibile pervenire hanno un significato quasi soltanto simbolico: riguardano forse il tre per cento degli oggetti scavati clandestinamente e immessi sul mercato. Vero è che non se ne parla molto: nessuna delle relazioni con cui i procuratori generali delle Corti d’Appello inaugurano l’anno giudiziario ha dedicato ad esempio una riga ai reati contro il patrimonio culturale. Il problema, anche per i profili etici, è sentito più a livello internazionale che non da noi. Sono certo che il ministro Bondi, creando l’ufficio cui mi ha chiamato, avesse presente la questione».
Ecco: il nuovo incarico. «Esperto per i rapporti internazionali e i recuperi di opere d’arte»: che cosa significa? Lei che cosa si propone?
«Quando, nei magazzini di Medici e Becchina, a Ginevra e a Basilea, abbiamo ritrovato i loro portfolio fotografici, gli archeologi, anche assai autorevoli, che avevo nominato come periti, dapprima hanno dubitato dell’autenticità di quelle opere; forse perché era impensabile che fossero passate per quelle mani. Oggi sappiamo che, al 99 per cento, i reperti fotografati sono autentici. E possediamo un database di almeno 200mila oggetti scavati di frodo e finiti sul mercato nero, tutti da ricercare. Credo che conoscere ancora, capire meglio e più compiutamente che cosa è accaduto, sia un dovere per il nostro Paese, e non solo. Da qui la necessità d’intrattenere rapporti con le Soprintendenze delle aree più colpite dagli scavi clandestini, sia per sorvegliare il fenomeno sia per ricostruire il passato, e anche con la stessa magistratura. Inoltre, bisognerà trattare ulteriormente con i musei che hanno acquistato davvero troppi di questi reperti. Per quanto poi riguarda i rapporti internazionali, la “regina” nel settore è di sicuro l’Unesco; e qui ho qualche idea abbastanza concreta».
Per esempio?
«La Conferenza Onu del 2000 a Palermo sui reati transnazionali ha indicato che quelli riguardanti i beni culturali sono tra quanti garantiscono il maggior profitto. Poi esistono certe indicazioni di rapporti tra mercanti d’arte e criminalità organizzata, ma anche con i fenomeni più appariscenti e virulenti del terrorismo: dettagli che finora non hanno forse ottenuto la meritata attenzione. So che all’Unesco qualcuno pensa di aggiornare la Convenzione 14711 del 1970, magari anche creando gruppi di lavoro nei singoli Stati, specializzati in questo genere di reati e che dialoghino tra loro. Non credo possibile che si possa anche giungere, come sarebbe auspicabile, a una Procura europea che indaghi sul traffico d’arte: si potrebbe però istituire un organismo di riferimento nell’Unione Europea, un organo comunitario. Anche perché, ormai, le indagini non hanno più molto senso se sono limitate ai singoli Paesi».
Come è arrivato a questa conclusione? Qual è la sua esperienza?
«Lo spiego con due esempi. Più o meno un anno fa, a Ginevra, ho compiuto una perquisizione in un magazzino di un famoso mercante internazionale. Conteneva forse 15mila antichità, di cui circa tremila di provenienza italiana. Ce n’erano assai più di origine ad esempio cinese, e anche un discreto numero dalla Grecia. Per le norme in vigore, io non ho potuto avvisare né le autorità cinesi né quelle greche: al momento della perquisizione mi sono impegnato a farlo solo quando l’attività di assistenza giudiziaria internazionale si sarà conclusa. Ma tra cinque o sei anni, quegli oggetti, è più che sicuro, avranno già preso il volo: saranno stati trasferiti altrove. Un altro caso: recentemente, con il mio collega Roberto Rossi di Bari e altri funzionari, ho svolto un corso di sei mesi in Bulgaria, per preparare una trentina di magistrati e investigatori locali su questi temi. Bene: i bulgari hanno notato che, da quando l’Italia ha incrementato l’attività di contrasto, da loro la situazione degli scavi clandestini e del passaggio dei reperti è fortemente peggiorata. È quasi come il principio dei vasi comunicanti: se la malavita, anche in questo settore, ha difficoltà in un Paese, cerca di riparare altrove, in luoghi magari provvisti di materiali interessanti da scavare o da mettere in commercio. Per questo ormai occorre indagare almeno a livello europeo, se non perfino nell’intero bacino mediterraneo. E sarebbe altrettanto opportuno che questi corsi, finora organizzati da alcuni Paesi (e il nostro ha svolto aggiornamenti per i giudici e gli inquirenti di più d’uno), fossero intensificati e si svolgessero sotto l’egida dell’Unesco o dell’Unione Europea. Ho fatto lezioni, a Roma, a personale del Cile, dell’Ecuador, dell’Argentina e della Colombia, per iniziativa dell’Istituto Italo Latino-Americano. Siamo andati anche ad Atene, c’era anche il generale Giovanni Nistri, attuale comandante dei Carabinieri per la Tutela del Patrimonio artistico. Ma sono iniziative ancora troppo sporadiche e casuali. L’Italia potrebbe farsi capofila di queste riforme».
