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L'Italia in vendita

Le alienazioni da parte degli Enti locali sono diffuse e poco controllabili, fortemente incoraggiate dai mancati introiti dell’Ici e dalla carenza sempre maggiore di liquidità

La seicentesca Villa della Regina, immersa nel suo parco sulla collina torinese (immagine tratta da «Le Residenze Sabaude», Allemandi, 2009)

roma. Sono da tempo in corso procedure di vendita di beni dello Stato, del Ministero della Difesa e degli Enti locali, spesso prive di un monitoraggio chiaro e costante. Prossimamente questa situazione sarà ulteriormente complicata dal cosiddetto «federalismo demaniale» in via di approvazione, ossia dal passaggio di molti beni, di vario tipo, dallo Stato ai Comuni. I dubbi espressi da più parti riguardano il fatto che questo trasferimento possa davvero rendere più efficiente la gestione dei beni pubblici o non accresca, invece, le difficoltà della tutela, vista l’estrema difficoltà del monitoraggio.
In base alla legge 133/2008 (art. 58), gli Enti locali allegano all’annuale bilancio previsionale il «Piano delle alienazioni e valorizzazioni immobiliari». Si prevede cioè che ciascun ente elabori un elenco dei «singoli beni immobili ricadenti nel territorio di competenza, non strumentali all’esercizio delle proprie funzioni istituzionali, suscettibili di valorizzazione ovvero di dismissione». L’inserimento in questi elenchi ha due conseguenze immediate: la classificazione come patrimonio disponibile e la conseguente automatica «variante allo strumento urbanistico generale». Questo secondo aspetto è stato poi corretto dalla sentenza della Corte Costituzionale n. 340 (16 dicembre 2009), in quanto il Piano non può apportare di per sé una «variante allo strumento urbanistico». Questo provvedimento è però solo il più recente di una serie più estesa: negli ultimi anni a più riprese si è tentato di avviare e sviluppare la vendita del patrimonio immobiliare pubblico.  Dal 1996 (legge 662) si è aperta la strada alla vendita degli immobili dello Stato e del Ministero della Difesa, proseguendo poi, di Finanziaria in Finanziaria (l. 448/1998, art. 19 e 44; l. 488/1999, art. 4) nella «dismissione o valorizzazione del patrimonio immobiliare statale». Dal combinato disposto di questi provvedimenti è disceso un primo decreto del Ministero dell’Economia («Modalità e tempi di alienazione dei beni immobili di proprietà dello Stato», 27 marzo 2000) che individuava una serie di immobili da destinare all’alienazione. Tra questi a Roma alcuni immobili nel complesso del Foro Italico, a Torino Villa della Regina e il Palazzo del Lavoro, in Piemonte il Forte di Exilles; a Bergamo la caserma Corridoni, a Cremona la ex caserma La Marmora, a Bologna palazzo De Bosdari, a Terni l’ex Caserma Cairoli e a Soriano nel Cimino (Vt) il Castello Orsini, solo per citarne alcuni. Nel settembre 2000, a distanza di pochi mesi, alcuni edifici, ad esempio il Foro Italico, venivano tolti dall’elenco per il loro indubbio interesse storico-artistico e veniva approvato un Regolamento che disciplinasse queste procedure, il Dpr 283/2000. Con i successivi provvedimenti del 2001 (d.l. 351/2001 convertito in l. 410/2001) sono state introdotte ulteriori semplificazioni procedurali per il «patrimonio immobiliare dello Stato», individuando nell’Agenzia del Demanio il soggetto centrale di queste operazioni. Nell’estate del 2002, per attuare queste previsioni, si operava su due fronti: da un lato con decreto direttoriale (19 luglio 2002) si provvedeva alla pubblicazione in un intero numero speciale della «Gazzetta Ufficiale» dell’elenco dei «beni immobili di proprietà dello Stato appartenenti al patrimonio indisponibile e disponibile», dall’altro si costituiva la Patrimonio dello Stato spa (d.l. 63/2002 poi l. 112/2002), addetta alla «valorizzazione» del patrimonio immobiliare statale. Importante sottolineare il nesso tra la pubblicazione dell’elenco dei beni disponibili e indisponibili e la nascita della società stessa, che avrebbe dovuto occuparsi della loro «valorizzazione, gestione ed alienazione». In questo modo si avviava il censimento dei beni immobili dello Stato da parte dell’Agenzia del Demanio: l’obiettivo pubblicamente dichiarato era quello di realizzare finalmente un censimento del patrimonio; tuttavia tale censimento era finalizzato anche a individuare ciò che si poteva vendere e ad attribuirgli un valore economico.
A fine 2002, con la legge Finanziaria per il 2003 (l. 289/2002) si provvedeva a riallineare anche gli Enti locali alle nuove possibilità di dismissione offerte allo Stato. Si introduce quindi anche per questi (Regioni, Province, Comuni) la possibilità di costituire soggetti per la «privatizzazione» del loro patrimonio (art. 84). Negli stessi giorni, si approva un altro provvedimento straordinario e a carattere miscellaneo, con cui si tentava di accelerare ulteriormente la vendita di una serie di immobili di considerevoli dimensioni di proprietà dello Stato (d.l. 282/2002, art. 7, c. 1, poi l. 27/2003) con «urgenza» e «a trattativa privata, anche in blocco». Il Palazzo delle Poste a Milano, le Torri dell’Eur a Roma, le Manifatture Tabacchi di undici città italiane, con annessi depositi e magazzini, insieme ad altri beni di proprietà statale dovevano essere venduti «con urgenza».