Ci sarebbero poi anche da uniformare le diverse legislazioni, vero?
«Sicuramente, ma è un discorso ancora più delicato e lontano. Anche qui, un unico caso illumina mille discrepanze. È la storia di un sarcofago rubato a Roma, dalla chiesa di San Saba, venduto a un’asta da Medici sotto falso nome e acquistato da un collezionista giapponese: un bellissimo frontone di marmo, pregevoli rilievi; il resto del sepolcro, la parte murata, è ancora dove il furto è stato perpetrato. Abbiamo indagato, scritto la rogatoria, chiesto la restituzione. La proposta giapponese è stata di spedire in Italia un calco. Per loro, tutto ha un prezzo: anche la cultura. Del resto, all’inizio delle indagini avevamo parecchie difficoltà perfino con la stessa Svizzera, che giudicava questi reati come di natura fiscale; era quindi poco propensa a fornirci assistenza e a collaborare. E resta difficile, nonostante le positive riforme legislative che hanno compiuto forse anche per l’importante azione politico-diplomatica svolta dal nostro Paese, provare la commissione dei reati e quindi ottenere la restituzione dei reperti, sia in Svizzera sia in Gran Bretagna, dove è in corso una battaglia per evitare che i beni di Symes, ormai in bancarotta, siano messi all’asta dagli esecutori fallimentari; gli esperti italiani hanno dimostrato che molti di quei reperti provengono illecitamente dal nostro Paese».
Ma anche in Italia le leggi, nel settore, non sono un granché, no?
«Lo scavo clandestino è reato difficile da provare e da colpire; finché l’oggetto non viene esposto, non si sa neppure che è stato compiuto. Le norme italiane sono assai benevole: è più facile finire in prigione per il furto di un jeans o di una mela che non per quello di un vaso dal sottosuolo. Le pene sono così lievi che non scoraggiano nessuno: quasi tutto finisce con la prescrizione. La Bulgaria ha leggi migliori delle nostre. E anche le norme in Iraq, d’accordo che la situazione è diversa, possono farci scuola: detenere oggetti scavati dopo il 1995, o non consegnarli alla polizia, è reato grave; norma semplice, efficace e difficile da contestare. La decontestualizzazione è un danno permanente: dovrebbe diventare permanente anche il reato da cui discende, cioè lo scavo clandestino. Oggi, i “predatori” possono tenere cinque anni in banca un oggetto scavato illegalmente, in attesa che la prescrizione maturi. Un tempo era stata costituita una commissione d’esperti per riformare le norme italiane; ma se n’è persa traccia e il lavoro non è più proseguito».
Ultime curiosità: i recuperi più ardui, e i reperti cui dare ancora la caccia?
«Penso alle monete, le prime antichità che si trovano con un metal detector: fondamentali, spesso, per contestualizzare o datare un’area archeologica o una tomba. L’archeologia è piena di “tesoretti” smembrati; troviamo monete antiche nei gioielli che si vendono nei migliori negozi, firmati dalle griffes più famose; un tempo credo che anche le Poste ne vendessero, e sono fin troppo facili da esportare. Nel campo, ci vorrebbe maggior tutela. E maggior impegno occorrerebbe pure nell’archeologia subacquea. I recuperi: il prossimo dovrebbe essere il bronzo dell’Atleta vittorioso del Getty, attribuito a Lisippo. Io penso però anche a due foto che Becchina possedeva: un’urna villanoviana, che il Metropolitan era sul punto di acquistare, e un Sarcofago degli sposi di mezza tonnellata, del quale rimane solo una polaroid; ma, a Cerveteri, Carabinieri e archeologi ne hanno recuperato un frammento che, analizzato, ne ha dimostrato l’autenticità. Oppure, mi piacerebbe sapere di più su un tesoro di cento suppellettili da tavola in argento scavato a Pompei, che secondo qualcuno è finito a Medici nel 1990: è stato sicuramente smembrato e c’è chi lo ha descritto. Però, non mi faccia aprire il cassetto dei desideri: non la finiremmo più».

Fabio Isman, da Il Giornale dell'Arte numero 299, giugno 2010


  • Fotografia scattata nel Getty, probabilmente da Robert Emanuel Hecht, a Giacomo Medici in posa da cacciatore vittorioso davanti al trapezophoros da lui venduto al museo di Los Angeles tramite Robin Symes
  • Alcune delle 13 lastre di un bassorilievo del 30 circa a.C. rinvenuto non lontano da  Roma durante lo sbancamento per costruire una villa e ora ricomposto al Museo di Lucus Feroniae
  • La prima stanza del magazzino di Medici nel Porto Franco di Ginevra. Il grande capitello che regge il tavolo centrale era stato rubato a Roma, da Villa Celimontana
  • Alcuni pezzi del corredo di 15 argenti dorati scavati di frodo a Morgantina, ora Aidone (Enna), e recentemente restituiti dal Metropolitan Museum di New York che li aveva acquistati da Hecht
  • Paolo Giorgio Ferri
  • Un altro pezzo del corredo di argenti di Morgantina esposti a Roma al Museo Nazionale Romano fino al 23 maggio 2010 e destinati a un allestimento definitivo ad Aidone

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