Solitamente per l’individuazione dei beni si rimanda alla pubblicazione di elenchi da parte dell’Agenzia del Demanio o del Ministero dell’Economia, di concerto con i Ministeri competenti. Oltre all’elenco del 27 marzo 2000 e a quello degli allegati A e B del d.l. 282/2002, sono stati approvati altri decreti ministeriali con cui si trasferivano «immobili» anche «di pregio» a società appositamente costituite: alla Scip (novembre 2002, aprile 2003), alla Patrimonio dello Stato spa (luglio 2003, febbraio 2004), alla Coni Servizi spa (febbraio 2004). Oltre a questi elenchi, a seguito dell’ennesima Finanziaria (l. 133/2004), vengono individuati nel febbraio 2005 «immobili di proprietà dello Stato in uso all’Amministrazione della Difesa» che entrano a far parte del patrimonio di­sponibile. In alcuni casi queste operazioni non sono state portate a termine: nel caso della Patrimonio spa il Presidente della Repubblica è intervenuto per chiedere il rispetto delle garanzie pertinenti ai beni pubblici determinando così un minor interesse da parte del mercato verso immobili di considerevole pregio, ma di difficile gestione e spendibilità per la permanenza dei vincoli. Di conseguenza, la società di gestione, Patrimonio spa è stata assimilata in Fintecna. Diversamente le altre operazioni di vendita vanno avanti di anno in anno ed è assai difficile elaborarne una stima.  Nel gennaio 2006 viene pubblicata un’indagine della Corte dei Conti sugli esiti delle operazioni di cartolarizzazione. La Corte rilevava il forte rischio di «scarsa trasparenza» e di «sovracollateralizzazione», ma soprattutto dichiara che metodi e procedure adottati risultavano «più appropriati per conseguire l’obiettivo reale (far rapidamente cassa), ma non per realizzare l’obiettivo formalmente dichiarato», ossia la riduzione del debito pubblico.
A fronte del rilievo da parte della Corte della mancata trasparenza delle operazioni di cartolarizzazione, ancora più complicato, oggi, è capire che cosa stanno inserendo le migliaia di enti locali italiani nei «Piani delle alienazioni e valorizzazioni». Certamente ci sono molti terreni incolti o appartamenti privi di interesse culturale, ma vi si possono anche rintracciare, anche a una prima ricerca superficiale, beni di interesse storico, artistico o architettonico. Un caso ancor più esemplare della complessità delle vendite e dei molti soggetti coinvolti è quello della ex Caserma Gnutti di Brescia, appartenente alla Difesa: compare in un elenco pubblicato in «Gazzetta Ufficiale» il 20 giugno 2005, in allegato al decreto «Individuazione dei beni immobili in uso all’Amministrazione della difesa, non più utili ai fini istituzionali, da consegnare al Ministero dell’economia e delle finanze e per esso all’Agenzia del Demanio». Tramite inserimento nel decreto, il bene passa al patrimonio disponibile e può essere assoggettato alle procedure di dismissione. Di conseguenza nel giugno 2007 viene firmato un protocollo d’intesa» tra il Ministero dell’Economia e il Comune di Brescia, per il cambiamento di destinazione d’uso. L’immobile è di notevole interesse: risale al XVII secolo, è posto in centro storico, si sviluppa su una corte centrale porticata, comprende una chiesa dismessa e trasformata in arsenale in epoca napoleonica. L’immobile è stato peraltro dichiarato di interesse storico-artistico (12.12.2007). Pertanto i suoi usi futuri e gli interventi connessi dovranno essere preventivamente autorizzati dagli organi di tutela. No­nostante il vincolo, però, l’avviso d’asta è ora pubblicato sul sito dell’Agenzia del Demanio.
Ancor più difficile è monitorare le alienazioni degli Enti locali a causa della loro molteplicità. A titolo d’esempio, nei «piani di alienazione» sono inseriti: da parte del Comune di Trezzo sull’Adda una piazza e alcuni immobili prospicienti, tra cui un edificio colonnato vincolato; da parte del Comune di Treviso l’ex Chiesa e l’ex campanile di San Teonisto; da parte del Comune di Sant’Agostino (Fe) un’ex scuola elementare vincolata dalla Soprintendenza. Questi pochi esempi dimostrano che il fenomeno delle alienazioni da parte degli Enti locali è molto diffuso e difficilmente controllabile, ed è fortemente incoraggiato dalla mancanza dalle casse comunali degli introiti dell’Ici e dalla carenza sempre maggiore di liquidità. Un caso ancor più grave è la notizia diffusa a mezzo stampa della vendita da parte della Provincia di Salerno di Palazzo d’Avossa che, oltre a essere un edificio storico, ospita anche la locale Soprintendenza.

© Riproduzione riservata

Denise La Monica, da Il Giornale dell'Arte numero 299, giugno 2010


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